Lo scorso anno, Fabio Cucculelli ci parlò della di un Primo maggio insolito ( CLICCA QUI ). Le piazze vuote anche in occasione della tradizionale giornata dedicata ai lavoratori. Pure quest’anno ci risiamo giacché le chiusure, per quanto meno stringenti di quelle in atto quel giorno, impediscono lo svolgimento di ogni manifestazione pubblica, per quanto importante e carica di un sentimento collettivo esse abbiano.

Se il Primo maggio del 2020 ci si preoccupava già delle conseguenze della pandemia sull’economia reale e sull’insieme del mondo del lavoro, adesso abbiamo delle certezze confortate, meglio sarebbe dire sconfortate, da alcuni dati che hanno riguardato il 2020: a livello mondiale è stato perso  l’8,8 per cento delle ore lavorate  corrispondente a circa 255 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, cioè un numero  quattro volte superiore a quello delle ore di lavoro perse durante la crisi finanziaria del 2009 ( CLICCA QUI ).

Da un Primo maggio all’altro, dunque, i timori sono diventati certezze. E’ molto probabile che alla fine di quest’anno i dati mondiali saranno ancora più drammatici, visto come il Coronavirus ha colpito, e sta ancora colpendo, popolose aree di tutti e cinque i continenti: India e Brasile ne sono solo alcune. Andremo probabilmente molto al di là della perdita dell’8,3 per cento del reddito globale da lavoro registrata nel 2020, cosa che corrisponde a 3.700 miliardi di dollari, pari al 4,4 per cento del prodotto interno lordo (PIL) globale. Stati Uniti ed Europa, infatti, hanno solo parzialmente attutito gli effetti della devastante ondata che ha travolto i lavoratori dipendenti, per non parlare poi di quelli precari, grazie alle misure straordinarie di sostegno introdotte, in alcuni casi.

Questi aiuti  poco hanno potuto fare, però, per salvare tante aziende piccole e medie dalla chiusura, soprattutto nel settore dei servizi, di talune produzioni e del commercio. Così più che mai, questo Primo maggio riguarda tutto il mondo del lavoro nel suo complesso. Riguarda anche i piccoli imprenditori e le partite Iva. Riguarda, in particolare, le donne che, ancora una volta, pagano un prezzo altissimo rispetto agli uomini e i giovani che, in termini percentuali, perdono impeghi ed ore lavorate più del doppio di quanto non accada agli adulti.

Un Primo maggio, dunque, d’impegno effettivo.  Del tutto casualmente, il Recovery Plan è stato definitivamente varato nelle sue linee generali proprio all’immediata vigilia della Festa del lavoro. Sappiamo, però, che il varo non basta. Soprattutto, sappiamo che questo vascello può affondare, e con esso l’Italia intera, se non si riempirà di sostanza concreta proprio in direzione del lavoro, del miglioramento della sua qualità, della capacità formativa e d’innovazione.

E’ un Primo maggio che ha reso ancora più evidenti le disparità economiche e sociali tra i paesi del mondo e all’interno di tutti i paesi. Mentre i lavoratori perdevano le centinaia di milioni di ore di lavoro sopra ricordate, poche società e pochi uomini hanno realizzato profitti abnormi proprio grazie alla pandemia. Si ripropone dunque la questione dell’equità e della Giustizia sociale in maniera ancora più nitida e netta che nelle precedenti ricorrenze della Festa del lavoro. Una questione che non può che essere affrontata riscoprendo una politica solidale e inclusiva.

Giancarlo Infante