E’ impressionante davvero il livello d’ignoranza, nel senso di non conoscenza, da registrare sul popolarismo e l’esperienza politica del mondo cattolico italiano e europeo. In taluni casi, è come se per primi gli stessi cattolici facessero marcare un regressione cognitiva.

Viviamo per ciò la mancanza di un coerente sbocco logico in una organizzata partecipazione alle cose collettive. Nonostante lo richiedano le condizioni del Paese e il nostro preciso riferimento ideale e storico a una consolidata cultura politica, si è costretti a parlare d’irrilevanza e d’indifferenza per sintetizzare i risultati di una lunga stagione di nanismo politico coinciso con tutta la fase della cosiddetta “diaspora”.

Nel complesso, valutiamo come sia  impallidito quel “pensare politicamente” posto a fondamento da Giuseppe Lazzati dell’ “agire politicamente” cui sono chiamati i cristiani nella piena assunzione di una responsabilità pubblica laicale che, per lungo tempo, ha contribuito a portare l’Italia nella modernità e nel solco dello sviluppo democratico e dei diritti, in quello economico e sociale. E’ stata questa la cifra di Paolo VI quando egli, riferendosi  alla politica in quanto espressione della “maniera esigente – ma non è la sola – di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri” ( CLICCA QUI ), riprende il concetto espresso già da Pio XI:  “tutti i cristiani sono obbligati ad impegnarsi politicamente. La politica è la forma più alta di carità, seconda sola alla carità religiosa verso Dio” ( L’Osservatore Romano, 23 dicembre 1927, n. 296, 3, coll. 1-4 ).

Il passaggio dal “pensare politicamente”all’ “agire politicamente” è direttamente dipendente dall’evoluzione storica di cui si è partecipi, dai processi concreti che ogni realtà presenta e, dunque, dalla qualità del discernimento con cui si affronta il contesto in cui s’intenda sviluppare un’iniziativa politica. A meno che non venga meno quell’obbligo, ricordato da Papa Montini, di partecipare “all’organizzazione e alla vita della società politica” seguendo l’ideale di raggiungere una “più grande giustizia nella ripartizione dei beni” ( CLICCA QUI ).

Vano sarebbe il sottovalutare la realtà effettuale delle cose e le condizioni dei singoli paesi e, al loro interno, quanto è presente e avviene nelle tante e articolate situazioni che caratterizzano, ad esempio in Italia, le tante diverse regioni e la complessità di entità cultuali, sociali ed economiche che la compongono.

In Germania, in Austria, in Spagna, solo per citare alcuni paesi, i cristiani, perché non si tratta solo di cattolici, hanno mantenuto viva la presenza politica grazie a partiti e a organizzazioni che si dicono popolari, cristiano democratici o cristiano sociali. Il Partito popolare europeo resta la formazione più forte nel Parlamento dell’Unione europea. E’ evidente che si tratta di entità in cui non confluiscono tutti i cattolici, o tutti i cristiani, così come esse continuano a ricevere voti pure da chi non ha alcun riferimento o ancoraggio di natura religiosa.

Anche in Italia per lunghi decenni vi è stato un partito che non era né “cattolico” e neppure “dei” cristiani, ma fatto “di” cristiani. Comunque capaci di attrarre il voto laico o d’imbastire coalizioni con altre forze politiche nonostante fossero animate da una diversa ispirazione di pensiero. E’ incontrovertibile che quelle coalizioni furono rese possibili dall’essere la Dc, e gli altri partiti alleati, congiuntamente intenzionati a lavorare seguendo uno spirito di coalizione  fondato sulla scelta per la libertà, su quella per l’Europa e per l’Occidente  e, per questo, sull’opposizione alla destra e alla sinistra ideologiche.

Le vicende successive al 1994, tra cui spicca anche la perdita di qualità strategica e di “tenuta” da parte di quanti dicevano di proporre una presenza politica ispirata cristianamente, hanno per un tempo abbastanza lungo congiurato contro la creazione di un consistente partito popolare. Includente e autonomo al tempo stesso perché offre l’occasione per il superamento della deludente logica del bipolarismo esasperato e in grado di rinnovare una iniziativa politica la quale, a mano a mano che le condizioni complessive del Paese peggioravano e peggiorano, è sempre più sollecitata dalla evidente incapacità del centrodestra e del centro sinistra di proporre un organico progetto di ripresa e sviluppo. Né è in grado di farlo il Movimento dei 5 Stelle.

La mentalità bipolare e il continuare a restare immersi nella logica dello scontro estremizzato, che impedisce il riconoscimento di una comune partecipazione alla salvaguardia della cosa pubblica, sono cose che resistono e che finiscono per far sostenere l’impossibilità di dare vita a una forza politica nuova, in cui si possano trovare quanti riconoscono che la Costituzione e il Pensiero sociale della Chiesa fissano dei principi universali in cui credenti e non credenti possono ritrovarsi.

Alcuni di coloro che si dicono popolari, al momento del dunque, sono incerti e non sposano una linea apertamente coerente con la necessità di portare una libera e laica voce di solidarietà, interessata alla ricomposizione politica e sociale, coinvolta nei problemi con capacità progettuale. Si limitano, invece, a ragionare di schieramento. Paradossalmente, contrastano l’idea che nasca un “nuovo” soggetto pienamente in grado di dispiegare e proporre un’alternativa al sistema politico attuale e ripiegano sulla richiesta di ottenere il riconoscimento e la valorizzazione della loro ispirazione all’interno del Partito democratico. Come poi riescano a conciliare questa loro richiesta senza porre dentro al Pd anche quelle questioni eticamente rilevanti che concernono il significato della Vita, la manipolazione della Vita, gli interventi che ne prevengono una fine naturale, la figura e il ruolo della famiglia, le relazioni tra i generi, e così via, resta proprio un mistero.

Sull’altro fronte, tanti altri finiscono per restare in un centrodestra che sposa le posizioni più estreme contro l’Europa e  limitano anch’essi il ragionamento sulle immigrazioni, destinato ad essere molto più ampio, alla teoria della “chiusura dei porti”, così come non si rendono conto di continuare a sostenere quelle politiche economiche che nel corso degli ultimi 25 anni hanno allargato la forbice tra ricchi e poveri.

Giancarlo Infante