Il leader non si elegge: o c’è o non c’è. Se c’è lo san tutti. Si impone da sé e non se ne può prescindere. Se non c’è non lo si può creare a tavolino, né, appunto, eleggerlo. Neppure con la meglio congegnata delle “elezioni primarie”. Le quali — a parte ogni altra considerazione di metodo e di merito, e ce ne sarebbero… — tutt’al più possono selezionare un “capo”, che non è necessariamente un leader.

Il leader guida. Il capo comanda. Si tratta di due funzioni differenti, talvolta addirittura antitetiche. Richiedono, anzitutto, attitudini personali, sia sul piano delle competenze che sul piano della necessaria autorevolezza, ben diverse.

Le caratteristiche del leader e la trappola del capo

Infatti, il leader, il vero leader non ha bisogno di imporre la propria autorità. Cosa che, in genere, deve fare il capo. Al leader basta l’autorevolezza che, peraltro, non è solo un fatto caratteriale o di spiccata personalità, ma, in primo luogo, la capacità di proporre un progetto e di garantirgli la credibilità necessaria presso coloro cui è destinato.

Il leader, talvolta nasce sul campo, si afferma nella mischia degli eventi perché ne sa cogliere la vera sostanza, come se nella sua persona questa prendesse forma. Ma, per lo più, il leader ha una storia da mostrare, un percorso, una vita che ne certificano la statura, a prescindere dal condividerne o meno l’orientamento.

Il leader ascolta, media, integra e rimedia, compone e ricompone la trama del consenso, porta a sintesi, orienta verso un interesse generale che trascende le particolarità categoriali, vince se convince, suggerisce e propone, segnala un percorso e vi si incammina. Non sta ad almanaccare se tanti o pochi lo seguiranno, perché sa che la meta è il cammino. Si pone in un arco temporale di lungo periodo. Non soggiace al rumore del momento, ma sente le voci che giungono dal profondo della società che perennemente evolve.

La debolezza del comando e l’incognita del campo largo

Il capo non ascolta. Se lo facesse rischierebbe di andare in confusione perché l’ascolto potrebbe compromettere l’ingessatura pre-ordinata che lo sorregge. Il capo spesso urla e strepita, come se non avesse altro modo per dare forza ai suoi argomenti. Ama l’adulazione, aspira al protagonismo, mostra di gradire un certo culto della personalità, spesso si erge quasi fosse il monumento di sé stesso.

Ha bisogno di essere rassicurato dai fedelissimi del cosiddetto “cerchio magico” e deve ben guardarsi dal scegliere chi sia il migliore: potrebbe, se non oscurarlo, mettere in luce limiti e carenze, profili incerti che ne compromettano l’immagine.

Nel “campo largo” tra tanti capi, c’è un leader?

Domenico Galbiati

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