Nell’esprimere i più sinceri sentimenti di gratitudine per il lavoro svolto dagli organizzatori dell’assemblea che ha visto la costituzione del nuovo partito politico “Insieme”, vorrei tentare di contribuire alla discussione, toccando tre punti che ritengo possano essere di una qualche importanza, soprattutto per il prosieguo del lavoro che attende i protagonisti di tale nuovo soggetto politico.

  1. In primo luogo, dovremmo chiederci perché, sul finire del 2020, ci sarebbe ancora bisogno di un partito di ispirazione cristiana, sulla scia della tradizione del popolarismo italiano ed europeo. La risposta è articolata, provo a sintetizzarla. Una presenza popolare oggi appare indispensabile come antidoto al populismo; lo stesso papa Francesco nella sua nuova enciclica “Fratelli tutti” distingue tra populismo e popolarismo. È tipico della cultura politica populista considerare il popolo come una massa informe e disordinata, al punto che necessita di un leader carismatico per essere ordinato, come un gregge necessita di un pastore per essere guidato. È la negazione della libertà e del ruolo delle istituzioni, in quanto, rispettivamente, precondizione del processo democratico e presidio delle effettive libertà personali e comunitarie, contro i privilegi e le rendite monopolio delle svariate consorterie e corporazioni. Inoltre, un partito d’ispirazione cristiana e iscritto nella tradizione del popolarismo è europeista, dunque, anti nazionalista, contrario ad ogni possibile deriva sovranista. Per i popolari sovrana è la legge, non la nazione – concetto ambiguo e controverso -, e spetta al popolo, nella sua accezione plurale, mediante la presenza democratica all’interno delle istituzioni politiche, ma non solo, esercitare l’azione di controllo affinché chi detiene il potere operi nel quadro e nel campo delimitato dalla legge, la stessa che disegna i confini dell’autorità politica. Infine il ruolo delle istituzioni; è tipico del popolarismo il riconoscimento del ruolo imprescindibile delle istituzioni, in quanto cristallizzazioni temporanee, dunque sempre soggette alla riforma, di idee e di ideali che stanno in capo ai cittadini. Idee e ideali dai quali dipendono comportamenti ripetuti e attesi che indicano le norme di condotta, le quali, se disattese, comportano la sanzione: morale, amministrativa, penale. In definitiva, il popolarismo è la teoria politica che esalta il ruolo delle istituzioni e, in tal modo, risponde alla definizione data dalla dottrina sociale della Chiesa di politica come “via istituzionale della Carità” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 7).
  2. In secondo luogo, metterei in evidenza la specifica matrice economica che il popolarismo ha introdotto nel campo teorico e pratico. Il prof. Zamagni utilizza l’espressione Economia Civile di Mercato (ECM) e la contrappone all’Economia Sociale di Mercato (ESM), oltre che all’economia liberista.Mi permetto di dissentire, dal momento che questa distinzione non tiene conto di una miriade di aspetti che qualificano sia l’ECM sia l’ESM come la stessa risposta a due domande differenti. Mentre il prof. Zamagni le presenta come due risposte alla medesima domanda.

Perché invece sosteniamo che rappresenterebbero la stessa risposta a due domande differenti? Perché, mentre l’ECM risponde alla domanda relativa al rapporto tra società civile e business community, l’ESM risponde alla domanda relativa al rapporto tra società civile e comunità politica. Entrambe, tuttavia, rinviano al principio di sussidiarietà, esaltando una nozione di società civile altamente differenziata per funzioni: politica, economia e cultura, un rapporto competitivo e collaborativo tra forme sociali che delinea la cosiddetta plurarchia sociale, nel contesto della quale si esprime la democrazia come poliarchia. La sussidiarietà è il principio che governa l’ordinamento sociale secondo le istanze della dottrina sociale della Chiesa: dal basso verso l’alto, dalla persona verso nuclei sociali più complessi.

Ne consegue che tra ECM e ESM non c’è dicotomia, ma complementarità rispetto al tema di come garantire la libertà in un contesto civile ordinato secondo i principi di sussidiarietà, solidarietà e poliarchica, avendo assunto il bene comune come il metodo attraverso il quale riconoscere il contributo di tutti e di ciascuno, per il bene di tutti e di ciascuno.

  1. In terzo luogo, intendo evidenziare la bontà del metodo sin qui adottato. Un metodo aconfessionale, popolare e processuale-gradualista. Per fortuna nessuno ha richiamato un’inutile, quando non dannosa, copertura ecclesiale, se non vaticana. È evidente il metodo aconfessionale e popolare, cioè che viene dal basso e, per questa ragione, anche processuale, nel senso di gradualista, non ideologico e categorico. Si individuano i problemi e intorno ad essi si imbastisce una discussione critica che faccia emergere le possibili soluzioni. È questo il metodo critico che sta alla base del cosiddetto “metodo di libertà”, individuato e sviluppato da Sturzo nella sua elaborazione teorica durante gli anni dell’esilio londinese e statunitense. È questo anche il portato fondamentale del liberalismo e motivo di orgoglio per noi essere qui, 4 ottobre 2020, ad esercitarci nella pratica di una virtù politica, purtroppo, oggi così poco diffusa.

Flavio Felice