Il ritorno delle culture politiche, un rinnovato impegno dei cattolici in politica e la riaffermazione di questo pensiero nella vita pubblica sono la precondizione essenziale per rinnovare la stessa politica italiana. Senza cultura politica non c’è alcuna possibilità di rilanciare la stessa partecipazione politica e, soprattutto, di rafforzare anche la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e la stessa efficacia dell’azione di governo. A cominciare dalla tradizione, dalla cultura, dalla storia, dal pensiero e dalla stessa prassi del cattolicesimo sociale. Un cattolicesimo sociale che, con altre sensibilità e altri apporti provenienti dalla cultura cattolica, ha storicamente rappresentato un contributo fondamentale ed essenziale per la difesa degli interessi e delle istanze dei ceti popolari e dei ceti meno abbienti. Perché, da sempre, 1l cattolicesimo sociale ha favorito un azione concreta des cattolici nella societa, nel sociale, nel politico, nella cultura e nei mondi vitali del nostro Paese. Dalla fine dell’Ottocento in poi, cioè dall’enciclica sociale Rerum Novarum promulgata il 15 maggio del 1891 da papa Leone XIII con la quale per la prima volta la Chiesa cattolica prese posizione in ordine alle questioni sociali e fondò la moderna «dottrina sociale» della Chiesa, il cattolicesimo sociale era e resta un asset fondamentale della cultura cattolica italiana. Un filone ideale che nel corso della storia democratica di questo Paese ha saputo innervare e arricchire l’intera cultura politica italiana; soprattutto nel campo sindacale e in quello politico.
Con una costante e marcata attenzione a tutto ciò che è riconducibile al sociale: dalla povertà alle reali condizioni di vita dei cetipopolari e degli ultimi; dalle crescenti disuguaglianze sociali alle enormi disparità nell’accesso ai servizi essenziali delle persone.Insomma, il cattolicesimo sociale è, da sempre, particolarmente sensibile a quella che comunemente viene definita come «que-stione sociale». Perché la sua specificità è quella di partire dai problemi reali che attraversano e coinvolgono le persone, soprattutto quelle più fragili, e costruire al contempo soluzioni concrete. Sul terreno sociale, cioè il sindacato, e su quello politico, cioè i partiti e i movimenti politici. Ed è proprio sotto questo versante, come ho cercato di richiamare e di evidenziare in questa pubblicazione, che il cattolicesimo sociale resta la molla decisiva per l’impegno dei cattolici nel sindacato e nella politica. E, nel caso specifico, nella Cisl e nella sinistra sociale di ispirazione cristiana. E sono proprio il ruolo, la mission e la funzione specifica di un sindacato come la Cisl che possono ridare fiducia e speranza al patrimonio del cattolicesimo sociale. Un sindacato libero e autonomo che affonda le sue storiche radici culturali e ideali nel pensiero e nella tradizione del cattolicesimo sociale e che, al contempo, esalta i caposaldi di quello che continua a essere un sindacato moderno.Ovvero, autonomia dalla politica e dai rispettivi schieramenti poli-tici, centralità del merito delle questioni sul tappeto, ruolo cruciale della contrattazione nazionale e locale per difendere gli interessi e le istanze dei lavoratori e dei ceti popolari e più fragili, dialogo e confronto con le parti sociali senza alcuna pregiudiziale politica e ideologica nei confronti delle controparti e, soprattutto, con il Governo. L’esatto contrario di quello che oggi rappresenta e declina concretamente la Cgil, lo storico sindacato rosso del nostro Paese. E nel futuro della Cisl e della sua concreta azione sindacale si gioca anche un pezzo della credibilità e della straordinaria attualità della Cisl. E con il suo approccio riformista, pragmatico e di buon senso la Cisl mette in campo anche, e soprattutto, valori che sono e restano decisivi per conservare una comunità democratica e profondamente rispettosa delle indicazioni e dei principi costituzionali. E la sfida della Cisl, come ho evidenziato in questa pubblicazione, è importante anche per lo stesso movimento sindacale che non può e non deve trasformarsi in un soggetto politico o, peggio ancora, in un partito.
Ma, ancora al di là del ruolo specifico e concreto giocato dalla Cisl, la storia e la tradizione del cattolicesimo sociale rappresentano un giacimento di straordinaria importanza per la conservazionedi valori e principi che vivono nella misura in cui sono presenti nei gangli vitali della nostra società contemporanea. E il sindacato è un ambito quantomai decisivo ed essenziale per la presenza nella dimensione sociale e popolare. Per queste ragioni, come ho potuto richiamare in queste pagine, la specificità e l’originalità del cattolicesimo sociale sono anche strettamente intrecciate con il futuro e la prospettiva dello storico «sindacato bianco». E questo per due ragioni di fondo.
Innanzitutto, perché la Cisl affonda le sue radici culturali e ideali nell’umanesimo cristiano popolare di cui il cattolicesimo sociale ne è l’interprete più coerente e lungimirante. In secondo luogo, perché la storia e la tradizione del cattolicesimo sociale hanno un senso e una mission concreti nella misura in cui si dispiegano realmente e credibilmente nella società che fa i conti con i bisogni, le istanze, le domande e le esigenze delle persone. Nello specifico, dei ceti popolari e di tutti coloro che vivono ai margini della società e che patiscono le grandi contraddizioni e le grandi sfide che attraversano questa fase storica.
La Cisl, sotto questo versante, rappresenta un segmento di straordinaria importanza per la prospettiva del cattolicesimo so-ciale. Al contempo, oltre alla dimensione più squisitamente sociale esiste il versante più politico; seppure nel rigoroso rispetto della laicità dell’azione politica da un lato e nell’altrettanto rigoroso rispetto del pluralismo delle singole opzioni politiche, è indubbio che il cattolicesimo sociale ha un ruolo importante e di qualità anche e soprattutto se riesce a incidere nelle concrete scelte politiche. Una delle esperienze centrali e decisive, al riguardo, è stata e continua a essere – anche se in minore misura rispetto al passato – quella della sinistra sociale di ispirazione cristiana.
Un’esperienza che ha trovato la sua compiutezza più organica nella prima Repubblica, all’interno della Democrazia cristiana, attraverso la componente della sinistra sociale di ispirazione cri-stiana. Una componente che ha visto in prima fila Giulio Pastore e poi, soprattutto, Carlo Donat-Cattin e Franco Marini: i suoi leader più autorevoli e rappresentativi.
Un’esperienza che è proseguita anche durante la stagione, complicata e fragile, della seconda Repubblica ma con minore incisività e capacità decisionale. Anche e soprattutto perché manca uno strumento politico, ovvero un partito o un movimento politico che è riconducibile e si fa carico di quella cultura politica.L’assenza dei partiti identitari e la presenza massiccia dei partiti personali, dei cartelli elettorali o dei partiti plurali – purtroppo sempre meno incisivi e protagonisti – ha, di fatto, impedito che la cultura, il pensiero e la tradizione del cattolicesimo sociale potessero ancora giocare un ruolo importante nella dialettica della politica italiana. Anche se, su alcune scelte politiche specifiche, il pensiero cristiano sociale e cattolico-sociale continuano, seppure in modo più fragile ed estemporaneo, a essere un riferimento concreto per la costruzione e la definizione di politiche pubbliche.
La mancanza di un partito, o meglio di correnti e componenti che all’interno dei partiti sono realmente espressione di quella cul-tura, ne ha segnato, di fatto, la progressiva decadenza ed emargina-zione. Ma la freschezza e soprattutto la contemporaneità di quella cultura non possono essere sacrificati sull’altare di un maldestro nuovismo. Che, il più delle volte, si riduce a essere la propaganda di un capo partito o la propaganda urlata e astratta di un cartello elettorale. Eppure, l’esperienza della sinistra sociale di ispirazione cristiana non è solo un fatto culturale o etico ma, soprattutto, è un elemento di cultura politica e di natura squisitamente progettuale.
Di qui il ruolo esercitato negli anni da uomini e donne come Carlo Donat-Cattin, Franco Marini, Guido Bodrato, Ermanno Gorrieri, Tina Anselmi, Sandro Fontana e molti altri leader nazionali e lo-cali. E la riscoperta del magistero, della lezione e dell’esperienza politica dei grandi leader politici del cattolicesimo sociale è, for-se, oggi la precondizione essenziale per rideclinare nella cittadella politica italiana un pensiero che da troppo tempo è silente se non addirittura marginale e periferico.
Al riguardo, l’esperienza della sinistra sociale è stata indubbiamente una leva decisiva per la riaffermazione di quei valori e di quella specificita che è stata preziosa non solo per la vita politica della Democrazia cristiana ma anche per alcuni partiti e soggetti politici che sono nati dopo il tramonto della Dc. E, all’interno di questo pantheon, il ruolo, la figura e la personalità di Franco Marini sono stati determinanti. Non solo per la presenza attiva, politica e culturale, della sinistra sociale di ispirazione cristiana nell’agone politico ma per l’intera esperienza del cattolicesimo sociale.
Forse non c’è mai stato nella storia democratica del nostro Pa-ese, dal secondo dopoguerra in poi, un dirigente sindacale nazionale della Cisl che poi è diventato un leader politico del cattolicesimo sociale e anche un importante e qualificato riferimento delleistituzioni. E proprio alla figura e al profilo sociale, culturale, politico e istituzionale di Franco Marini ho voluto dedicare un capitolo di questo libro perché attorno a Marini ruota l’intera parabola di ciò che è stato e di ciò che può diventare ancora il cattolicesimo sociale nel nostro Paese. Anche in una società postideologica e a volte, purtroppo, anche postpolitica. Una figura, quella di Marini, che merita di essere approfondita e studiata perché può diventare anche un riferimento importante per le future generazioni che non si rassegnano a un possibile impegno pubblico – culturale, sociale o politico non fa differenza alcuna – sganciato da qualsiasi riferimento ideale. Perché nel sindacato, nella dimensione culturale, nel volontariato o nell’agone politico avere dei riferimenti storici e autorevoli rappresenta, pur sempre, un significativo valore aggiunto.
Ecco perché rileggere, oggi, la tradizione del cattolicesimo sociale significa anche approfondire la storia e la specificità di un sindacato come la Cisl da un lato e riscoprire, dall’altro, il magistero politico e civile di un autorevole e qualificato esponente di questo filone di pensiero come, appunto, Franco Marini.