Mentre detto, scottante tema sembra esser uscito del tutto dal dibattito politico, debbo affermare che sarebbe utopico, quindi irrealizzabile riuscire a debellare (contenere al massimo) la storica, diffusa (in)cultura dell’evasione, come anche perseguire follemente il principio della giustizia fiscale, anche perché un qualsiasi cittadino, neanche il più ottimista, non può pretendere il massimo traguardo da qualunque forma di governo o di Stato in funzione del relativismo e della fallacia umana.

“A contrario” si può argomentare che è scorretto, assurdo e democraticamente inaccettabile che ci sia tanta, troppa sperequazione tra redditi fissi ed autonomi, tra rendite finanziarie o bancarie rispetto a oneri, tasse, e tributi vari a carico di piccole imprese ed artigiani. Inoltre, è inoppugnabile il ragionamento economicistico a carattere aziendale per cui una sana efficace e trasparente gestione la si ha condividendo non solo gli oneri, ma anche le entrate, dando a ciascuno il suo con senso di equilibrio e di appartenenza alla “casa comune” (rif. Franciscus).

Domina su tutto lo scenario fattuale il principio costituzionale, ex art. 53 della Costituzione, che introduce il dovere di “concorrere alle spese pubbliche in ragione delle proprie capacità contributive”, dettame della “progressività” rimasto almeno in parte inapplicato.

Da lunghi anni, decenni ormai, assistiamo a dati statistici che non lasciano dubbi, né scampo in materia di buon governo della cosa pubblica, decretati dalle relazioni generali della Banca d’Italia e della Corte dei Conti che ci illustrano, con sempre maggior acutezza, l’enormità dei fenomeni elusivi ed evasivi, deleteri per l’economia nazionale, con un “tax gap” complessivo di 100 mld di euro – equivalenti a qualche legge finanziaria ! – a causa di un sistema di riscossione ancora lento e inefficace, nonostante le considerevoli risorse umane e tecnologiche a disposizione della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle entrate.

E così le riflessioni su tale, assurdo e illogico andazzo si possono indirizzare, sempre con serenità di pensiero e di giudizio, verso un obiettivo empirico o, qualsivoglia, pragmatico che si rende semplificabile in una domanda: come è possibile che io pago una serie interminabile di tasse, tributi, accise, ecc., statali, regionali e comunali, mentre il mio vicino di casa o di ombrellone non contribuisce, tuttavia usufruisce dei miei stessi servizi pubblici e beni dello Stato, dagli ospedali alle strade, dalle scuole per i fili alle università fino al cimitero?!?

Evidentemente, c’è (più di) qualcosa che non va e che, invece, funziona bene o abbastanza in tanti altri Paesi, europei o del G7, cioè nostri omologhi. Ad essi chiediamo con forza e passione democratiche di guardare senza il “prosciutto” davanti agli occhi, ispirandosi una volta per tutte con serietà e affidabilità nei prossimi programmi elettorali, non in modo demagogico – attendiamo in primo luogo quello dell’”astro nascente”, il generale – pensionato baby Vannacci, super privilegiato di Stato, che scenda dalle nuvole del fanatismo ideologico e nostalgico postfascista, sì che inizi a parlarci di come intende modernizzare e rendere più competitivo e sostenibile il nostro, beneamato Paese.

Michele Marino

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