Davvero l’ulteriore accelerazione dei corsi azionari vissuta nell’ultima settimana di contrattazioni è figlia legittima del rinnovato ottimismo rispetto a una soluzione nel conflitto commerciale fra Usa e Cina? Se così fosse, attendiamoci un brusco stop. Quantomeno, stando alla narrativa ufficiale, la stessa che per giorni aveva accreditato un accordo come ormai a portata di mano e, soprattutto, in grado di disinnescare in tempo la scadenza del 15 dicembre, quella del round più massiccio di aumenti tariffari. Quando Wall Street stava per pregustarsi l’ennesima settimana record, Donald Trump ha infatti gelato tutti (per l’ennesima volta): “Non ho preso alcuna decisione rispetto al ritiro dei dazi, stiamo trattando ma la soluzione appare ancora lontana”. Insomma, ennesimo stop-and-go ed ennesima tela di Penelope da ritessere, a colpi però di indici azionari che ne patiranno il disfacimento. Oppure no? Se infatti appare impossibile negare l’apporto – non fosse altro psicologico e di reazione automatica, avendo a che fare con algoritmi – di un flusso di news tutte positive sull’andamento dei listini, qualcuno fa notare come ci sia dell’altro e di più sistemico dietro all’esuberanza di metà trimestre di Wall Street.

Per l’esattezza, la sequenza causale rappresentata da questi grafici, talmente chiari da non necessitare particolari spiegazioni tecniche. Dal 17 settembre scorso, giorno in cui la Fed fu richiamata in servizio permanente ed effettivo dopo un decennio dalla turbolenza emersa sul mercato interbancario, il bilancio della Banca centrale statunitense è infatti aumentato di 280 miliardi, tornando sopra la soglia totale dei 4 trilioni di dollari. Si tratta del ritmo di acquisto più alto e di espansione dello stato patrimoniale più veloce dall’aprile del 2013, ovvero quando si era nel picco del Qe3 guidato da Ben Bernanke. E per quanto Jerome Powell si ostini a chiedere alla stampa che quanto attivato la scorso metà ottobre non venga chiamato Qe, il secondo grafico mostra come le aste finora poste in essere dalla Fed abbiano visto una ratio fra domanda e offerta sempre in sovra-sottoscrizione.

E qui, casca l’asino. Perché ovviamente il numero uno della Federal Reserve ha buon gioco nel giustificare la sua richiesta nominalistica con il fatto che gli ammontari di liquidità posti a disposizione sono decisamente più bassi dei tre cicli precedenti di acquisti ma occorre sempre far riferimento al primo grafico. Se infatti la Fed può permettersi – ancora per poco, forse, vista la domanda perennemente superiore all’offerta – di limitare i controvalori ed escludere i titoli a brevissima durata dal collaterale accettato, è solo perché un mese prima dell’inizio delle operazioni aveva cominciato a inondare di liquidità il sistema attraverso le aste repo quotidiane e quelle term a 5-10-14 giorni con cadenza bisettimanale. Oltretutto, avendo dovuto alzare gli ammontari massimi di entrambe, visto che anche in questo caso la domanda di liquidità superava spesso e volentieri l’offerta.

E’ un Qe “scomposto”, se così si può dire. Ma la sostanza non cambia. Anzi, come testimoniato dall’aumento del bilancio, siamo a livelli da 2013. Ed ecco che questo terzo grafico pare offrire una lettura alternativa a quella del rasserenamento fra Washington e Pechino come driver dei rialzi e della nuova euforia: da quando la Fed ha dato vita al “non-Qe”, casualmente Wall Street non ha più conosciuto una singola settimana di calo. Sempre indici in verde, sempre nuovi record infranti. E anche in questo caso, una spiegazione appare decisamente alla portata anche dei non addetti ai lavori: essendosi garantiti liquidità quotidiana attraverso le aste repo, i soggetti finanziari stanno utilizzando il denaro ottenuto attraverso il Qe vero e proprio per operare sui massimi di una giostra che ha ricominciato a girare, sostenuta da una musichetta allegra. Il tutto, dopo la grande paura di settembre, figlia legittima proprio dell’assenza crescente di liquidità e del timore che, terminato il cash rimpatriato dall’estero grazie allo shock fiscale del 2018, ora le majors avrebbero rallentato nell’operare attraverso buybacks azionari, altro driver storico dei listini. Insomma, le evidenze paiono parlare chiaro: l’intero carrozzone si regge unicamente sulla certezza che la Banca centrale Usa non si permetterà alcun azzardo da qui al prossimo anno. Anche perché il programma posto in essere vede gli interventi repo e term fissati fino a fine gennaio e quelli più strutturali, il Qe vero e proprio, almeno fino a maggio.

Ma quello che ci attende da qui a un mese e mezzo, essendo anche l’anno delle presidenziali negli Stati Uniti, difficilmente alla Federal Reserve si giocherà troppo d’azzardo con le letture macro come unica chiave della guidance di politica monetaria. Nel caso, poi, il bogeyman del conflitto commerciale con la Cina potrebbe sempre tornare a spaventare i mercati, inanellando brutte notizie una dopo l’altra e riportando a più miti consigli chi si sentisse azzardato da mosse di normalizzazione. Quanto può durare, però, un gioco come questo, basato di fatto sulla presenza costante delle Banche centrali a tutela dei mercati? La logica, infatti, appare quella di un bambino che si sentiva pronto a pedalare senza più rotelle ma che, alla prima caduta lo scorso inverno, ha immediatamente pianto per riottenere l’ausilio alla sua bicicletta: ora viaggia come il vento ma resta il dato di fatto che, una volta venuto meno il supporto, il rischio di precipitare appare decisamente alto.

Sarà per questo che, come mostrano questi due ultimi grafici oltre a quelli di palese dipendenza dalla liquidità centralizzata, i mercati Usa rimandano anche chiari segnali da stagione del last hurrah. Il primo dimostra come non solo JP Morgan la scorsa estate abbia scientemente deciso di ritirare qualcosa come 130 miliardi di fondi dai propri conti presso la Fed, al fine di creare turbolenze sulle riserve riverberatesi in settembre sul mercato interbancario di finanziamento ma anche che – in attesa di un ritorno indotto all’operatività della Federal Reserve – abbia utilizzato quel denaro per abbattere i prestiti in detenzione e acquistare bond, soprattutto Mbs: gli stessi che, oggi, utilizza per ottenere liquidità attraverso il nuovo Qe e poi giocare nuovamente a Wall Street, massimizzando i profitti. Il secondo, invece, ci parla di un chiaro effetto Titanic in atto: stando a dati della Challenger, Gray and Christmas, da inizio anno alla scorsa settimana, infatti, gli amministratori delegati di aziende Usa con più di 10 dipendenti che si sono dimessi hanno raggiunto la quota di 1.332, nuovo record rispetto ai 1.257 che nel medesimo arco temporale avevano gettato la spugna nel mitologico 2008. In tutto, quell’anno si toccò il record assoluto di 1.484 abbandoni: con un mese e mezzo di fronte a noi, in moltissimi scommettono che verrà spazzato via entro Capodanno. Solo in ottobre, sono stati 172 i Ceo che hanno presentato il loro addio a Consigli e azionisti.

Crisi di coscienza collettiva? Voglia di cambiare vita? O, forse, fretta di cambiare aria prima che lo schema Ponzi dimostrato dai tre grafici relativi a Wall Street venga disvelato da un ritorno di fiamma del mercato o dall’esplosione incontrollata di qualche bolla? Maybe just a coincidence. Or maybe rich people can see the writing on the wall and are cashing out right now, si fanno sfuggire da un desk di Chicago. Prima di tornare seri, molto seri: “Quel dato, per quanto mi riguarda, significa una cosa sola: cosa la Fed non sta dicendoci?”.

La Fed, lo stesso motore immobile che da metà settembre ha riportato il sorriso a Wall Street. Dove si è tornati a ballare. Ma premurandosi di farlo stando vicini alla porta d’uscita. Mentre ai piani alti delle aziende, corporations come Pmi, sempre più dirigenti sono già usciti dal palazzo. Metaforicamente, hanno abbandonato il ponte del Titanic con le sue parossistiche orchestrine e guardano l’orizzonte dalla scialuppa. C’è da sperare, solo per un ingiustificato eccesso di timore. Il dato delle vendite degli insiders di fine anno potrà dire di più: se chi resta, avrà comunque venduto sfruttando il ritorno dell’euforia, allora avremo davvero il terzo indizio che diventa prova.

Mauro Bottarelli

 

Fonte: Business Insider Italia