Draghi è una risorsa per il nostro Paese. Una risorsa importante. INSIEME ha chiaramente affermato il suo auspicio – anzi, la necessità – che Draghi guidi il Paese alla scadenza naturale della legislatura (CLICCA QUI). Ed è molto incoraggiante la coralità di sollecitazione che giungono, in tale senso, a Palazzo Chigi.

Più solido di Scholz. Più convincente di Macron. Con poche mosse, Draghi ha riportato la collocazione internazionale del nostro Paese nel solco della sua più consolidata e feconda tradizione storica. Nel segno di un europeismo più schietto di quello di altri Paesi, che spesso sembrano concepire l’ Europa come una protesi dei loro interessi nazionali. E con l’impronta di un atlantismo realistico; consapevole dei limiti, ma anche delle potenzialità, tuttora assolutamente rilevanti, di un rapporto non subalterno o da mercenari con gli Stati Uniti.

Nella sua presenza sulla scena internazionale – in modo particolare nella valorizzazione dei rapporti, pur dettati da forza maggiore, con i Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo – si respira nuovamente la memoria ed il sentimento di una stagione della politica estera del nostro Paese, interpretata dai più autorevoli leader democratici-cristiani, di grande levatura e di preveggente intelligenza politica sul piano delle relazioni internazionali.

Oggi, meritiamo rispetto. L’hanno capito anche i russi che, non a caso, ci bersagliano volentieri. Meritiamo il rispetto che abbiamo dissipato nei lunghi anni della cosiddetta “Seconda repubblica”, attraversata da una politica estera, recitata da saltimbanchi improvvisati tra la farsa e l’operetta. Chi parla di “SuperMario” prova a farlo scadere nella caricatura, in un’ immagine tra le tante che abitano la fumettistica politica italiana. E’ invece l’ autorevolezza, che gli deriva dalla sua sperimentata preparazione, a scongiurare che lo si possa trasformare in una macchietta. Soprattutto perché questa vulgata, al di là del dato folkloristico, finirebbe per scivolare – e sia pure, almeno per alcuni, inavvertitamente – in una lettura, se così si può dire, in salsa “gollista” di Mario Draghi. Il che sicuramente non rientra nelle sue corde. Come non rientrava nelle corde di Fanfani o di Cossiga che, pure, da taluni venivano, a loro dispetto, candidati ad assumere una tale postura, da altri strumentalmente sospettati di volerla acquisire.

Senonché, il nostro è un benedetto Paese che alimenta spesso e volentieri, anche sul fronte cosiddetto “progressista”, questa insana passione per il “dictator”, figura tutt’altro che spregevole nell’impianto istituzionale repubblicano dell’antica Roma. L’uomo che riassume in sé, nella risolutezza imperativa del gesto, il senso compiuto di quel particolare frangente storico e, d’un tratto, ne scioglie il nodo. Tutto ciò che si muove, sia pure in varie forme, in questa direzione, evocando una più o meno spiccata “personalizzazione” del potere, allude inevitabilmente ad un sostanziale impoverimento della vitalità democratica del Paese e va, quindi, francamente respinto al mittente.

Nessuna figura, per quanto autorevole, può essere sovraordinata al libero sviluppo di un discorso pubblico, scevro da ogni preordinato disegno, con il quale sia il popolo italiano a riprendere in mano le fila del suo destino. Lo ripetiamo sempre: come sosteneva Mino Martinazzoli – e vale per tutti – non ci sono liberatori, ma solo uomini che si liberano.

Domenico Galbiati