Le dimissioni di Zingaretti aggiungono altra carne al fuoco. Il segretario del PD si è fatto portare per mano da Renzi dentro e fuori gli ultimi governi, dopo di che, per forza di cose, i nodi vengono al pettine. Lamenta che nel suo partito non ci si accalori d’altro che per il potere e le poltrone.

C’è, quindi, nella motivazione che accompagna le sue dimissioni, una nemesi storica. Il PD, insomma, approda là da dove aveva avviato il proprio cammino.

Infatti, il partito che non c’ è, né poteva esserci,  è sostanzialmente un aggregato, un espediente elettorale, nato dalla fusione a freddo di tronconi di classe dirigente che temevano per la loro sopravvivenza.

Ora, a maggior ragione, c’è da chiedersi come uscirà il nostro sistema politico dalla parentesi Draghi. Per ora – e non è certo colpa del Presidente del Consiglio – c’è il rischio che si debba pagare il prezzo dello sdoganamento della destra, che intanto sostanzialmente si compatta, per quanto la Meloni stia all’opposizione.

Anzi, in un certo modo, la destra incarna ambedue le funzioni, in maniera più sintonica di quanto non sembri e non è da escludere che abbiano studiato a tavolino questa distribuzione coordinata dei ruoli. Nel contempo, allunga le mani anche al “centro” con la parvenza europeista di Salvini.

Intanto, il Movimento 5 stelle rabbercia al meglio le sue ferite  e il PD si sfarina. Renzi, da par suo, ha lanciato un’ OPA ostile sul Partito Democratico, pensa di essere un grande stratega, ma, di fatto, rischia di recitare la parte dell’ “utile idiota”, la figura retorica che, nel gergo della prima Repubblica, segnalava colui, che, senza volerlo o senza accorgersene, lavora per la parte avversa.

Insomma, pensa di dare le carte, in effetti sta sollevando un’ onda che finirà per travolgere anche lui. Sempre che non gli riesca di cavalcarla.

Ad ogni modo, per quanto la crisi del PD sia dovuta, nel suo immediato accadere, all’attualità del momento politico, in effetti viene da lontano, inestricabilmente connessa alla sua stessa origine.

La politica, infatti, non perdona. Per quanto possa apparire in superfice confusa, indecifrabile e caotica, in realtà risponde a logiche incontrovertibili; ha, cioè, una struttura di fondo geometrica. 

E’ un po’ come mettere a bollire una pentola d’acqua sul fuoco.

Al momento dell’ebollizione, all’interfaccia tra il liquido e l’atmosfera soprastante si scatena un inferno di  bolle e di spruzzi ed, invece, se potessimo visualizzare quel che avviene nell’ altezza dell’acqua che la pentola contiene, vedremmo che si sono formate le cosiddette “cellule convettive”. Il liquido, cioè, si muove dal basso in alto e viceversa secondo percorsi assolutamente ordinati, mossi come sono  dai gradienti termici in gioco, che, a loro volta, sono regolati dal movimento circolare che l’acqua assume, il quale è, dunque, in grado di darsi, originandolo da sé, un equilibrio intrinseco e necessario.

Ed è così anche per la politica.

Anch’essa non può sfuggire ad una logica intestina, che magari si legge a fatica, nella misura in cui si manifesta secondo archi temporali non esattamente predicibili, ma comunque destinati ad apparire, prima o poi.

Il Partito Democratico è figlio dell’errore commesso da chi ha ritenuto che potesse nascere da una tramoggia in cui confluissero materiali – nel caso specifico, culture e tradizioni storico-politiche – che, per quanto così diversi, una vota triturati e mischiati a dovere, potessero originare una sostanza nuova.

E’ successo esattamente il contrario: le componenti di questo mix si sono annullate reciprocamente in un gioco a somma zero, che dà conto della perdurante carenza di una  fisionomia effettivamente propria e di una riconoscibile iniziativa politica del PD.

Una conoscenza elementare e disinteressata dei “fondamentali” della politica avrebbe consentito di prevederlo, addirittura prima di porre mano ad una tale deriva.

Gli errori di impostazione in politica si inanellano in catene ininterrotte che, se non spezzate in fretta, si proiettano in avanti indefinitamente e, nel contempo, si possono risalire all’indietro nel tempo, fino ad una mossa originaria , da cui trae origine e forma una china involutiva  potenzialmente inarrestabile e pericolosa.

Nel nostro caso, l’errore di fondo – in definitiva, anche comprensibile nel cieco livore “nuovista” che si è abbattuto sulla prima Repubblica nel momento del suo inglorioso exitus – è rappresentato da una lettura distorta della “ratio” che ha fatto, nei decenni del secondo dopoguerra, del nostro Paese uno straordinario laboratorio politico.

Lettura distorta – ad esempio, esemplificata dalla cervellotica “gioiosa macchina da guerra” partorita dalla fertile fantasia di Achille Occhetto – su cui, per quanto questa sembri la buia preistoria di una stagione finalmente luminosa, è ancora oggi necessario tornare, perché ancora oggi il nostro sistema politico patisce la sequela delle errate interpretazioni messe in campo in quel tempo ormai lontano ed ancora oggi  ha bisogno di una trasformazione che lo rimetta sui binari.

E su questo sarà necessario tornare in altra occasione. 

Domenico Galbiati