Condivisioni e divisioni. Questo la realistica valutazione dopo la conclusione del G7 organizzato dai britannici. Tante le aree su cui si è confermato un comune accordo. Altre, e importanti, quelle su cui non si è concluso molto. In questo senso, spicca la mancata decisione sui tempi entro cui giungere all’eliminazione dell’uso del carbone per la produzione di energia elettrica.

Il mancato accordo giunge in contemporanea all’emblematico risultato del referendum svizzero che ha bocciato il piano del Governo federale per l’introduzione di norme più stringenti dirette alla riduzione dell’inquinamento provocato dai mezzi in circolazione sulla rete stradale elvetica ( CLICCA QUI ). Una delle tesi dei contrari è stata che gli svizzeri contribuiscono all’inquinamento mondiale solo per lo 0,1% e che, quindi, è inutile preoccuparsi tanto.

Il Presidente Biden, che ha rovesciato completamente la linea Trump riportando gli Stati Uniti alla guida del fronte mondiale che crede in un nuovo modello di sviluppo sempre meno basato sull’utilizzazione dei prodotti fossili. Ma purtroppo, al di là delle dichiarazioni di buone intenzioni al riguardo non si proceduto molto oltre.

Il vertice è stato ingentilito dalle considerazioni, come quelle espresse da Boris Johnson, sui “benefici della democrazia” e dall’impegno rivolto ad assicurare la vaccinazione in tutto il mondo, ma è stato evidente che tanta gentilezza non c’è stata nei confronti del “convitato di pietra”, la Cina. Anzi, tutti gli impegni assunti per assicurare il finanziamento di progetti infrastrutturali nei paesi in via di sviluppo hanno proprio l’obiettivo di contrastare la Cina offrendo concretamente a quei paesi l’opzione di una ” alternativa democratica”.

Si torna in sostanza indietro di vent’anni, allorquando, prima dell’attacco alle torri gemelle di New York, quello che s’intravedeva potesse diventare il colosso d’Oriente era già stato identificato come il vero contraltare del mondo occidentale, allargato ai paesi del Pacifico dall’alta capacità produttiva e innovativa.

Vent’anni sono passati, in gran parte caratterizzati dall’attenzione all’area del Golfo e al petrolio, durante i quali la Cina si è ulteriormente sviluppata e potenziata. Così, fanno notare gli esperti, per la prima volta il G 7 menziona il gigante asiatico e si riferisce esplicitamente alla necessità di coordinare e rispondere alle pratiche economiche non proprio di mercato della Cina e della necessità di denunciare le violazioni dei diritti umani, anche nello Xinjiang e a Hong Kong.

Ferma la condanna del G 7 alle pratiche di lavoro forzato praticato in Cina nei settori agricolo, solare e dell’abbigliamento, il che significa anche una denuncia della concorrenza sleale fatta con il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori e con l’erogazione di stipendi irrisori.

Come annunciato, le nazioni del G7 hanno concordato una revisione delle leggi fiscali internazionali introducendo quella “minimum tax” che dovrebbe impedire alle grandi multinazionali di approfittare dell’esistenza di paradisi fiscali. Restano gli interrogativi sugli aspetti tecnici e sull’equità ( CLICCA QUI ) di simili provvedimenti.

Un altro capitolo si apre adesso con la riunione Nato cui si aggiungerà il Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che si troverà in un’atmosfera del tutto diversa rispetto a quella dei tempi di Donald Trum visto che Joe Biden non intende consentirgli quella “libera uscita” di cui ha goduto con l’amministrazione americana precedente.

Alessandro Di Severo