Il PD è un partito malato. Ovviamente è nell’ordine delle cose che le forze politiche vivano forti tensioni interne, aperti conflitti. Per lo più, si tratta di confronti che, sia pure in modo disordinato e dispersivo, sono pur sempre testimonianza di una vitalità che spesso eccede la misura, eppure nasce da una dialettica che prende le mosse da valutazioni politiche dissonanti. E per quanto queste possano poi degenerare in beghe di mero potere, raramente sono del tutto assenti.

Come sta succedendo, invece, nel PD, dove i contenuti da portare al confronto congressuale non sono per nulla evidenti o almeno non tali da caratterizzare visibilmente le differenti opzioni di leadership in gioco. Siamo di fronte ad una partita contraddittoria: mai così “interna”,  del tutto funzionale ad una resa dei conti tra le varie correnti e, nel contempo, mai così proiettata fuori dal partito, in quella terra di nessuno rappresentata dal limbo delle primarie.

Il “limbo”, oggi non se ne parla più, ma come da piccoli ci spiegavano a catechismo, è, in un certo senso, la condizione “border line” dell’al di là, la quarta opzione dell’oltretomba, dove stanno i bambini morti prima di essere battezzati, cioè anime perse, innocenti e senza colpa, ma pur gravate dal peccato originale, Rese, ad un tempo, appesantite ed evanescenti, oscure eppure eteree ed impalpabili da un male non accidentale, bensì intrinseco e strutturale, inconfessabile e di cui neppure ci si può pentire perché con-sustanziale al soggetto.

Anche la malattia del PD non è accidentale, né indotta da un contesto ambientale difficile e neppure riconducibile ad un’ etiologia esogena. Non si tratta di una di quelle eruzioni cutanee di tipo esantematico che sono quasi di prammatica nelle età giovanili, cosicché si può dire che accompagnino la crescita. Quella del PD è una malattia che viene da lontano. Connatale, nasce con il soggetto, contestualmente, esito infausto di un parto distocico addirittura, ancora precedente, cioè congenita. Una condizione di “malacia”, uno stato di cedimento strutturale degli organi vitali, una condizione sistemica, diffusa che non consente di formulare una prognosi, se non infausta.