Si amplia il dibattito tra i popolari. Emerge più nitida che mai la questione della convergenza e della collaborazione. Non si tratta di una mera dinamica interna e autoreferenziale. E’ il Paese ad avere bisogno, nella vita istituzionale, nella politica, nell’economia e nella società, di più solidarietà, più sussidiarietà, più difesa della dignità umana e di un autentico impegno a favore della giustizia sociale.

Il nostro concetto di autonomia parte da qui. Il nostro essere alternativi a tutto il quadro politico è un fatto di identità, di contenuti e di metodo. Il non volerci fare ingabbiare nella domanda “siete con il centrodestra o con il centrosinistra” è basato sulla consapevolezza che la nostra non può essere una scelta tanto riduttiva da limitarsi ad una valutazione di schieramento, indifferente a contenuti e prospettive.

Questo non c’interessa. Credo soprattutto non interessi gli italiani i quali, in gran parte ripiegati nella diffidenza nei confronti di tutta la politica e, quindi rifugiati nell’astensionismo, sono alla ricerca di un nuovo “pensiero forte”. Attendono la risposta a questioni da cui dipende un futuro altrimenti destinato a confermare l’impoverimento complessivo degli italiani, la loro marginalizzazione nei processi europei e mediterranei, le divisioni socio economiche e territoriali, le quali se non sanate possono persino prefigurare una spaccatura ancora più profonda del Paese.

Siamo consapevoli che una nuova iniziativa politica popolare e democratica non verrà solamente valutata in relazione al credo di chi la propone, bensì sulla base della credibilità. Una credibilità conclamata, apprezzata e riconosciuta soprattutto a seguito del realizzarsi di due presupposti fondamentali: capacità progettuale e facce nuove.

Abbiamo bisogno di disegnare una prospettiva di rigenerazione dell’Italia, come abbiamo detto nel nostro Manifesto fondativo ( CLICCA QUI ). Con la fine delle ideologie sono scomparse le idee e la capacità di presentare una prospettiva strategica per il “sistema Paese”. Si tratta di superare il gioco “bipolare” che tanto ha condizionato, distorto la dialettica pubblica e impoverito la vita civile, oggi entrambe orfane di quei grandi filoni della cultura politica che hanno fatto grande e resa viva la Repubblica italiana. La rigenerazione non è questione che riguarda solo i popolari, ma anche quel mondo laico che partecipò alla crescita degli anni ’60 – ’90.

In una situazione in cui il vecchio sistema mostra ampiamente di essere superato e il nuovo non è ancora sbocciato, è chiaro che una presenza nuova non possa muoversi che nella realtà qual essa è, e verso la quale si sente comunque alternativa nelle premesse, nel metodo e persino nel linguaggio, se non pensando di sfruttare ogni occasione per creare una convergenza su un progetto di trasformazione.

Il riferimento ad una ispirazione non significa declamare, ma operare. E questo farlo con tutti coloro che, credenti e non credenti, sanno quanto sia giunto il momento di far cambiare strada al Paese. Lo si fa questo pensando ad accordi di vertice, o creando federazioni tra partiti e partitini? Certo che no. A chi interesserebbe? Anche sul piano elettorale si raggiungerebbero ben magri risultati. Quello che è necessario, invece, è immergersi nei problemi delle forze vive della società rinvigorendo le relazioni nei territori, favorendo ed organizzando la partecipazione, facendosi voce e divenendo attori politici operativi e concreti degli interessi e della rappresentanza delle istanze di quanti oggi, da singoli o da organizzati, non hanno peso nella politica e nelle assemblee elettive.

Solo con la partecipazione alla costruzione di una rete viva e partecipata, da crearsi con il coinvolgimento di tante voci autonome presenti in tutte le regioni, delle numerosissime genuine liste civiche spontaneamente originate in tutti i collegi elettorali, è possibile creare un inedito modo di partecipare alla politica e contare.

Gli accordi tra “cespugli” non servono a nessuno, ma elevandosi essi in una dimensione diversa, superando la propria autoreferenzialità e, soprattutto, scegliendo definitivamente di mettere nelle vele il vento dell’autonomia, possono diventare più forti arbusti e piante sempre più solide.

E’ importante, però, credere in una politica animata da generosità e gratuità. Segnata da gesti concreti. Come quelli che possono venire da chi, credendo in un progetto di più ampio respiro, non antepone il proprio successo personale, o magari il proprio ritorno in Parlamento per se stesso o per il proprio piccolo partitino, all’idea di avviare un processo di trasformazione che dev’essere collettivo e personale.

Giancarlo Infante