E’ ancora possibile “governare” i processi che attraversano la cosiddetta società “liquida”? Oppure dobbiamo rassegnarci ad una turbolenza degli eventi che accadono o sembrano accadere e si accavallano gli uni sugli altri senza quella connessione logica che a noi piacerebbe poter cogliere? Quindi, secondo modalità che a noi appaiono caotiche, nella misura in cui non disponiamo delle categorie interpretative adatte a coglierne la “ratio” che pure hanno?

Com’è successo per la pandemia. Ci è sembrata un fulmine a ciel sereno, del tutto inopinato ed incomprensibile, salvo poi, via via, comprendere come – per quanto persista comunque un dato di imponderabilità – risponda ad un insieme di con-cause che, almeno in parte, avremmo potuto prevedere e prevenire.

Le democrazie, così come sono classicamente intese nella forma parlamentare e rappresentativa, sono in grado di governare questi accadimenti oppure sono più efficaci, a tal fine, le cosiddette “autocrazie”? La democrazia, i suoi riti, le sue procedure inclusive, i tempi necessari alla formazione di un’opinione compiuta, motivata e convinta, la maturazione di un consenso non implicano una dilazione delle determinazioni necessarie, tale da rendere queste ultime fuori tempo e, dunque, inefficaci rispetto ad una sequenza degli eventi che corre più veloce  e travalica il tempo della riflessione e del pensiero?

Non c’è, in definitiva, un limite strutturale ed insuperabile, tale per cui oggi siamo dentro una temperie storica in cui la democrazia è inevitabilmente messa fuori gioco, anzi si rivela una pietra d’inciampo? A meno che accetti di salvare la forma e venire a patti nella sostanza, lasciandosi addomesticare, adattandosi a forme più o meno presidenzialiste, a posture “decisioniste” garantite attraverso il leaderismo, il carisma inappellabile del “capo”. Oppure, tramite procedure istituzionali, metodi elettorali, convenzioni politiche che, di fatto prendono per mano  il libero  convincimento dell’elettore, a quel punto destinato a languire impotente, e lo accompagnano nella morta gora di un alveo preordinato. Al quale, in ultima istanza non si sfugge se non rifugiandosi nell’astensionismo che, non a caso, si è gonfiato a dismisura e non è ascrivibile solo ad una indifferenza neghittosa, bensì esprime anche una passione frustrata.

In un certo senso, si può dire che noi viviamo una fase storica caratterizzata,  anche sul piano sociale – se è lecito tracciare una analogia con i processi fisici – da quei fenomeni “non lineari”, che vengono studiati dalla cosiddetta “fisica del caos”. Si tratta di eventi che, se appena impercettibilmente muta la loro condizione iniziale, evolvono verso ventagli di possibili esiti talmente ampi e differenziati da risultare del tutto impredicibili.

Ad un certo punto, non a caso si parla di “caos deterministico”, compare spontaneamente, originando da chissà dove, un “attratore”, cioè un punto di aggregazione, un baricentro, attorno al quale il sistema torna a comporre un ordine inatteso che, evidentemente, riflette una corrispondenza tra le sue parti più profonda di quanto a noi sia consentito comprendere.

L’ eventuale analogia  con i processi sociali si spinge fino a ritenere che anche questi, alla fin fine, siano destinati, per conto loro,  a cristallizzarsi in una nuova struttura consistente oppure, se non viene introdotto dall’esterno un principio ordinatore, camminano ineluttabilmente verso una dissipazione progressiva ed incomponibile che, via via, accresce l’entropia del sistema fino a spegnerlo? Il “principio ordinatore” di cui abbiamo bisogno non è forse la “Politica” come tale, cioè l’attitudine a leggere in termini integrati e sistemici la complessità del mondo reale in cui siamo immersi?

Questa dimensione integrata e sistemica che corrisponde al cuore della Politica cosa ha a che vedere con quella modalità sgranata di affrontare la pluralità di tematiche secondo cui si declina la complessità sociale attraverso quella logica referendaria che, per sua natura, esige che tali versanti siano disaggregati e proposti, ciascuno, alla valutazione dell’elettorato, in quella sua nuda singolarità, che finisce poi per attestare il giudizio più sul crinale di una reazione emotiva che non sul piano di una oggettiva razionalità? Nulla. La logica referendaria, per definizione, nulla ha a che fare con il “governo” della complessità.

Per tale, infatti, intendiamo quella dipendenza incrociata e quel reciproco condizionamento tra processi differenti, tale per cui la fisionomia di ognuno di questi risulta da una sovrapposizione di stati che non possono essere artificiosamente separati. In buona sostanza, la politica e la partecipazione democratica che dovrebbe accompagnarla, esigono, per usare un termine sia pure approssimativo, una “visione”, un che di strutturato e di sufficientemente organico che sia in grado di dar conto del senso compiuto delle cose.

Al contrario, chi si illude – addirittura in versione “spid” – di inseguire forme referendarie di presunta “democrazia diretta”, di fatto nega la Democrazia o ne propone un surrogato indigesto.

Domenico Galbiati