Una parte dell’intervento di Giorgia Meloni in Parlamento avrebbe potuto essere condivisa. Ma giunge troppo tardi. Ha avuto bisogno di attendere giorni e giorni prima di sintonizzarsi con i sentimenti degli italiani. E adoperando un lessico che lascia spazio, comunque, ad ampi margini di opinabilità ed incertezza.
Una opinabilità ed incertezza particolarmente evidenti quando Giorgia Meloni ha parlato dell’Europa. Con sullo sfondo gli ostacoli che essa stessa continua a disseminare sulla strada utile a raggiungere una dimensione federale per lasciare intatto, invece, il potere di veto e il ruolo condizionante dei singoli governi e delle loro maggioranze temporanee. E al momento, quella italiana impedisce ogni evoluzione verso quella Europa e, al tempo stesso, accusa l’Europa che c’è di inconsistenza.
Ha parlato poi di coesione nazionale necessaria in uno dei momenti più critici degli ultimi decenni. Ma non l’abbiamo vista chiamare gli esponenti di tutte le forze politiche a Palazzo Chigi nell’immediatezza del furioso attacco israeliano americano contro uno stato sovrano, per quanto criticabile e da vedere con sospetto. A maggior ragione, in mancanza di un esplicito voto delle Nazioni Unite. Le quali, semmai, hanno duramente criticato – per bocca del segretario generale Antonio Guterres – l’aggressione in atto. Nazioni Unite che parlano esplicitamente di atti contrari al Diritto internazionale e non – come ha fatto la nostra Presidente del Consiglio – di un qualcosa che va oltre “il perimetro” di esso. Formula vaga e tremebonda per non dire chiaramente come vanno le cose. Come vaga, e scontata, visto che è sotto gli occhi di tutti, la sua constatazione di “una evidente crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali, e al venir meno di un ordine mondiale condiviso”.
E suona inadeguato, fatto quasi per rispettare le forme, e poco credibile, che adesso, con la benzina che rischia di arrivare a tre euro al litro, chieda la coesione ed il superamento delle polemiche giacché il suo Governo è sempre stato fonte e motivo – ricercato deliberatamente – di divisione. Parlare di coesione – quando è mancato qualunque gesto in tal senso, che non poteva che venire preventivamente dall’Esecutivo – nel momento in cui si è messa l’elmetto ed è scesa in trincea anche sulla questione della Magistratura, non ha molta credibilità. E così, parlando di coesione, ha pensato giusto tornare a polemizzare con i giudici in un contesto in cui poteva benissimo evitare di farlo. Da sola ha dato la stura ai dubbi sulla sua sincerità.
Sono i rischi che si corrono coccolando le proprio origini – “la ragazza della Garbatella” – e dando prova di quanto l’esperienza maturata alla guida del Governo non sia finita in modo da darci una “statista”. Nel nostro piccolo avevamo scritto più volte sulla deriva e le conseguenze del suo modo di governare e di parlare. Perché sarebbe sempre potuto arrivare il momento in cui fosse necessario ritrovare le ragioni profonde di una vera unità nazionale. Lei ha minato – e continua a minare – gran parte di questo terreno impervio, ma su cui un intero Paese potrebbe scoprire la necessità di doversi muovere in maniera compatta. Un’altra occasione persa!
Il suo discorso è stato lacunoso anche su altri due punti. Il primo, per la reticenza, il secondo, per il completo silenzio. Uno è quello molto opaco degli aiuti forniti agli aggressori. Sappiamo bene il ruolo che stanno svolgendo le basi di Aviano e di Sigonella anche in questo conflitto. E del più generale sostegno “tecnico -logistico” fornito agli americani che dall’Italia fanno partire i loro droni di intelligence e di preparazione dei bombardamenti. Non è che ci sia bisogno di attendere che ci venga richiesto di far decollare i caccia bombardieri o vedere sparare missili dal nostro territorio…
Vi è poi il taciuto. Su di un qualcosa che non è secondario e distinto rispetto alla vicenda iraniana. Cioè, quanto accade in Libano e in Cisgiordania. Intervenire – soprattutto in questo contesto – su queste altrettanto decisive violazioni del Diritto internazionale, e sui massacri e distruzioni in atto a danno di un popolo e di un paese nostro amico, qual è quello dei Cedri – avrebbe significato entrare direttamente in rotta di collisione con il suo alleato politico Benjamin Netanyahu, oltre con l’altro suo alleato d’oltre Oceano, Donald Trump. E in Libano, Israele è in lotta con tutte le etnie e con tutte le altre religioni.
Giorgia Meloni non ha speso una parola sui villaggi cristiani oggetto della stessa crudele azione militare giustificata con la guerra a Hezbollah. Non una parola contro i colpi esplosi a danno delle truppe Unifil presenti nel sud del Libano, e di nuovo sotto il comando italiano. Non una parola contro l’uccisione di Padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa. Parlarne avrebbe voluto dire riconoscere che l’azione in Libano è una guerra contro tutto il Libano e i libanesi. E ne riparleremo se diventasse realtà il rischio imminente di vederci riversare in casa migliaia e migliaia di profughi di quel paese. Tra di loro molti cristiani. Grave che le opposizioni abbiano anch’esse ignorato questi aspetti e che, al riguardo, non ne abbiano chiesto conto.
E Giorgia Meloni sa molto bene che questa vicenda apre un capitolo che fa parte integrante del bombardamento dell’Iran. Perché quando si sarà dissipato il fumo dall’odore acre di carne umana che viene dal Vicino Oriente – sia perché l’Iran ceda, sia perché invece sarà costretto a cedere Donald Trump – resteranno agli atti l’espropriazione da parte dell’Israele di Netanyahu dell’intera Cisgiordania, la cancellazione del popolo palestinese e l’occupazione di larghe parti del Libano meridionale. Scopriremo allora che questa guerra è stata concepita ed avviata solo per raggiungere questi risultati, o che, comunque, questo sarà l’unico risultato di questa dissennata guerra?
Giancarlo Infante