Nella cosiddetta Prima Repubblica la pressione di gruppi d’interesse, settoriale o finanziario in genere, si esercitava per lo più in modo invisibile e ignoto all’opinione pubblica, al di fuori di ogni regola, sia etica che legislativa. Ed il decisore politico o amministrativo aveva il pieno potere di scelta sia sull’an – se accettare o meno determinate pressioni e influenze – sia sul quantum cioè l’entità del business, vedi “tangentopoli”.
A metà degli anni ’90 ebbi l’onore di far parte del Comitato per la regolamentazione del lobbying, presieduto dal grand commis Gianfranco Ciaurro con esponenti di spicco come i prof. P. Trupia, P. Ungari e l’ex ministro E. Ferri. Così che la nostra forza di cultura politica, manifestatasi in due importanti convegni di studi presso il Senato e la sede in Roma del Parlamento europeo, fu tale che l’allora presidente della Camera, Violante, decise di costituire una commissione bicamerale per il fenomeno delle attività di lobbying, la quale accentuò la propria attenzione sugli aspetti penalistici piuttosto che su quelli politici ed economici.
Nel contempo gli organi di vigilanza all’interno di Montecitorio e Palazzo Madama si dotavano di meccanismi di controllo nell’accesso dei visitatori, lobbisti facenti parte delle maggiori associazioni di categoria, produttive e sindacali. Una volta ottenuti questi, minimi risultati, l’apparato istituzionale dell’ordinamento repubblicano si è fermato senza tendere a seguire il buon esempio dell’U. E., equiparandosi quanto a regolamentazione e istituzione di un registro dei lobbisti attraverso un’apposita agenzia al fine di un’adeguata trasparenza politico-amministrativa e tributaria.
Oggidì, come sapientemente descritto da L. Petrillo (Fatto quotidiano, 22/7) nell’articolo “Lo scandalo dei partiti sottomessi alle lobby”, le parti in causa hanno praticamente invertito i propri ruoli: non sono più i gruppi di pressione ad avere interesse nel rapporto con i partiti, bensì questi ultimi che si avvalgono del potere economico e finanziario al fine di dotarsi delle risorse necessarie per poter svolgere la propria, costosa attività elettorale, specialmente in relazione ai leader e ai loro stahh.
Il problema di fondo è che i partiti, dopo un’ottantina d’anni di vita democratica non sono più espressione della base popolare e della sua volontà, come cerniera che lega i bisogni dei cittadini al paese “legale”. Essi si nutrono e sostengono, fondamentalmente, di lobby interna corporis, secondo uno schema molto variegato, diciamo “all’italiana”:
a) la Lega di quella “militar-nazionalista, ispirata e fomentata dal gen. Vannacci,
b) F. D. I. da varie “correnti”, come quella degli armamenti del ministro della Difesa, del Turismo, alias D. Santanchè (enorme conflitto d’interesse) e del commercio estero con A. Urso;
c) Forza Italia, sempre ancorata al campo multimediale con Mediaset, capeggiata da Gasparri e Ronzulli;
d) la lobby “cattolica” capeggiata da M. Lupi;
e) quella sindacalista (CGIL) o ambientalista (Legambiente) con interessi nel settore dell’energia green, e da ultimo la frangia edile della capitale “morale” d’Italia, P. D.;
f) la lobby “social” (rif. alla napoletana trascinatrice del “popolo bue”) che fa riferimento al M5S.
Evidentemente, la situazione è abbastanza chiara e poco seria (remember E. Flaiano …), ma non è altrettanto rassicurante per che ha a cuore lo Stato come “casa comune”, avendo – nonostante tutto – uno spiccato spirito democratico e senso dell’etica. Né risulta semplice, allo stato dei fatti, prospettare qualche soluzione in chiave riformatrice.
Michele Marino