Nigel Farage il principale esponente della destra britannica – e a suo tempo capo del movimento delle Brexit – nel pieno delle inchieste giudiziarie che lo riguardano, ha annunciato le dimissioni da deputato di Clacton-on-Sea per poi ricandidarsi nello stesso collegio. La sua frase è rivelatrice: “The people of Clacton should be the judges of my actions”. In altre parole: non la giustizia, non i tribunali, ma il voto popolare dovrebbe diventare il giudice ultimo delle mie azioni. Il concetto di Giustizia che torna indietro di alcuni secoli e che, purtroppo, accomuna tutta la destra che governa o aspira a governare i paesi del cosiddetto Occidente della democrazia e dei valori dell’uguaglianza di fronte alla Legge.
È esattamente la logica del “tribunale speciale” per i politici: quello delle urne. Il voto viene trasformato in una sorta di lavacro morale, un’assoluzione preventiva. Se vinco, sono innocente; se perdo, forse ho sbagliato. Ma con questa impostazione la Giustizia ordinaria viene retrocessa a fastidio tecnico, a rumore di fondo, quasi ad un abuso dell’establishment contro la volontà del popolo.
Il punto è che le democrazie moderne – almeno in teoria – si reggono su un principio opposto: la giustizia è uguale per tutti, e semmai dovrebbe essere più severa verso chi esercita potere pubblico, proprio perché ha responsabilità maggiori e strumenti più forti per incidere sulla vita collettiva. Il rappresentante del popolo non è un cittadino “speciale” da proteggere, ma un cittadino che risponde delle proprie azioni come gli altri, e talvolta più degli altri. Per garanzia sua e degli altri, di fronte ad un Tribunale, non dinanzi ad un corpo elettorale.
Farage, inoltre, non la racconta giusta. Nel sistema dei collegi uninominali britannici, chi vince lo fa spesso con una maggioranza relativa, talvolta con uno scarto minimo. Non rappresenta mai “tutti”, ma una parte del corpo elettorale. Eppure, quella minoranza viene evocata come se fosse un tribunale morale assoluto, chiamato ad assolvere o condannare non solo l’azione politica, ma perfino i comportamenti oggetto di indagine giudiziaria. È una scorciatoia retorica. Come già detto, si sostituisce il giudizio di un organo indipendente – la magistratura – con il consenso di una parte dell’elettorato.
Questo refrain accomuna gran parte della destra mondiale, dai trumpiani negli Stati Uniti fino a molte forze in Europa e in Italia: “abbiamo vinto le elezioni, quindi siamo innocenti”. La vittoria elettorale diventa una patente morale, una copertura etica, un lasciapassare giudiziario. Ma la democrazia costituzionale non funziona così: il voto decide chi governa, non chi è colpevole o innocente. Confondere le due cose significa trasformare il consenso in scudo penale e ridurre lo Stato di diritto a un optional, subordinato all’umore del momento.
In questa mentalità, il popolo viene evocato come arma retorica, non come soggetto di diritti. E il rischio è chiaro: la Giustizia sostituita dal consenso diventa il primo passo verso un sistema in cui chi vince si sente autorizzato a riscrivere le regole, anche quelle che dovrebbero limitarlo. ![]()