“Il petrolio rappresenta le Fang dell’alto rendimento obbligazionario, pesa oltre il 10% dell’intero mercato. E già oggi l’estremo stress che si registra nel settore del credito sta scuotendo il sistema finanziario nelle sue fondamenta”. Poche parole, ma estramamente chiare quelle di Adam Criasfuli di Vital Knowledge. Cui si sono unite quelle del team
commodities di Goldman Sachs secondo cui bisogna prepararsi al prezzo del barile attorno ai 20 dollari. Poche ore e le previsioni sono divenute realtà, visto che alla ripartura dei mercati il petrolio precipitava del 30% ai minimi dal 1991. Un massacro, come mostra il grafico

il maggior calo a 1 giorno nella storia. Il quale, come anticipato, rischia di innescare una bomba nel cuore finanziario del sistema: l’alto rendimento, il canarino nella miniera dell’abuso di leverage di questi ultimi anni, è pronto a detonare. E questi due grafici mettono la situazione in prospettiva.


Il primo ci mostra come non solo il mercato del credito Usa sia cresciuto dai 2 trilioni di controvalore del 2008 agli attuali 7 ma, soprattutto, come la gran parte di quell’aumento sia dovuto a bond con rating di area B, la cui componente più debole – BBB – rischia ovviamente il downgrade a junk, se per caso la situazione globale non dovesse trovare un rapido punto di svolta. E il secondo grafico ci mostra come potrebbe già essere tardi, poiché su base annualizzata, il numero di bond divenuti cosiddetti fallen angels abbia già raggiunto quota 36, solo a un palmo dai 40 del 2015 che rappresentarono il picco dei downgrades del ciclo.

Non a caso, negli istanti in cui i primi scambi del lunedì mostravano il tracollo del greggio, i futures del Dow Jones prezzavano un calo di partenza di oltre 1.000 punti e il Vix, l’indice della paura, guadagnava nei futures un ulteriore 16%. Il tutto, dopo una giornata che sui mercati del Medio Oriente aveva scontato risultati come quelli mostrati da questo grafico


ovvero profondo rosso, con addirittura la Borsa di Dubai che toccava – 10%, peggior calo dall’annus horribilis della crisi finanziaria globale e sospendeva le contrattazioni. Tutto a causa del nuovo ordine (anzi, disordine) petrolifero nato alla fine della scorsa settimana con l’abbandono da parte della Russia del tavolo delle trattativa al cosiddetto Opec+, ovvero l’Organizzazione cartello dei produttori ampliata a soggetti esterni come Mosca. La quale, ponendo il veto alla richiesta saudita di un taglio della produzione concordato per sostenere le valutazioni, lanciava di fatto il suo guanto di sfida finale allo shale Usa, puntando anche – e, forse, soprattutto – sul ricasco finanziario che un crollo del prezzo del barile avrebbe sul comparto obbligazionario statunitense. E – di riflesso ulteriore – su Wall Street.

La vendetta del Cremlino per l’interventismo americano verso la Germania nel boicottaggio della pipeline Nord Stream 2 era fredda al punto giusto per essere gustata. Il problema nel problema sta però tutto in questo grafico


il titolo Aramco, gigante energetico statale saudita, contemporaneamente precipitava per la prima volta in assoluto
sotto il prezzo dell’Ipo dello scorso dicembre, di fatto creando non solo le condizioni per un collocamento a prezzo di saldo di eventuali nuove tranche di azioni, ma anche smontando le speranze del principe Mohamed bin Salman di utilizzare il “collocamento del secolo” come bancomat per finanziare il sanguinoso deficit del Regno e il suo faraonico progetto infrastrutturale Vision 2030.

Occorreva intervenire. E Ryad lo ha fatto con mossa talmente drastica da apparire da subito scomposta e frutto di disperazione, tanto che Bloomberg definiva la scelta di applicare sconti folli sull’export per rubare quote di mercato alla Russia una all-out oil war. Aramco, infatti, lanciava un’offerta per la consegna di aprile di greggio al mercato asiatico con uno sconto fra i 4 e i 6 dollari al barile, di 7 dollari per quello statunitense e addirittura di 8 dollari per
l’Arab Light destinato alle raffinerie del nord-ovest europeo, qualcosa come 10,25 dollari in meno al barile rispetto al benchmark del Brent.

Per mettere in prospettiva l’attacco diretto lanciato da Ryad a Mosca, Urals offre il suo petrolio a 2 dollari al barile di sconto sul prezzo di riferimento. Per Iman Nasseri, managing director per il Medio Oriente dell’azienda di consulenza FGE, “l’Arabia Saudita ha ufficialmente dichiarato una guerra dei prezzi a livello globale”.

Con quali conseguenze? In molti, a Wall Street come a Londra, hanno già scelto il loro proxy di medio termine: Softbank, il conglomerato giapponese cui fanno capo, fra gli altri, Uber e WeWork. Se infatti l’Arabia Saudita perderà la guerra lampo che ha lanciato, ipotesi non peregrina conoscendo la spietata determinazione di Vladimir Putin quando si tratta di interessi strategici, non solo l’investimento promesso da Ryad nel Vision Fund 2 salterà del tutto, facendo abortire il progetto sul nascere, ma anche quelli in atto nel fondo di investimento originario, già piagato dalle perdite e dagli addii eccellenti, potrebbe subire un colpo letale. Innescando un effetto domino sulla catena di
controparte, capace di trascinare con sé mezza Wall Street.

Mauro Bottarelli

Pubblicato su Businnes Insider

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