E’ ricorso ieri il settantesimo anniversario – 1 dicembre 1955 – del rifiuto di Rosa Parks, afroamericana, di cedere il posto in autobus ad un bianco. Successe a Montgomery, capitale dell’ Alabama.

E’ un episodio che rimarrà impresso nella storia americana. Rosa si rivolse a Martin Luther King. Otto anni prima di quel 28 agosto 1963, in cui, davanti al Lincoln Memorial di Washington, Martin Luther King sfidò l’ America segregazionista con il celeberrimo discorso in cui evocava il suo “sogno” di un’ altra America. Lo stesso anno in cui, solo tre mesi dopo – ricorrevano 62 anni, lo scorso sabato 22 novembre – John Kennedy venne assassinato a Dallas.

Il Presidente che nel 1962, inviò ad Oxford, capitale del Mississippi, forze federali e statali perché uno studente nero potesse entrare in quell’ università, scortato da funzionari del Dipartimento di Giustizia.

Dopo John, solo cinque anni dopo, l’ assassinio di Robert Kennedy fece calare il sipario su quella stagione della “nuova frontiera” che molti di noi – nell’ entusiasmo e, pure, nell’ ingenuità dei nostri quindici-vent’ anni – avevamo sicuramente sublimato ed enfatizzato, eppure fu davvero una stagione di speranza.

La possibile alba di un mondo nuovo che non c’è stato. La morte di John Kennedy è ancora viva nella memoria di chi allora, non ancora ventenni, si avvicinava alla politica, anzi idealmente ci stava già dentro e cominciava a vederci più chiaro, via via estraeva dal magma degli eventi qualche prima chiave di lettura, qualche iniziale categoria che consentisse di ordinare la materia ed intuirne almeno alcuni snodi fondamentali.

Gli scritti di Aldo Moro, letti due volte o anche tre, infine – contro la vulgata corrente che lo descriveva involuto ed indecifrabile – risultavano chiari ed illuminanti, capaci di aderire ad una complessità fin da allora crescente, senza ricorrere a semplificazioni che la snaturassero, ma, piuttosto, dando conto, sostanzialmente, della domanda di nuova libertà che vi si accompagnava.

Erano gli anni del Muro di Berlino e della drammatica crisi dei missili sovietici a Cuba, gli anni dei “due Giovanni”, del Concilio e della “Pacem in Terris”. Erano gli anni in cui Papa Giovanni riceveva in Vaticano il genero di Kruscev, Alexei Adjubei, accompagnato dalla moglie ed invitava a distinguere tra l’ errante e l’ errore. Gli anni di Paolo VI e della “ostpolitik”vaticana, giudata da Agostino Casaroli. Gli anni della “Octangesima Adveniens” e della “Populorum Progressio”. Momenti di una Chiesa coraggiosa che anticipava intuizioni ed indirizzi che aprivano la strada ad una riflessione politica avanzata, che cercava di anticipare il tempo nuovo che si sentiva, pur confusamente, premere alle porte.

Era allora ricorrente il richiamo ai “segni del tempo”, l’ attenzione a cogliere la proiezione sui tempi lunghi di tratti culturali o sommovimenti sociali appena accennati, preannuncio o profezia di sviluppi destinati a segnare la vicenda umana Lo stesso Concilio, più di ogni altra cosa, era il più chiaro ed espressivo segno del tempo. Da allora, purtroppo, non parliamo più di “segni del tempo”. Non ne siamo più capaci.

La globalizzazione ha profondamente alterato la nostra percezione dello spazio e del tempo. La conseguenza è che abbiamo smarrito, potremmo dire, la visione binoculare della storia. Non siamo, cioè, più in grado di apprezzare la profondità, la durata e l’ estensione dei processi, il loro dispiegarsi nel tempo e nello spazio.

Siamo rattrappiti nell’ istantaneità del momento ed anche per questo non siamo capaci di darci una visione. Manca il luogo spazio-temporale in cui collocare un progetto, un’attesa, una speranza, un futuro accattivante che spetti a noi costruire.

Domenico Galbiati

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