Lo “spettro che si aggira per l’Europa” non è più il comunismo, come sentenziava Carlo Marx, ma più banalmente il costo dell’energia.

Se ne sono accorti tutti: dal Consiglio Europeo che si riunisce in questi giorni, ai governi che temono strozzature nella ripresa economica, alle imprese, alle famiglie che vedono aumentare sensibilmente il costo dei consumi. In gioco c’è la produzione dell’energia elettrica, il funzionamento dei trasporti, la sanità,la produzione industriale, la vita di tutti.

Le fonti di energia fossili rappresentano ancora oltre il 70% del fabbisogno, mentre le cosiddette fonti alternative arrivano a poco più del venti. Inutile quindi farsi troppe illusioni sulla sostituzione nel medio termine: meglio guardare in faccia la realtà e cercare di convivere con i problemi che le risorse disponibili impongono.

Nel 2020 la fonte più utilizzata è stata il gas naturale, certo meno inquinante rispetto a olio e carbone. Il nostro Paese ne importa il 95% di tutto quello che utilizza e di conseguenza noi dipendiamo largamente dalle disponibilità, dal mercato e dalla politica.

Vediamo rapidamente queste tre dipendenze.

1 Le disponibilità. Oggi sono ancora abbondanti. I primi dodici Paesi produttori di gas naturale hanno esportato nel 2020 mille miliardi di metri cubi di gas naturale (fonte CIA World Factbook) la metà dei quali da parte di soli tre Paesi: la Russia, il Qatar e la Norvegia.

L’estrazione del gas si avvale  di tecniche avanzatissime: dai giacimenti, anche sui fondali marini, si estrae oil, gas, acqua e condensati. Il gas è convogliato attraverso pipe-lines a impianti e serbatoi a bassa temperatura che lo riducono allo stato liquido e da qui, attraverso sempre pipe-lines o navi metaniere, è trasportato nel mondo e reso disponibile come fonte energetica. Non del tutto priva del famigerato CO2, ma meno inquinante rispetto a petrolio e carbone. Tanto per dare una idea, quasi la metà delle nostre centrali elettriche sono alimentate a gas naturale.

2 Il mercato.  Il mercato è naturalmente dominato dai grandi produttori che rappresentano la domanda e il principale tra questi è per larga parte la Russia. Basta osservare una cartina geografica per capire il ruolo delle grandi reti di trasporto che partono dalle grandi pianure russe. Solo tra le più recenti, la “Nord Stream 2”  raddoppia la analoga già esistente, corre sotto il Baltico e si collega con la Germania, mentre la “Power Siberia” trasporta il gas  per tremila chilometri dal lago Baikal alla Cina.

Naturalmente la quantità di prodotto sul mercato, e quindi il prezzo, sono determinati dalla offerta che tiene in conto in primo luogo il proprio interesse.

Come in tutti i mercati non mancano certo i rischi speculativi , in particolare sulle previsioni, sulle aspettative di domanda e su tutto quanto può determinare le variazioni dei prezzi nel tempo( i futures ) ma è la quantità immessa che influenza il prezzo.

Il violento aumento del prezzo del gas che si è verificato negli ultimi mesi è però in larga parte dovuto alla fortissima richiesta dei Paesi asiatici dove la ripresa economica è decollata prima che in Europa. In un primo tempo il prezzo si è addirittura triplicato solo su quel mercato ma nell’ultimo semestre l’aumento è stato trascinato al rialzo anche sul mercato europeo.

3 La politica. Non è certo estranea a quanto accade. La Russia è il primo esportatore al mondo in virtù degli immensi giacimenti di cui dispone e l’economia europea, Germania e Italia in testa, dipende già in larga parte dal gas naturale russo.

Il confronto politico, a volte aspro, che ha accompagnato le decisioni di raddoppiare le grandi reti si è acceso per le perplessità degli americani nel constatare la dipendenza europea dalle forniture russe.  La Russia  non può certo rinunciare a valorizzare questa risorsa che sostiene il suo export, né si può  escludere che l’abilità di Putin non consideri questo potenziale vantaggio anche in termini di strategia politica.

Anche nel Mediterraneo esistono giacimenti di gas naturale che opportunamente sfruttati limiterebbero la nostra dipendenza. Vi stanno già lavorando Grecia, Turchia, Egitto, Israele, Giordania e persino il Libano. Nel mare Adriatico, che è pure Mediterraneo, anche la Croazia è in corsa: l’Italia no. Per noi esiste una sorta di divieto che ci siamo imposti da soli ad esplorare e produrre combustibili fossili anche se a meno di cento chilometri dalle nostre coste, lo fanno gli altri.

Ecco perché contano le disponibilità, il mercato e purtroppo anche la politica.

Guido Puccio