Le scene di orrore e disumanità che i media ci trasmettono sulla guerra in Ucraina, dopo i fatti orrendi di Bucha e Kramatorsk- orrendi, ma tipici purtroppo di tutte le guerre totali – , sono probabilmente destinate a moltiplicarsi e ripetersi se nessuno riuscirà a fermare l’escalation del conflitto e ad avviare una de-escalation. Le sanzioni, le nuove sanzioni, gli embarghi eventuali, gli invii di armamenti “a difesa” probabilmente non muteranno in meglio la situazione.

Diciamolo chiaramente: aiutare l’ Ucraina così come fatto sinora non basta più.  Bisognerebbe fare qualcosa di più e soprattutto fare anche qualcosa di diverso. Tanto più se la prospettiva di una “non breve” guerra sembra farsi cinicamente strada nelle “previsioni”, non  propriamente disinteressate, di provenienza americana, una guerra che- ormai si dice apertamente anche questo- potrebbe coinvolgere altri Stati.

Il bene dell’ indipendenza e della libertà dell’ Ucraina deve certo esser difeso dall’aggressione così come anche le vite dei civili e dei bambini ucraini devono esserlo.  Ma questa guerra “convenzionale”  sta oggi rivelando il volto più vero e profondo della guerra in se stessa.  La guerra appare sempre di più tale quale la definiva Von Klausewitz agli inizi del  XIX secolo “ La guerra è un atto di forza all’impiego della quale non esistono limiti” (Karl Von Klausewitz, Della  guerra, 1976, ediz. orig. 1837).

Quando il diritto non interviene più e gli organismi internazionali, a partire dall’ ONU,  divengono impotenti, si comprende meglio il senso vero della guerra,  che è la guerra assoluta. Nessun atto  di violenza umanamente immaginabile, per quanto orribile,  può esser considerato fuori dalla guerra, dato che la “logica della guerra”  consiste  nella tensione all’estremo delle forze impiegabili.  Le guerre ai civili del resto  sono divenute ormai da tempo, a cominciare dal secondo conflitto mondiale, la componente essenziale delle guerre.

La guerra assoluta è una guerra senza limiti, ormai indifferente ai limiti stabiliti dal diritto di guerra.  La guerra, come una forza naturale, non si può arrestare se non di fronte ad una forza uguale e contraria.  La guerra ci “rivela” una realtà difficile da sostenere: più che una umanità in frantumi ( le vittime), quasi una onnipotenza del male ed una basilare non-umanità dell’essere umano ( gli aggressori). Paura, difesa ad  oltranza del proprio interesse, impulsività, istinto omicida, questo e nient’altro sarebbe l’uomo. L’incarnazione del male assoluto in un leader politico sarebbe solo la logica conseguenza di questo.  Malum- dovremmo dire-  non bonum, diffusivum sui. Il male non il bene, avrebbe capacità auto-diffusive. Avrebbe ragione lo “stolto” del Salmo 14 che nel suo cuore nega l’esistenza di Dio constatando la apparente onnipotenza degli operatori di iniquità e l’assenza assoluta di operatori del bene. Ed in effetti la negazione dell’umanità dell’uomo sarebbe la più radicale negazione di Dio.

In realtà questa presunta “incarnazione” del male assoluto si accompagna ad una graduale  metamorfosi antropologica che  avanza insinuandosi entro i punti deboli della cultura diffusa. Se questo è l’avversario, se questi sono tutti i nostri avversari, non c’è possibilità di negoziato alcuna. Forze politiche, di solito lontane da una tradizionale cultura di guerra, arrivano così a condividere affermazioni un tempo tipiche delle destre conservatrici e nazionaliste. Le forze democratiche e di area progressista si vanno orientando in larga parte verso una scelta che pare essenzialmente quella di contrastare la forza con la forza ( anche se non ancora  quella delle armi usate in proprio ) senza altre vie di uscita, pur affermando, genericamente e vagamente, la volontà di tenere aperta anche una via diplomatica e politica alla soluzione del conflitto. Quasi però come soluzione secondaria e comunque improbabile di fronte ad un campo ritenuto esclusivamente puro dominio della forza e della ferocia.

La guerra finisce così per divenire come un terremoto o un maremoto, una sorta di catastrofe “naturale” ( “naturale” in quanto espressione inevitabile della malvagia e belluina natura umana) e imprevedibile ( chi poteva prevedere l’attacco all’ Ucraina?) ,  che perciò dobbiamo poter fronteggiare con una forza uguale e contraria, magari tecnologicamente “perfezionata” ( i droni che uccidono senza alcun rischio per l’attaccante ne sono un esempio). La guerra diviene una delle nuove variabili da includere entro la “società del rischio” ( in realtà la “società dell’indifferenza e del distanziamento” umano e sociale cui la pandemia ci ha opportunamente assuefatto) in cui pensiamo di vivere.

La guerra pertanto si può combattere solo con la guerra o solo con gli strumenti di deterrenza ( guerra potenziale, o guerra economica, come le sanzioni o l’espulsione dei diplomatici) che possono garantire in futuro il riequilibrio delle forze che chiameremo pace.  Il vecchio adagio latino si vis pacem para bellum, è ormai condiviso, facendo dimenticare che per i latini però  la “pace” poteva significare anche “fare il deserto”, come racconta Tacito.

Anche nel lontano 1914 nelle opinioni pubbliche europee erano diffusi  orientamenti favorevoli alla pace. Ma nel 1914/15, nel volgere di pochissimi mesi, una larga parte delle forze democratiche e socialiste si convertirono improvvisamente e inaspettatamente alla guerra, unendosi ai nazionalisti. La conversione, nel secolo delle ideologie, fu resa possibile dall’idolo della rivoluzione, declinato in modalità diverse ma tutte compatibili tra loro, la grande alleanza delle democrazie o repubbliche contro gli Stati autoritari, la distruzione dello Stato ( liberale) per instaurare il socialismo, addirittura il progresso tecnico e l’ “igiene del mondo”. Nessuno riuscì a contrastare questa deriva militarista. In Italia il cattolicesimo, contrario ovviamente alla guerra nelle posizioni di principio e sul piano morale, tenne un atteggiamento pragmatico, rispettoso delle scelte fatte dai governi, senza mettere in gioco il patrimonio culturale e ideale legato alla fede. Semplicemente si fece da parte, collocando i principi religiosi nella sfera privata, adottando ciò che oggi diremmo una “laicità di astensione”.

Oggi non ci sono più gli idoli delle ideologie.  C’è però altro. C’è un pensiero nichilista diffuso e confermato o rafforzato dal volto orribile della guerra esibito dai media. C’è lo spettacolo degli uomini ridotti a cose dalla morte e dall’odio, i corpi insepolti e abbandonati.   Non è uno spettacolo privo di effetti. Questo “spettacolo” suggerisce l’idea non solo di una realtà binaria ( da una parte il bene/dall’altra il male assoluto) ma anche quella della inesistenza di una comunità umana.

In un contesto del genere solo la forza può sconfiggere la forza, solo la guerra può far trionfare la parte che ha ragione. Solo la ragione delle armi, non le armi della ragione possono riparare i torti. L’orrore che abbiamo davanti e che i media ci mostrano ci impongono una sorta di disumanizzazione totale, strumentale e necessaria al ristabilimento della “giustizia”. Fiat iustitia pereat mundus. Sia fatta giustizia e perisca pure il mondo.   Non avremo mai davanti alcun interlocutore con cui abbia senso il confronto e il negoziato.  Alla PACE si potrà arrivare solo con la vittoria di una parte e la sconfitta dell’altra.

Questa convinzione sta producendo un pericoloso capovolgimento delle opinioni nel senso comune. “ il principio ultimo che guida l’opinione pubblica e quella dei governi non è più – come era al tempo dell’“equilibrio del terrore” – salus mundi suprema lex esto. Il suicidio dell’umanità attraverso la guerra termonucleare è un rischio che oggi viene accettato. Rimosso il sacrosanto timore si può presentare come un’opzione accettabile quella di proseguire, oggi, nella guerra convenzionale fino alla sconfitta dell’avversario geopolitico e ideologico, anche a costo che la guerra convenzionale deragli nella guerra atomica” ( Mario  Dogliani, Non accettare il rischio di una guerra nucleare, in Chiesa di tutti Chiesa dei poveri, 6 aprile 2022)

Ovviamente il 1914 non è il 2022.   Le analogie storiche sono sempre strumentali e portano fuori strada. Ma ci sono due punti in comune, due assenze inquietanti che spiegano i pericoli della accettazione della prospettiva di una guerra assoluta.

Il primo punto ha a che fare con la cultura diffusa e mediatica. Non  c’è oggi nella società una cultura della pace, così come non  c’era al tempo della grande guerra.  La pace “non è assenza di guerra armata o di sangue versato” ( E. Mounier), così come si ritiene in generale.  La pace tra gli stati  è  “l’ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini” ( Agostino De Civitate Dei, 13,19).

La PACE è dunque un “ordine delle cose” non l’assenza di guerre. Un’idea assente questa, in molte culture politiche, ma non nella cultura cristiana e cattolica, da cui è stata estratta ed è passata alla grande politica ed anche alla costruzione europea, specie ai suoi albori. Per questo la pace si costruisce poco alla volta, non si instaura con la cessazione delle ostilità o con la vittoria di una parte. Sappiamo quali disastri abbia procurato all’ Europa la “pace dei vincitori” nel 1919 e sappiamo anche grazie a quale saggezza si costruì a Vienna nel 1815 un secolo privo di guerre devastanti e generali. Così quando ricorriamo a sanzioni o a misure di ritorsione per piegare la volontà ostinata dell’aggressore, dobbiamo misurare bene ciò che facciamo, per non  compromettere l’ordine che dobbiamo restaurare. Un ordine in cui conteranno i rapporti tra i popoli, molto più della follia dei dittatori, che passano, mentre i popoli restano. Dovremmo accompagnare allora quelle misure a gesti coraggiosi e audaci di pace rivolti ad affratellare i popoli, degli aggrediti e degli “aggressori”, che niente hanno da guadagnare dal massacro quotidiano di civili e di reclute lanciate allo sbaraglio.  Questa cultura della pace che oggi non c’è, nemmeno tra i tradizionali “pacifisti” non  può negare il diritto alla lotta per l’indipendenza e la libertà, ma deve bilanciare sempre questo obiettivo con l’obiettivo supremo con la PACE come “bene comune universale” ( Pacem in terris). Su questo obiettivo, se condiviso e sentito, si fonda l’autorità pubblica di livello internazionale che oggi appare bloccata e paralizzata, che deve al più presto essere rivitalizzata, ma che può esserlo se questa idea è davvero condivisa da popoli e governi.

La seconda carenza è di carattere politico, e rimanda anche al senso e forse all’urgenza della costruzione di forze politiche come quella di  INSIEME. Non si avverte, né in Italia, né in  Europa, il peso di una presenza attiva ed organizzata di una cultura politica ispirata cristianamente. Come al tempo della “grande guerra”  i cristiani o cattolici tendono a considerare il loro specifico patrimonio religioso come un fatto pertinente esclusivamente la sfera privata, lasciando ad altre culture la formulazione delle idee politiche, facendosi da parte come persone credenti . E’ la cosiddetta laicità di astensione, che, oggi vediamo, causa danni incalcolabili alla società.

Dobbiamo riflettere su queste due mancanze parallele di cristianesimo in politica  e di  cultura della pace. Facciamolo, prima che sia troppo tardi. L’ Italia e l’ Europa non possono a lungo resistere alle tempeste della storia, private di una parte essenziale del patrimonio di principi espressi dal cristianesimo.  Restituiamo all’ Europa ciò che è dell’ Europa  fin dal suo sorgere, anzi ciò che, insieme ad altro ovviamente, è sempre stato alla base dei suoi progressi umani e civili.

Umberto Baldocchi