Draghi incontra a Washington Joe Biden e l’amministrazione americana da Capo del governo di un paese tradizionale alleato degli Stati Uniti, ma anche nelle vesti di leader europeo emergente. Accreditato, in tal senso, oltre che dalla propria autorevolezza, riconosciuta anche oltreoceano, da una vocazione europea che ha sempre contraddistinto l’Italia in modo schietto.

Scelta atlantica e scelta europea sono i due pilastri sui quali Alcide De Gasperi ha fondato la nostra collocazione internazionale che, con la Costituzione repubblicana, ha sostenuto un ruolo fondamentale per assicurare all’Italia quella franca esperienza di vita democratica che mai prima aveva conosciuto nella sua storia ed una lunga stagione di pace. Non va dimenticato che si tratta dei pilastri che anche le forze che li contrastarono duramente hanno dovuto, poi, assumere e fare propri. Cosicché rappresentano il saldo ancoraggio di un Paese che, per la sua stessa posizione geografica, e per essere stato collocato sulla prima linea della cosiddetta “cortina di ferro”, ha sostenuto per l’intero decorso del secondo dopoguerra una posizione rilevante nel mantenimento dell’equilibrio internazionale. Lo ha fatto ad interpretare il proprio ruolo – sia pure da paese sconfitto militarmente e fattosi, con la vergogna delle leggi razziali, responsabile morale della più sciagurata e criminale stagione della storia europea – non così supinamente, come la vulgata corrente tende a far credere. Ed ha continuato soprattutto grazie ad Aldo Moro – di cui oggi ricordiamo la tragica scomparsa – secondo la consapevolezza della propria presenza mediterranea e ricercando, sul piano strettamente politico, quegli equilibri più avanzati che hanno rappresentato un momento significativo per il superamento, si potrebbe dire, del versante “ideologico” della guerra fredda.

Ad una valutazione meno approssimativa, appena appena intellettualmente più onesta, si deve riconoscere che il nostro Paese, e la sua vicenda politica interna, hanno rappresentato un banco di prova ed un laboratorio emblematico in ordine a quella capacità di guardare oltre la storia contingente e nel cercare di cogliere quelle tendenziali linee di sviluppo di lungo termine, sulle quali soltanto è possibile ricercare mediazioni ricche di autentico valore politico, sia pure tra forze differenti o addirittura antitetiche e contrapposte.

Insomma, l’Italia e il suo vissuto politico-istituzionale, nell’età della cosiddetta “Prima repubblica”, rappresentano un sostanziale ed esemplare test anche in ordine a quel confronto tra paesi liberi e regimi totalitari che oggi rappresenta, a livello mondiale, lo scenario nel quale si pone la stessa lotta di resistenza del popolo ucraino. Draghi va alla Casa Bianca accompagnato da questa eredità.

Sul versante della fedeltà all’ideale europeo l’Italia non ha nulla da invidiare né alla Germania, pur sempre orientata anzitutto dai propri interessi nazionali, né alla Francia della “grandeur” e della “force de frappe” che forse, tra millantato credito ed una certa nuance sciovinista, sogna ancora un ruolo egemonico. Ad ogni modo, l’esame congiunto degli sviluppi della guerra brutale scatenata da Putin contro l’ Ucraina non può prescindere da una valutazione che riguardi un rapporto tra le due sponde dell’Atlantico sulla base del riconoscimento reciproco di una oggettiva articolazione dei rispettivi interessi; non necessariamente coincidenti, per quanto debbano essere fermamente consonanti sul piano della difesa della Democrazia.

Intanto, l’Europa, comunque la si giri, per quanto abbia dato prova, a dispetto di Mosca e di Pechino, di saper tenere la schiena dritta, non sembra ancora in grado di ballare da sola. Se intende affermare la propria sovranità, è chiamata a vincere almeno due sfide: il superamento della dipendenza energetica dalla Russia e la costruzione di una propria strategia di difesa e di sicurezza, ovviamente nel quadro dell’ Alleanza atlantica. Nulla e nessuno le impedirebbe, d’altra parte, se ne fosse capace, di avanzare fin d’ora una propria iniziativa politica e diplomatica, in ordine al conflitto ucraino, ovviamente senza regalare a Putin l’impressione di un sostanziale disallineamento del fronte occidentale.

La stessa NATO, del resto, tenuta a confermare il proprio ruolo di alleanza difensiva, anziché rattrappirsi in una strategia solo “militaresca”, dovrebbe studiare come adottare un ruolo di concorso alla creazione di un equilibrio internazionale fondato su un principio tale per cui “sviluppo” e “giustizia” vengano riconosciuti come i nuovi nomi della Pace.

Va riconosciuto a Mario Draghi il merito di avere rimesso l’Italia in partita anche sul piano europeo ed internazionale, al di là dei dilettanteschi accostamenti “putiniani” di Lega e 5 Stelle, corredati dalla entusiastica dabbenaggine della “via della seta”. Del resto, con tutta probabilità – o almeno c’è da augurarselo – non sfugge allo stesso Presidente del Consiglio come l’impegno politico, soprattutto per chi se ne faccia carico ai più alti livelli della responsabilità istituzionale, si trasforma talvolta in “destino”, perfino a dispetto della volontà soggettiva. Succede, cioè, che, soprattutto in frangenti particolarmente critici, il fatto di essere rivestiti di un ruolo pubblico, in un determinato momento cruciale per la collettività che si rappresenta e si serve, in un certo senso letteralmente “espropria” la persona della sua facoltà di determinarsi liberamente e l’asserve, se così si può dire, ad un compito che lo stato delle cose gli prescrive, in nome ed in funzione dell’interesse generale. Non si tratta, ovviamente, di un percorso, come dire, “eroico”, da “uomo del destino” nel senso deteriore del termine, ma piuttosto del cammino secondo cui, in un contesto di autentica democrazia, si forma una “leadership” in grado di associare
autorevolezza e rispetto integrale dell’ordinamento istituzionale e democratico.

“Leader”, infatti, non è chi si autoproclama o si accampa come tale, meno ancora chi ne mima il ruolo assumendo pose autoritarie, bensì chi si ritrova – talvolta addirittura a proprio dispetto – a dover sostenere un compito che il “risiko” degli eventi gli cuce addosso. E’ quel che è successo al Presidente Mattarella e potrebbe succedere – o sta già succedendo ? – a Mario Draghi, nella prospettiva dei prossimi anni.

Domenico Galbiati