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La denatalità in Italia: ombre certe e luci possibili

Il tema della natalità è oggetto del seguente intervento di Percorsi di Secondo Welfare
In che modo il nostro Paese sta affrontando, finora senza esiti positivi, l’emergenza denatalità? In questo articolo, che si aggiunge a quelli già pubblicati su Francia e Germania, facciamo il punto sulle misure adottate negli ultimi anni e analizziamo le novità del Family Act, approvato ad inizio aprile, a cui però bisognerà affiancare interventi di più ampio respiro.

Il Family Act è solo l’inizio”, sostiene Linda Laura Sabbadini, statistica e direttrice centrale dell’Istat, tra le maggiori esperte di statistiche per gli studi di genere. Il cosiddetto Family Act è la legge delega recante “Deleghe al governo per il sostegno e la valorizzazione della famiglia” che è stata approvata in via definitiva dal Senato ad inizio aprile.

Nel giorno del voto al Senato, la Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia Elena Bonetti ha parlato di “una giornata storica per il Paese di oggi e per il Paese di domani”, ma ha anche ammesso che non si tratta di “un provvedimento risolutivo”. “Da qui cominciamo un percorso che ci deve portare a costruire un sistema strutturale, equilibrato che non costituisca solo un sostegno al reddito”, ha dichiarato.

Dall’approvazione della legge, il Governo ha due anni di tempo per approvare tutti i decreti attuativi necessari. Il frangente, quindi, è potenzialmente decisivo. “Ci troviamo in un momento unico del nostro Paese rispetto alle risorse disponibili e alle scelte da fare”, ha scritto il demografo Alessandro Rosina su Neodemos. Ma come ci siamo arrivati?

Politiche deboli e frammentate

In Italia, l’intervento pubblico a sostegno delle famiglie è sempre stato discontinuo e frammentato e il nostro Paese si è a lungo distinto da molti altri Stati europei per una particolare debolezza in questo ambito.

Per quanto riguarda i trasferimenti monetari, per esempio, fino alle riforme più recenti, la principale misura è stata uno schema di intervento selettivo, in relazione al reddito e categoriale, solo per i lavoratori dipendenti o para-subordinati. Solo tra 2015 e 2017 (CLICCA QUI) è stato introdotto in via sperimentale il cosiddetto “Bonus bebè”. La misura, confermata e ampliata nel 2020, prevedeva un contributo di 80 euro mensili per i primi tre anni di vita del bambino, aumentati a 160 euro in presenza di Isee non superiore ai 25.000 euro ed è stata la prima prestazione universalistica introdotta nel nostro paese in questo campo. Per i congedi, invece, quello di paternità è stato introdotto solo nel 2012: due giorni obbligatori più uno facoltativo al 100% della retribuzione, poi portati a sette e quindi a dieci, lo scorso anno. Il lavoro agile, infine, che potrebbe contribuire a una migliore conciliazione, è entrato nel nostro ordinamento solo nel 2017. Senza contare lo storico ritardo italiano nei servizi per l’infanzia, come gli asili nido.

In sintesi, negli ultimi 15 anni, gli interventi sono cresciuti e si sono ampliati, ma sono rimasti ancora troppo sperimentali e quindi frammentati, incapaci di generare quella fiducia nell’aiuto da parte dello Stato che è una componente importante nella scelta di fare figli, come abbiamo visto raccontando il caso francese (CLICCA QUI). E, infatti, come abbiamo spiegato nel primo articolo (CLICCA QUI) dei nostri approfondimenti sul tema, la denatalità è un problema che interessa l’Italia da anni. Il tasso di fecondità (cioè il numero medio di figli per donna) nel 2020 era pari a 1,24, il terzo più basso d’Europa e nel 2021 il calo dei nati è stato tra i più ampi mai registrati.

Per la lettura completa dell’articolo CLICCA QUI

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