Un piano per l’Africa, nel nome di Enrico Mattei. Si tratta di un punto programmatico avanzato da Giorgia Meloni all’ insediamento del governo e ripreso in questi giorni, cui si deve guardare con grande interesse. Finora non è nulla più che un annuncio, ma, a suo modo, suggestivo, che richiama alla memoria una stagione importante dell’iniziativa politica e diplomatica di un’Italia che, schiacciata dalla guerra, seppe – soprattutto grazie alla lungimiranza di un uomo straordinario, partigiano cattolico ed imprenditore – assumere nel Mediterraneo un ruolo da protagonista, giocato, si potrebbe dire, con spregiudicato equilibrio.

Con “equilibrio”, in quanto l’azione di Mattei, per quanto fortemente caratterizzata dalla sua prorompente personalità, s’inscriveva nell’orientamento complessivo di apertura ai Paesi mediterranei che caratterizzava e continuerà a caratterizzare la politica estera italiana. Con “spregiudicatezza” nella misura in cui attestava la capacità di un Paese sconfitto di rivendicare, contro i poteri forti e coalizzati del cartello petrolifero, per quanto tutelati politicamente dalla loro appartenenza d’oltreoceano, una autonomia di valore strategico, ma anche civile e morale che, non a caso, Mattei pagherà con la vita. Infatti, affrontava fin d’allora il nodo centrale per la crescita di un Paese che, in ambito energetico, era ed è necessariamente dipendente da altri. Un tema talmente vitale che, non a caso, esplode oggi in modo talmente violento.

Nel contempo – Mattei non era affatto solo un “tecnico”, ma, anzitutto, un uomo politico, capace di una visione coraggiosa e prospettica delle sviluppo dell’ Italia e delle sue relazioni internazionali – coglieva un altro nodo talmente essenziale che ha continuato ad essere ed è tuttora al centro della controversia politica, quello del rapporto con il Medio Oriente ed il mondo islamico. Ma non è qui il punto.

La proposta avanzata da Meloni è – almeno potenzialmente, salvo verificare come verrà articolata – rilevante nella misura in cui segnala la necessità di un rapporto strutturato di collaborazione tra Europa ed Africa, che non si limiti al contenimento delle migrazioni, ma abbia un più ampio valore strategico e presupponga, pertanto, una lettura “mediterranea” dell’ Europa, fin qui del tutto carente.

Il Presidente Moro, come su queste pagine è stato più volte ricordato in tempi non sospetti, affermava che tutto il Mediterraneo è in Europa, perché tutta l’Europa è nel Mediterraneo. Affermazione quest’ultima di grande respiro geo-politico e soprattutto storico e culturale, che affonda le sue radici nello straordinario sovrapporsi di civiltà che, dall’una all’altra delle due sponde, hanno visto il Mediterraneo quale protagonista.

Un’Europa che fosse incentrata esclusivamente sull’ asse franco-tedesco e sul blocco continentale di nord-est, proiettato verso i Paesi di più recente adesione all’Unione Europea, sarebbe un’Europa monca, incapace di delineare un cammino che, assumendo l’originalità della sua storia, le consenta di elaborare una concezione chiara del ruolo che le compete sul piano complessivo dell’equilibrio mondiale.

Abbiamo bisogno – e ci sembra, se abbiamo inteso bene, che, in tal senso si muova la proposta di Giorgia Meloni – di quello che, più volte, sulle pagine di Politica Insieme, ben prima del 25 settembre, abbiamo sbrigativamente chiamato “aggregato euro-africano”. Argomento cui abbiamo dedicato almeno tre webinar, in particolare promossi da Maurizio Cotta e Roberto Pertile, evocando la necessità che l’Europa, dopo aver colonizzato l’Africa – e pur scontando la difficoltà e la diffidenza che da tale pregressa storia consegue – in un certo senso adotti l’Africa o meglio la accompagni secondo una strategia di sviluppo che sia sinergica alle due sponde del Mare Nostrum.

Mai, come in questa accezione, “mare tra le terre”, luogo definito dalla sua funzione di asse di comunicazione e di confronto tra le grandi civiltà che hanno dato un orientamento di senso compiuto alla vicenda umana. Mare interno, si potrebbe dire, quasi fosse un grande lago che sta nel cuore della composizione territoriale di due continenti che, da Nord a Sud del globo, occupano uno spicchio del pianeta ed alludono, appunto, ad una direttrice di relazioni e di sviluppo che integra la tradizionale dinamica Est-Ovest e le ponga pure come alternativa.

Del resto, se regalassimo l’Africa alla Cina oppure ad altri poteri extra-regionali e concorrenti, ivi compreso, quello americano, non solo ne scalpiterebbe l’Europa, ma soprattutto verrebbero dissipate le risorse e la specificità storica e culturale di quello straordinario bacino di umanità rappresentato dal cosiddetto “continente nero”. Per questo, ci sembra giusto attendere di capire come il governo in carica intenda definire puntualmente il preannunciato “Piano Mattei” per l’Africa.

Domenico Galbiati