(Idee da un libro sulla “economia percepita”)

Ecco una prima analisi sulle cause profonde che nel breve volgere di due anni hanno provocato la caduta dei consensi alle classi dirigenti che avevano governato l’uscita dalla grande crisi economica dl 2009.

E’ in un recente libro di Roberto Basso e Dino Pesole (“L’economia percepita” edito da Donzelli), due qualificati esperti di comunicazione che indagano a fondo le ragioni dell’avvento di populismi e sovranismi.

E’ accaduto in America con l’elezione di Trump, in Europa con la crescita dei partiti ostili al progetto comunitario, in Italia con l’esplosione di forze estranee alla democrazia liberale. Persino in Germania dove la Merkel ha visto iniziare la parabola discendente dei consensi.

Il caso italiano è eclatante. Il governo Renzi aveva portato la crescita del PIL nel 2017 al 1,6% e avviato riforme fondamentali per la governabilità. Dopo avere conseguito un risultato eccezionale nelle consultazioni europee, il partito di Renzi ha visto bocciate le riforme e dimezzati i voti a favore di partiti e movimenti che non facevano mistero di mettere in discussione la stessa democrazia rappresentativa e l’adesione all’Europa. Tutto questo solo nel 2018.

I due autori spiegano questo brusco “mainstream” dapprima con la ripresa non percepita dopo la lunga crisi economica del 2009. Sono rimaste la paura e l’insicurezza, accompagnate da una effettiva perdita di prospettive per i ceti medi e dall’aumento delle disuguaglianze che hanno trovato riscontro non solo in episodi sempre più marcati ma anche nella vita di tutti i giorni. Ma non basta.

E’ la stessa comunicazione dei fatti nell’era digitale, sempre meno oggettiva e sempre più caratterizzata da un ruolo che gli autori definiscono  ”ansiogeno”  da parte della stampa per non dire dei social media dove ormai tutto è messo in discussione. Se a ciò si aggiunge il ruolo ormai comprovato delle false notizie costruite e diffuse è facile immaginare l’insofferenza che si traduce anche nei profondi mutamenti del cittadino elettore.

L’analisi dei due autori va poi oltre la pur documentata constatazione dei fatti per investire direttamente la caduta di qualità dell’offerta politica dove prevalgono l’improvvisazione, la denuncia indiscriminata a tutto ciò che riguarda il passato e le proposte di soluzioni economiche  irrealizzabili eppure presentate come facili( basti pensare alla sconfitta della povertà, alla flat tax, al taglio del debito pubblico). Il tutto, in questo genere di offerte farlocche, con un malcelato rifiuto delle competenze, della conoscenza, del “conoscere per deliberare”.

Ecco allora le proposte politiche di facile presa anche se di impossibile realizzazione. Poco importa se prima o poi si dovranno misurare i risultati perché l’offerta politica dei populisti non è il futuro del paese ma piuttosto la prossima scadenza elettorale, sia essa quella per il Parlamento che per un semplice consiglio regionale.

Conclude il lavoro un capitolo propositivo: il cambiamento che pure c’è ed ha questa complessità si può governare. Basterebbe un giornalismo più preparato e competente, come pure una classe politica che  riconosca almeno che l’improvvisazione non è più ammissibile e torni a comprendere  la differenza tra ignoranza e competenza.

Viene peraltro da chiedersi se invece non fosse proprio il ritorno a una partecipazione elettorale più diffusa l’antidoto al prevalere dei populismi. Le recenti elezioni emiliane potrebbero avere aperto una speranza.

Guido Puccio

Immagine utilizzata: Pixabay