“Buscar el levante por el poniente” era la scommessa che affascinava Cristoforo Colombo e, sempre che le caravelle reggessero anche la traversata del Pacifico, gli sarebbe forse riuscita se non si fosse interposta, alla sua navigazione, la sorpresa delle Americhe. “Buscar la izquierda por la derecha” é, invece, impossibile. Ne sa qualcosa il Partito Democratico. In modo particolare, dopo la sceneggiata con cui Conte ha dato avvio al marasma che ha condotto alle dimissioni di Draghi.

Per quanto la politica possa apparire confusa oppure fondata su categorie di giudizio e di valore approssimative, in realtà deve pur rispettare alcuni criteri fondamentali. E se questo non avviene si fuoriesce dai binari e si deraglia. Inoltre, per quanto si debba discutere come si configuri ai giorni nostri la dicotomia “destra-sinistra”, non si puo’ fare di ogni erba un fascio e giocarsela alla buona. Non a caso, la cosiddetta strategia del “campo largo” sconta l’esiziale equivoco di aver scambiato il Movimento 5Stelle, una formazione sfacciatamente populista, leaderistica in forme addirittura esasperate, avversa alla democrazia rappresentativa ed allo stesso Parlamento, impastata di becero moralismo per una forza progressista, addirittura possibile protagonista di una riscossa della sinistra. E’ la perenne illusione di poter ascrivere alla sinistra movimenti che, nella misura in cui incarnano, anzitutto, un sentimento diffuso di protesta e disagio sociale, per cio’ stesso indicherebbero un percorso di innovazione. Come fu a suo tempo per la Lega, scambiata da D’Alema per la cosiddetta “costola della sinistra”. Ma non e’ cosi’.

Nella DC ce lo spiegavano da ragazzi. Il crinale che rappresenta il primo, più elementare discrimine tra “destra” e “sinistra” é si’ anche di carattere sociale e di contenuti, ma soprattutto di ordine politico. Ci puo’ stare – ed anche la nostra storia lo dimostra – una “destra sociale”. Se come “programma sociale” intendessimo una somma di rivendicazioni tale per cui, a quelle già contemplate, se ne puo’ sempre aggiungere un’ altra, giocando all’ infinito a chi sia più radicale ed avanzato, si cadrebbe in una sorta di escalation sconclusionata, che non approderebbe da nessuna parte. Il punto é, piuttosto, un altro. Con quale “politica”, con quale composizione dei fattori in campo, quindi con quali alleanze tra forze rappresentative di differenti spaccati sociali, con quali mediazioni tra culture politiche e visioni differenti che restano tali, eppure trovano un punto alto di sintesi nell’interesse complessivo della collettività nazionale, con quali coordinate di politica internazionale, in poche parole con quali respiro democratico, con quale concezione dialogica del potere si puo’ cercare di cogliere dove stia il nodo effettivo del “bene comune”?

“Politique d’abord”, sosteneva, non a torto, il vecchio Nenni. Senza il coraggio della politica, senza la capacità di esercitare la facoltà dell’ascolto e poi superare steccati, senza mettersi in gioco in un discorso pubblico plurale in cui reciprocamente ci si riconosce interlocutori, senza un’ambizione alta che assegni alla politica non solo un ruolo di potere, ma anche un compito di verità, non si esce dalla palude della stagnazione e non si vincono le sfide che ci stanno di fronte. E’ la “politica” che, nei lunghi anni della prima Repubblica, ha guidato nel nostro Paese le strategie di progressivo allargamento della basi democratiche dello Stato. Ma una politica finalizzata alla democrazia espressamente orientata, dunque, ad obiettivi di giustizia sociale e di pari dignità per tutti, non si può fare con forze che la democrazia non conoscono al loro interno, se non in forme, apparenti e surrettizie. Forze strutturalmente di destra, anche se forse non hanno neppure la capacità di comprenderlo. Oggi e l’Italia, non solo il suo apparato politico, ma l’intero Paese, le sue forze sociali, culturali, economiche e produttive, ad essere messe alla prova. Ed é, dunque, il momento di coltivare un’attenta intelligenza politica delle cose. Se si prendono lucciole per lanterne a livello dei “fondamentali”, non si va lontano.

Domenico Galbiati