Si tratta di un farmaco antimalarico che associato, come leggo in una rivista, ad un antibiotico dal nome altrettanto oscuro potrebbe guarire gli ammalati da coronavirus. Perché io accordi a questa informazione molta più fiducia di quella che riservo alle molteplici ricette sul risanamento economico e sulla ripresa post pandemica, disperse in formati di ogni genere, da quelli giornalistici a quelli più o meno divulgativo-scientifici, mi è divenuto all’improvviso chiaro. Perché, sul primo fronte di difesa operano degli scienziati, certo in parte sostenuti o orientati dalla prospettiva del successo, ma, in larga parte votati alla tutela della salute. Sul secondo, mi accorgo che operano cattivi interpreti degli interessi generali. Come Robert A. Dahl fa dire ad uno dei suoi interpreti di un dialogo sulla ricerca del bene comune, anche a mio avviso “Rousseau non credeva che i cittadini avrebbero cercato di conseguire il bene comune per puro altruismo. La loro aspirazione al bene comune deriva invece dalla fortunata coincidenza tra il loro egoismo illuminato e il benessere di tutti”.

Allora, il punto è se dobbiamo accontentarci di una casualità oppure cercare di partecipare alle decisioni collettive, nazionali e internazionali, tanto nella identificazione dei fini quanto nelle modalità da utilizzare, concretamente, per raggiungerli.

Dobbiamo essere consapevoli, e certamente lo siamo noi che abbiamo costruito il Manifesto di Politica Insieme ( CLICCA QUI )molto prima dell’irruzione della pandemia, che siamo chiamati ad operare in una fase storica nella quale, come ha ben detto Carlo Ranucci nel suo  commento di ieri ( CLICCA QUI ), la tenuta morale individuale e collettiva si è molto indebolita, quando non dissolta.

In questa fase s’è manifestato in tutta la sua virulenza, in Italia come nel resto del mondo, un fenomeno che non esito a definire “pretorianesimo” dell’immagine, della comunicazione, della politica della corruzione. Sappiamo cosa si intende per pretorianesimo. È un termine coniato per identificare un tempo, nella storia romana, quella imperiale in particolare, in cui i militari creavano e distruggevano gli imperatori. La uso perché questo è il tempo in cui i proprietari della comunicazione entrano nelle democrazie, magari ne diventano padroni, per certo le condizionano scegliendo intere classi politiche per decretarne poi la fine, sempre in assenza di limiti democratici e di fini generali.

Non sembri una citazione dottorale. È semplicemente un invito alla cautela nella scelta della propria rappresentanza, nella selezione dei mezzi da mettere in campo, nel discernimento necessario alle scelte ultime delle persone e dei corpi sociali. È un allarme da condividere quando è facile constatare l’irruzione, nella crisi aperta nel mondo dalla pandemia, da schiere di Napoleoni, da bande di ciarlatani, le une e le altre pericolose per i destini di tutti noi.

Vengo al punto. Intanto, è necessario identificare la natura della crisi. Qualcuno l’accosta ad una guerra, qualcun altro ad una crisi economica. Le due tesi non solo non convincono ma sono infondate. Manca, nella crisi pandemica, salve alcune strampalate tesi complottiste, la riferibilità ad una parte contro tutte le altre. Mi soffermo su questo aspetto che mi pare cruciale. Nelle guerre, fermi i giudizi della storia sulle responsabilità, lo schema identificativo, lo schema organizzativo è quello di alcuni contro altri. Paesi contro paesi. Nelle crisi economiche, compresa quella considerata violenta quanto una guerra del 2008, lo schema identificativo, lo schema organizzativo è identico a quello applicabile ad una guerra. Alcuni hanno colpito altri determinando lutti e danni economici d’ogni genere. Strutture economiche contro strutture economiche.

Veniamo alla pandemia. Possiamo forse dire che si tratta di una lotta di alcuni contro gli altri? O è intuitivo, lapalissiano, necessario, ineludibile dire che tutti, in tutto il mondo, paesi, persone, strutture economiche e sociali stanno dalla stessa parte, tutti contro la pandemia. Certo, non ci si deve accontentare, in questa fase di segni esteriori quasi scontati, aerei che partono con mascherine e respiratori, scambi di medici, reciproche condoglianza.

Se la fine della lotta alla pandemia è comune, se miracolosamente identifica un interesse generale, addirittura globale, allora non deve abbassarsi la guardia sui modi con i quali una guerra di tutti contro uno, di tutti gli uomini contro un virus, possa generare modi di soluzione del problema che avvantaggino qualcuno in danno di tutti gli altri.

Questa è la risposta politica che deve essere resa disponibile dalle classi dirigenti nazionali e internazionali per rassicurare il mondo sul fatto che la pandemia non sarà l’occasione per instaurare nuovi modi di violazione dei diritti umani, economici e sociali, per avviare i motori di una guerra di tutti contro tutti.

Ma la conclusione a cui più tengo è la seguente: se la pandemia è di tutti, la soluzione di tutti i problemi che crea è in capo a tutti. Da noi, come in Europa, registriamo risposte burocratiche, qualcuno le definisce tecnocratiche, per me si tratta di risposte gravemente colpevoli, indici di una chiara mancanza di intelligenza politica ed economica. Se la pandemia riguarda  tutti, allora questi burocrati, questi tecnocrati debbono essere in grado di isolarla e trattarla indipendentemente da ciò che era prima che essa insorgesse. Mi spiego meglio. Risalire il disastro economico e sociale addebitabile con certezza alla pandemia è dovere dell’intero consorzio umano nelle sue proiezioni rappresentative ed istituzionali, attraverso l’attrezzatura di un recinto dal quale restano fuori tutte le problematiche preesistenti ad essa. Un recinto nel quale si faccia applicazione sagace dell’enorme potenziale della tecnologia informatica per mettere in campo tutti i necessari strumenti destinati a riprodurre con esattezza scientifica quale fosse la situazione dei paesi al tempo zero dello scoppio della pandemia. E magari, far lezione di nuove conoscenze, per intervenire su quella situazione aggiustandola, come si sarebbe dovuto fare se nel mondo fosse esistita la giustizia sociale.

E, in ogni caso, non sfuggirà a coloro che rifuggono dal cadere preda di ogni napoleonismo, che le forze politiche serie, in Italia come all’estero, e in Europa, certamente quelle cristianamente ispirate che oggi rappresentano con chiarezza un riferimento costruttivo per il futuro, che le forze politiche serie non approfitteranno per puntualizzare i debiti pubblici preesistenti la pandemia e, in condizioni di reciprocità, sul piano interno e su quello esterno, costruiranno i riferimenti quantitativi, volumi di credito, e qualitativi, modalità di impiego, tali da impedire ogni approfittamento da parte di chicchessia, persona, paese, centro economico.

Non che non vi siano difficoltà. Ne siamo tutti consapevoli. E però resta chiaro che l’intervento pubblico e il finanziamento dell’economia da riversare verso chi organizza risorse e produce ricchezza, quella ricchezza espressa in valore aggiunto che servirà al ripiano delle enormi spese da pandemia, quelle per intenderci appartenenti ai bilanci della pandemia, nazionali, europei ed internazionali, avranno entrambi, spesa pubblica investimenti privati, regole gestionali trasparenti ed innovative. Per certo, contrasteranno il dumping sociale non indulgeranno al canto delle sirene della massimizzazione del profitto ad ogni costo, via via delocalizzando e marginalizzando la persona. Le spese pubbliche della pandemia produrranno la correzione di “una globalizzazione dell’economia accettata senza la necessaria graduazione” per usare le parole illuminate di Giulio Prosperetti.

Mi piace, a questo punto, introdurre una considerazione che molto assomiglia a quella espressa dalla professoressa Mariana Mazzucato, giorni fa sul quotidiano “la Repubblica”. La professoressa annotava che “i governi nazionali hanno anche il dovere enorme di plasmare i mercati orientando l’innovazione alla risoluzione di obiettivi pubblici”. Io non credo che, con rare eccezioni, i governi siano in grado di farlo. Troppo piccoli, anche quelli più grandi, per stabilire obiettivi pubblici globali. Mentre, credo che il bilancio della pandemia, da misurarsi in centinaia di miliardi, se non in miliardi di miliardi di dollari o di euro, se dotato di una centrale di comando unitaria, facile a rappresentarsi difficile da realizzare, potrebbe effettivamente plasmare i mercati. Orientarli verso obiettivi pubblici globali, verso un bene comune globale che comprendesse obiettivi di pace, di giustizia e di prosperità.

Diversamente da Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli, Enrico Letta, e senza dare per scontato che la gestione del “bilancio pubblico”della pandemia debba avere dimensione europea, anche se questa appare la più consona dal punto di vista della semplicità gestionale, ritengo che l’organismo ad hoc cui dare in affidamento l’intero pacchetto di finanziamento e spesa, verosimilmente per alcuni decenni, non debba essere contaminato da nessuna delle istituzioni esistenti, che hanno prassi, uomini, procedure, tutti sagomati in concordanza di fase con altre finalità europee. I nostri scienziati, né in sei mesi né in tre, ma in 30 giorni, affluendo da ogni parte del mondo, come affluiscono i medici e gli infermieri e i volontari al capezzale di chi è stato colpito dal virus, debbono progettare e costruire un organismo di gestione terzo ed imparziale, corrispondente ad un modello organizzativo dichiarato e trasparente, per la gestione del debito pubblico necessario a sostenere l’economia per il fine di azzerare i danni provocati dalla pandemia.

Si tratta di un organismo al quale mi piace collegare una caratteristica assegnata da Luigi Einaudi, in Assemblea Costituente, alla cooperazione e ai cooperatori, quella di essere esempio di probità, di apostolato e di eroismo. Perché questo riferimento ai cooperatori? Risposta è obbligata, perché quell’organismo di gestione del debito pubblico della pandemia avrà il crisma della cooperazione, non distribuirà  utili, aiuterà a costruire ricchezza e  lavoro. Sarà assoggettato ad un controllo feroce su come resterà fedele ai compiti assegnati.

Questa la partita dell’avere. Ma c’è una partita del dare. Io l’ho desunta dalla lezione trasmessaci dal farsi della nostra Costituzione. Non basta accontentarsi di leggere gli articoli del titolo III, sui rapporti economici.

Sbadatamente, vi facciamo riferimento, io per primo, senza rinnovare la memoria di ciò che essi hanno prodotto allora e lasciato in eredità per l’oggi al fine di renderci fieri di essere italiani, di condividere un patto sociale originario, del quale certo l’ispirazione cristiana si è fatta sentire al pari di altre ispirazioni orientate alla persona seppure con altra intonazione.

Noi amiamo le  libertà costituzionali, amiamo la libertà dell’iniziativa economica privata, amiamo il diritto di proprietà. Ma non possiamo non amare il fatto che la nostra Costituzione non ci abbia lasciati in balia dell’individualismo più sfrenato. Iniziativa economica e proprietà si leggono insieme, si reggono insieme, a utilità sociale, coordinamento a fini sociali, limiti sociali funzionali.

Con le parole di un padre costituente, Dominedò, i democristiani di allora si riconobbero in questa radice culturale: “desidero precisare che intanto noi consideriamo aderente alle esigenze di tutela della personalità umana il riconoscimento del diritto di proprietà e del diritto di libera iniziativa, in quanto queste espressioni della forza creatrice del singolo risultino ad un tempo a vantaggio e al servigio di quella collettività, della quale la personalità fa parte viva, inscindibile ed integrale. Lo spirito di questa parte del titolo finisce, quindi, per essere precisamente quello di determinare un con temperamento fra le esigenze della proprietà e della socialità, dell’individualità e della collettività”. Per parte loro, i comunisti, con Montagnana, affermavano:” noi vogliamo che la proprietà personale dei cittadini – purché non venga usata in modo contrario all’interesse sociale – sia, assieme al risparmio, tutelata dalla legge, e vogliamo pure che l’iniziativa dei privati – purché venga indirizzata nell’interesse della Nazione – sia aiutata e sollecitata.”

Tra neo statalisti, neo mercatisti, populisti d’ogni risma, ciascuno in cerca di rivincite o di effimera notorietà, l’unico messaggio vincente è quello solidaristico. I sacrifici che si dovranno fare saranno ripartiti su tutti. Non dovranno esserci extra profitti, né in termini retributivi né in termini di remunerazione del capitale. Come si è trovato un limite per le retribuzioni pubbliche, così dovrà trovarsi un limite per le remunerazioni private e per i profitti. Questo limitatamente all’attività economica che sarà prodotta attraverso il finanziamento da parte del bilancio pubblico della pandemia. Mi illudo, meglio ho la speranza che quel monito einaudiano secondo cui “la difficoltà intorno a cui invano si sono finora travagliate generazioni intere di studiosi è costituita da quello che, in linguaggio abbreviato, si dice essere il ponte fra l’utilità di un individuo e quella di ogni altro individuo”, trovi, finalmente, la sua risposta.

Infatti, e questo deve essere l’impegno di una nuova generazione di politici cristianamente ispirata, la configurazione dell’intervento pubblico d’origine straordinaria causato dalla pandemia, la gestione attraverso un centro di imputazione unitario del debito pubblico pandemico, non sospenderà la trasformazione dello Stato verso la quale intendiamo muovere. Anzi, la accelererà. E troverà il riferimento legale nella nostra Costituzione “capace di inserirsi soprattutto nella realtà del momento”, come ebbe a dire Gronchi.

Ci aspettiamo un legislatore del quale esser fieri: cosa gli chiediamo? Quello che faremmo noi: “di assicurare uno sviluppo delle attività economiche private costantemente programmato e coordinato alle altre non meno rilevanti esigenze della collettività”.

Usando del credito gratuito proveniente dal bilancio pubblico di origine eccezionale mi pare un limite accettabile. Altro che MES!

Alessandro Diotallevi

PS Forse sarebbe più appropriato il titolo: “Idrossiclorochinina e bene comune”.

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