Il voto che i cattolici deporranno nelle urne il prossimo 25 settembre – auspicando, anzitutto, che lo facciano davvero e massicciamente, concorrendo, in tal modo, a riassorbire l’ astensionismo galoppante cui abbiamo assistito nelle più recenti consultazioni – è un caso serio.

Il voto cattolico rappresenta un versante decisivo circa l’orientamento politico generale del Paese, ma soprattutto può essere rilevante in ordine alla questione capitale che sta oggi di fronte a noi: come salvaguardare, garantire, tutelare il nostro ordinamento democratico. Anzi, come ridargli il vigore che merita secondo la pienezza di valori della democrazia rappresentativa, nel tempo nuovo che, dopo la pandemia e la guerra, ci è dato affrontare. La democrazia – e non solo da noi – soffre di un evidente affanno, come fosse in debito d’ossigeno e faticasse a scalare la parete verticale che la separa dal “campo-base” di una fase storica inedita, che ci investe precipitosamente e ci trova impreparati.

La questione istituzionale, la forma dello Stato, il tipo di democrazia, l’ordine e l’articolazione dei poteri ed il modello di “governance” che abbiamo in mente, per quanto siano argomenti che non accendono immediatamente la passione degli elettori, come succede per temi che più direttamente toccano la vita quotidiana delle famiglie, sono fondamentali esattamente in relazione a libertà e giustizia sociale, cioè in funzione dei principi che danno conto di quel primato e di quella dignità della persona, che rappresentano il cuore di una visione politica di ispirazione cristiana.

In questi lunghi anni di seconda repubblica abbiamo assistito ad un florilegio di forme partitiche che – dalla logica leaderistico-carismatica, al partito padronale, al modello aziendale, a quello mediatico, al movimento dei “portavoce” eterodiretto da una sovraordinata ed impalpabile entità digitale – hanno abbandonato la classica e tradizionale postura popolare. Cercando, in nome di una forte “centralizzazione” dei ruoli decisionali, di dare una risposta, nel segno del decisionismo e dell’efficienza, alle oggettive difficoltà degli ordinamenti democratici che abbiamo ereditato dal secolo scorso. D’altra parte, i cattolici che hanno maturato un ampio ventaglio di opzioni politiche, sono in grado di transitare da un pluralismo un po’ “naïf”, cioè, per certi aspetti, spontaneo ed ingenuo, ad una forma di “pluralismo critico”? Detto, in altri termini, per quanto il voto dei cattolici sia disseminato per l’interno arco parlamentare delle forze in campo, vi sono argomenti, in ordine ai quali, come sostiene, su queste stesse pagine, Stefano Zamagni – riecheggiando il Cardinal Bassetti – i “cattolici del sociale e quelli della morale” possano più facilmente e più doverosamente trovare un terreno di condivisione e di convergenza? (CLICCA QUI).
E questo come può avvenire, quali approdi elettorali si possono attendibilmente assumere la responsabilità di facilitare una simile ricomposizione?

Andrebbe fatta, va fatta, a maggior ragione in vista del prossimo appuntamento politico-elettorale, una ricognizione sistematica dei punti su cui la sensibilità, per un verso, l’intelligenza politica, per altro verso, dovrebbero accompagnare i cattolici verso un progressivo consolidamento, anche formalmente strutturato, di tali convergenze. La prima delle quali concerne, appunto, la comune difesa della democrazia rappresentativa e parlamentare, respingendo gli attacchi di una presunta “democrazia diretta”, che si è rovesciata contro i suoi stessi profeti, con l’edito disastrosa per loro stessi e per il Paese che abbiamo sotto gli occhi.

Domenico Galbiati