L’astensionismo galoppante degli ultimi anni è anche l’esito di un’asportazione chirurgica, dal cuore e dalla mente del Paese, della “politica”, intesa nella sua nuda essenza, a prescindere da ogni determinazione di parte. Il che ha dato un rilevante concorso ad una vera e propria crisi dello spirito e del tenore della cittadinanza, componendo in una sorta di cornice che dia conto ed, infine, a maggior ragione, giustifichi le differenti con-cause da cui trae origine.

E’ nella fatidica metà degli anni ‘90 – tre decenni or sono e non è poco – che al default dei partiti della “prima repubblica”, si risponde seminando, a larghe manciate, una politica “nuova” che contiene in sé il germe della sua dissoluzione – cui oggi assistiamo – nella misura in cui la si vorrebbe fondare esattamente sulla sua negazione, cioè sulla rivendicazione dell’ “antipolitica”.

Respiriamo una miscela tossica di individualismo e di relativismo, tale per cui non esiste più un’unità di misura rappresentata dall’orientamento – condiviso da tutti, pur nella dissonanza delle sue forme – ad un ideale “bene comune”. Il sistema politico-istituzionale non è stato più in grado di portare a sintesi e comporre nell’interesse generale del Paese, la pluralità, di per sé fisiologica, dei mille interessi particolari che abbandonati, ciascuno, alla propria dinamica, fanno a brandelli ogni possibile orizzonte comune.

S’impone la brama dell’affermazione personale, la rincorsa al successo, inteso come capacità di prevalere sull’altro.
La politica smarrisce quel tanto di verità che pur le appartiene e si dissolve nella sua opinabilità controversa.
La coesione sociale viene meno e nelle smagliature delle relazioni cresce un’ “egoità”, un tale accentramento su di sé delle ragioni per cui valga la pena vivere, da non lasciare spazio all’ “altro”. Senonché, “uno su mille “ ce la fa ed, in questo feroce processo di “selezione sociale” darwiniana, primeggiano i vincitori e gli altri, sconfitti, si accomodano al meglio nella sia pure dorata frustrazione di una “mediocritas” amara ed accidiosa.

Si ha un bel dire di asili-nido, servizi per l’infanzia, conciliazione “casa-lavoro”. Ottime cose che possono scalfire il processo di denatalità e migliorare, quel po’, il tasso di natalità. Eppure, il crollo delle nascite dipende, pur sempre, dal fatto che manca lo spazio vitale, il luogo psichico e mentale in cui collocare quell’ “altro da sé’” che pure il figlio rappresenta, ad un tempo desiderio e pietra d’inciampo, impegno severo che se, per un verso, gratifica e riempie la vita, per altro le impone una radicale trasformazione, ed un onere che si dubita perfino di poter reggere.

La politica non è più un bastimento capace di solcare e domare le acque di un mare tempestoso, ma, piuttosto, una zattera schiaffeggiata dalle onde e, sospinta, suo malgrado, da venti che la mandano alla deriva. A quel punto, per molti elettori, l’astensione dal voto diventa, addirittura, un gesto di liberazione, un aprire finalmente gli occhi ed un chiamarsi fuori, un disincanto dai bizantinismi contorti di una politica impotente eppure, nel contempo, supponente.

Senonché, la libertà non è l’ostentazione stentorea della propria, autoreferenziale soggettività, silipsistica e sovrana. Vive, al contrario, solo nella vastità e nella reciprocità, la più larga possibile, delle interazioni personali, mediate dalle mille forme associative attraverso cui l’individuo, via via, si riconosce persona. In sostanza, quando la politica si involve e si rattrappisce su di sé, anche la libertà declina. A conferma del rapporto necessario e vitale tra le due.

Non c’è politica che sia degna della nobiltà intrinseca che le appartiene se non è orientata allo sviluppo della libertà. E non c’è libertà se non nell’accogliere e nel donare, in un contesto relazioni che si incrociano e si compongono in una ricerca comune del senso compiuto della vita. Con il che risalire la china dell’astensionismo non e operazione né semplice, tanto meno di breve momento.

Richiede una riconversione morale ed ideale, dello spirito del tempo e della cultura e solo poi politica che non può prendere le mosse se non dal punto di caduta di cui si diceva all’inizio. Non vi sarebbe via d’uscita se non, in vista della consultazione politica generale che ci attende, attraverso un impegno comune di tutte le forze – congiuntamente destra e sinistra – a svestire i panni delle proprie ideologie ossificate per restituire alla politica il respiro e la freschezza, il coraggio del futuro e la speranza, il sentimento di attesa e di fiducia che ne ricostruiscano la credibilità largamente smarrita. Poiché ben difficilmente ciò avverrà, a maggior ragione è urgente mettere in campo ed offrire agli elettori un’opzione politica autonoma ed alternativa. Che si avvalga – a cominciare da una nuova e differente concezione di cosa debba essere un “partito” – di strumenti che ridiano smalto ad una rinnovata passione civile ed al sentimento della personale responsabilità sociale e politica, che ognuno ha nei confronti del destino del proprio Paese.

Domenico Galbiati

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