Sette anni – quanto dura un mandato presidenziale e, cioè, il volgere di una legislatura e mezza – rappresentano un lasso temporale che i Padri Costituenti hanno evidentemente ritenuto tale da poter sparigliare pressoché sempre, con ogni verosimiglianza, il decorso della dialettica politica incardinata sulla periodicità quinquennale del rinnovo delle Camere, da quello, appunto, del mandato presidenziale, posto a garanzia dell’unità della nazione e della fedeltà alla Costituzione repubblicana. E’ così che anche oggi il momento in cui il Parlamento è chiamato ad eleggere il nuovo Presidente coincide con il tempo di una legislatura che ha esaurito i quattro/quinti del suo decorso.
Per cui siamo di fronte a due diverse scale temporali: l’una a scadenza immediata, l’altra differita di un anno o poco più.

Il disaccoppiamento suggerito dal “settennato”, per quanto cronologicamente sussista anche nel nostro caso, sembra non possa facilmente essere preso in carico e rispettato dall’attuale sistema dei partiti in campo. Non a caso, s’invoca un “patto di legislatura”, cioè si pretende di far collabire, l’uno sull’altro, i due tragitti di cui sopra – quello proprio dell’unità del Paese e delle garanzie costituzionali e quello più prettamente politico – anziché disancorarli e disaccoppiarli, così da focalizzare, per ognuno dei due momenti, la “cifra” che gli è propria. In tutto ciò, per un verso, non c’è nulla di sorprendente , dato che necessariamente, in politica – anzi, è esattamente qui il suo “focus” – tutto si tiene. Ma, per altro verso, questa condizione concorre a segnalare la sostanziale inerzia, il fiato corto di un sistema politico che non è in grado di volare alto quel tanto che gli consenta di inscrivere uno dei suoi atti fondamentali nell’ arco di quella visione strategica di interesse generale del Paese e di lungo periodo che a tale atto appartiene, rattrappendola, piuttosto, nel “ridotto” di un ultimo scorcio di legislatura, oltre il quale la presumibile evoluzione del quadro politico nazionale appare, ad oggi, quanto mai nebulosa.

Succede, in buona sostanza, che i due percorsi – in altri termini, il Quirinale e Palazzo Chigi – si embricano l’uno nell’altro, al punto che si fatica a comprendere quale dei due riscuota l’effettiva attenzione primaria di questo o quel partito ed, in quale misura, sia il primo a condizionare il secondo o viceversa. L’ elezione del Capo dello Stato dovrebbe intendersi come un atto straordinario rispetto al quotidiano, ricorrente confronto politico. Un che di distinto, un alveo in cui la dialettica politica possa scorrere sviluppando per intero, anche nei momenti di più grave tensione tra le parti, senza remore, le proprie dinamiche, nella consapevolezza che anche una contrapposizione cruda è consentita, nella misura in cui si sviluppi, comunque, entro una cornice che assicuri, in ogni caso, l’effettivo e pieno rispetto dell’ordinamento democratico.

Tale ruolo di garanzia non finisce forse per essere, in qualche misura, messo a dura prova se assume una forma partorita dalla immediatezza del particolare istante politico oppure una fisionomia funzionale alla stabilizzazione di quest’ultimo, secondo la contingenza del momento? Insomma, come dovrebbe estrinsecarsi questo patto di legislatura? In termini di contenuti programmatici o di schieramento? Attraverso un bilanciato compromesso su due nomi, che, per quanto eminenti, finirebbero per dover soffrire, l’uno e l’altro, una sorta di fastidioso imbarazzo o di reciproco impaccio? Oppure, meglio, in termini di virtuosa corrispondenza tra contenuti davvero condivisi e unità delle forze che, per quanto polarizzate, concorrono ad un’azione unitaria, com’è negli auspici del governo in carica?Restasse Draghi a Palazzo Chigi, è presumibile che, via via ci si avvicini al momento elettorale, questa supposta unità nazionale regga alla prova di un programma impegnativo che, al di là di ogni possibile “patto”, impone da sé l’evidenza dei suoi prevalenti contenuti?

In definitiva, il punto sostanziale è pur sempre lì: non esistono automatismi di sorta o formule magiche che possano supplire alla sostanziale inerzia di forze politiche che, come dimostra il dilagante astensionismo, hanno sciupato e smarrito il vitale contatto con la realtà del Paese, incartate come sono su sé stesse ed incaprettate , a destra come a sinistra, nelle contraddizioni strutturali di ciascuno dei due poli.

Cosicché, a sinistra, una possibile propensione per Draghi non solo disturba l’alleanza tra PD e 5Stelle, ma addirittura divide al loro interno l’uno e l’altro dei due contraenti. A destra, non è escluso che Berlusconi sia stato fatto alzare in volo, giusto per offrirlo alla contraerea nemica. Come, in fondo, si potrebbe evincere dalla fresca dichiarazione di Salvini che preannuncia per la prossima settimana un “piano b”(CLICCA QUI), con il piglio di chi si vuol mettere al centro del ring sia per il Quirinale, sia per le prospettive del governo.

Domenico Galbiati