I risultati delle elezioni in Umbria hanno confermato la complessità della politica italiana e la necessità che si colga l’essenza della realtà. Cosa ben diversa della sua semplificazione. Tre aforismi ci aiuteranno nel ragionamento.

Questa essenza può così essere sintetizzata. Vince una destra estrema senza  un futuro realistico e credibile. Essa non offre progetti sostenibili di governo e di gestione, alla luce del contesto nazionale e estero.  E’ certo frutto della diffusa difficoltà degli italiani a vivere un presente non facile da interpretare e da governare.

Questa destra salviniana preferisce continuare a segnalare in maniera emotiva una sommatoria di criticità piuttosto che proposte gestibili e condivisibili. Se Salvini smettesse di parlarci di immigrati e di sicurezza, ma lo fa solo quando i fatti di cronaca sono legati a non italiani, e sorvolando sul fatto che lui è stato al Viminale per oltre un anno, scopriremmo che ben poco avrebbe da dirci di ragionevole sulla politica industriale, sulla formazione dei giovani, sulla evoluzione tecnologica e digitale, sul Mezzogiorno, sul quadro europeo e del Mediterraneo, sulla nostra collocazione internazionale.

Non parla più frequentemente della sua pulsione anti euro e anti Europa lasciando irrisolto un punto vitale per il  futuro del Paese, dal quale dipende anche la sopravvivenza della struttura economica e sociale del Nord, tanto connesso a tutto ciò che sta al di là delle Alpi e oltre.

Gli manca, insomma, un progetto Paese. Per nascondere questa carenza continua a restare ad un livello verboso e parolaio su cui, purtroppo, lo seguono avversari e stampa.

Berlusconi e i pochi sostenitori che gli sono rimasti accanto continuano ad attaccarsi al fatto di rappresentare un centrodestra liberale. Intanto, però, il capo di Forza Italia ha definitivamente accettato la supremazia di Matteo Salvini. Berlusconi, perde così il collegamento con il moderatismo europeo ed internazionale il quale, com’è inevitabile ed evidente, svolge un ruolo importante nella rappresentanza del mondo dell’impresa, dei servizi e degli operatori finanziari e commerciali, di una buona parte dei ceti medi. Perde anche l’interlocuzione con tutta la realtà culturale e di pensiero alla ricerca di un centrodestra diverso, moderno, concreto, realista ed efficiente.

Tutto ciò spiega perché Forza Italia venga elettoralmente scavalcata persino da Giorgia Meloni che, con Salvini, la sollecita lungo il viale del tramonto. I futuri politologi ci spiegheranno il mistero dell’abbandono di un’area che tutto dovrebbe spingere Berlusconi a coltivare.

In sostanza, della destra resta quella fatta soprattutto  di retorica e impulsività. Oggi apparentemente vincitrice, ma domani costretta a pagare il fatto di non occuparsi d’innovazione, di trasformazione dell’impresa, di disgregazione sociale, di perdita dei connotati culturali e storici del nostro popolo, declinando questi solamente in termini sciovinisti e, persino, razzisti. Resta sul piano degli slogan e solletica i sentimenti più viscerali che, ovviamente, non sono in grado di penetrare e comprendere la complessità di un mondo in trasformazione.

I Cinque Stelle sono prigionieri delle contraddittorietà in cui sono stati precipitati da una crescita inattesa. Il gruppo dirigente appare disponibile a tutto. Il problema è quello di barcamenarsi tra le dure responsabilità legate al dovere proprio di chi riceve un largo consenso e  il carattere populista che va bene quando ci si può solo limitare a gridare un ” vaffa”. Stupiscono e preoccupano i subitanei cambi d’indirizzo, in cui si scorge un miscuglio di spregiudicatezza verticistica e di un opportunistico adeguamento alle spinte di quel che resta di un movimento popolare.

Dei limiti del centrosinistra abbiamo già scritto abbastanza. Si presentano come  speculari rispetto a quelli della destra. Purtroppo, non si nota alcun segno di un concreto ravvedimento. Esso dovrebbe prendere le mosse da una seria e profonda analisi sul percorso storico intrapreso dagli epigoni del comunismo italiano e da quei popolari e cristiano democratici che hanno concorso a dare vita al Pd. E’ troppa, però, la cura richiesta dagli equilibrismi correntizi e la salvaguardia di un’ancora forte, forse troppo forte, struttura di potere.

Insufficiente, se non assente, la reazione alle successive sconfitte inanellate dopo la fine del “ renzismo” cui una buona parte dei democratici si erano aggrappati senza verificare le basi culturali e sociologiche di riferimento di Matteo Renzi, ammesso che ci fossero e ci siano tuttora.

Il Paese è fermo. Non c’è anelito innovativo. Si continua ad essere prigionieri dei vecchi paradigmi. Oggi, più che mai, si pone la questione di un cambiamento totale e profondo attorno cui devono iniziare a ragionare forze fresche e nuove, capaci di liberarsi dalle soggezioni che hanno sostanziato i passati 25 anni.

La situazione favorisce come non mai la possibilità di dare vita a nuovi soggetti politici, affrancati finalmente in un contesto del tutto inusuale e, in ogni caso, carico di prospettive.

Un aforisma dalla paternità ignota ci aiuta: “ Il furbo cambia le carte in tavola. La persona intelligente non cambia le carte. Cambia la tavola”.  Ciò vale anche per quanti di noi vogliono organizzare una forza politica solidale e popolare. Fatta di cattolici e di laici accomunabili da un impegno di trasformazione radicale del Paese, alla luce del collegamento con la Costituzione e la Dottrina sociale della Chiesa.

Sappiamo che molte sono le perplessità e le resistenze. Anche tra i cattolici componenti un mondo che ha perso familiarità con il “ pensare politicamente” e che finisce per essere prigioniero degli stati di necessità o della paura del risultato raggiungibile nell’immediato. Tutto è ridotto ad essere valutato solo in termini elettorali, mentre la mentalità del “ bipolarismo” continua a restare come schema astratto cui guarda soprattutto chi considera più conveniente l’imbarcarsi in danze guidate da altri.

Anche in questo caso aiuta un altro aforisma dal padre ignoto, si presume solo che venga dall’oriente: “ Di cosa è fatta la vittoria? chiese l’allievo. Di molte sconfitte, rispose il maestro”. Ma si tratta di sconfitte che possano avere un senso e in cui s’incappa, in ogni caso, conservando una visione di largo respiro e lungo un percorso affrontato con coerenza e costanza, ancorché riconosciuto come non semplice e non breve.

Così, questa volta soccorre Socrate, è il momento del terzo aforisma per coloro che sono intenzionati a modificare nel profondo le cose: “ Il segreto nel cambiamento è nel concentrare tutta la tua energia nel costruire il nuovo, non nel combattere il vecchio”.

Giancarlo Infante