Luigi Sturzo, fermo assertore dei valori della persona e soprattutto della morale, della legalità,
della pace, della libertà e della fratellanza tra i popoli, sosteneva che – così come le nazioni moderne,
malgrado i contrasti e le guerre, «si formarono col passaggio delle unità locali, città, contee e
province, in unità superiori, regni, stati, nazioni» – è altrettanto «prevedibile che lo stesso passaggio
avvenga da nazioni a gruppi internazionali a carattere regionale e continentale e da questi ad unità
intercontinentali, e così via fino a una rappresentanza di tutti i popoli nel parlamento mondiale» (1).

Tanta fiducia nell’avvenire derivava a Sturzo dalla radicata convinzione – avvalorata dai suoi studi
storici – che i piani della Provvidenza procedono verso la realizzazione di una comunità
cosmopolitica. Va detto subito che l’aspetto europeistico, in tutta la sua concretezza, si coglie meglio
nello Sturzo dell’esilio e del ritorno in Patria. Durante queste due fasi, – arricchite da un’esperienza
vissuta da profugo in Inghilterra, Francia, Belgio, America e, poi, da parlamentare, a Roma – , la sua
riflessione politica si allargò criticamente ai problemi del mondo occidentale e la sua produzione
pubblicistica fu intensa e diffusa.

Nello Sturzo dell’Opera dei Congressi e del Partito Popolare Italiano non emerge ancora
un’articolata idea di Europa. Il giovane sacerdote di Caltagirone, preso dalla questione sociale e, in
particolare, dalla questione meridionale, aveva potuto dedicare poca attenzione ai problemi del
Vecchio Continente. In lui si scorge, pur tuttavia, una innata, spiccata tendenza a valorizzare e a
mettere in pratica l’antico principio che “l’unione fa la forza” e, convinto di ciò, sin dai primi anni
della sua attività sociale, si prodigò per una lega delle cooperative, scrisse sulla opportunità della
federalizzazione delle regioni, si fece promotore dei consorzi dei comuni.

Il grande interesse di Luigi Sturzo per la federazione della Europa nacque nel 1924, anno in cui,
in seguito alla netta opposizione al regime fascista e su sollecitazione» della Curia Romana, egli
dovette abbandonare l’Italia e rifugiarsi all’Estero. A contatto con altri esuli ebbe modo di
confrontare le sue idee e di estendere le sue analisi agli Stati europei e al Continente nel suo insieme.
Nella prima fase di tale esperienza non va trascurata la collaborazione avuta dal pubblicista e
avvocato modenese Francesco Luigi Ferrari, il quale, in ricambio, ricevette da Sturzo piena
solidarietà alle sue iniziative. Ferrari fondò e diresse a Bruxelles la rivista «Res Publica», un
periodico che riscosse, ben presto, condivisione e fiducia nell’opinione pubblica internazionale
democratica e presso i fuorusciti italiani di varie tendenze politiche, tra i quali i fratelli Carlo e Nello
Rosselli e Gaetano Salvemini.

Sturzo, assieme a Ferrari, allestì e lanciò un progetto di «Internazionale bianca», che, seppure
si concluse con un fallimento, servì a fornirgli i necessari elementi per avere una chiara visione della
situazione europea e, in special modo, della disponibilità delle forze democratiche e liberali per la
creazione e il sostegno di organismi politici europei al di sopra degli Stati nazionali. E, già, nel 1929,
parlava di «un concreto e alto ideale, quello degli Stati Uniti di Europa», al cui servizio, oltre
all’«Internazionale bianca», denominata ufficialmente «Sécretariat international des partis
démocratiques d’inspiration chrétienne», era anche nato il «Comité international d’action
démocratique pour la paix» (2).

Egli si diceva convinto che, «nel quadro di una larga federazione» avrebbero potuto «esistere ed
avere vitalità propria non solo i grandi stati unitari come la Francia e l’Italia, le piccole unità
statali come il Belgio e la Svizzera, ma anche le minoranze autonome, sia pur unite ai rispettivi
stati come l’Alsazia, il Sud-Tirolo e la Croazia». E, consapevole di andare oltre la comune
immaginazione e di potere essere tacciato di visionario, aggiungeva: «Gli Stati Uniti d’Europa non
sono un’utopia, ma soltanto un ideale a lunga scadenza, con varie tappe e con molte difficoltà».
Sempre nello stesso anno, mentre politologi e sociologi erano impegnati a seguire gli sviluppi della
grave crisi economica, Sturzo indicava le tappe, attraverso le quali sarebbe dovuto passare il processo
di unificazione europea. «Occorre procedere – egli scriveva – ad una revisione doganale che prepari
un’unione doganale, con graduale sviluppo fino a poter sopprimere le barriere interne. Il resto
verrà in seguito.

Non bisogna pensare che ciò sarà accettato contemporaneamente da tutta l’Europa; ma il nucleo centrale del problema risiede nei due stati antagonisti Francia e Germania; una intesa fra i due con l’assenso della Gran Bretagna e la condizione sine qua non della soluzione del problema europeo, entro il quale necessariamente si inquadrano tutti i problemi più o meno acuti delle molteplici minoranze» (3). Con il secondo conflitto mondiale la sua idea d’Europa era ben definita. «L’Europa – egli dichiarava testualmente nel 1944 – deve andare verso l’unificazione di tutti gli stati, compresi Gran Bretagna e Russia». La federazione europea, a suo parere, si sarebbe dovuta estendere dall’Atlantico agli Uràli e dal Mediterraneo al Baltico senza escludere l’Inghilterra. E, a tal proposito, scriveva
con tutta schiettezza e realismo: «Un’Europa unita senza Inghilterra sarebbe per essa, dopo secoli
di primato conteso e di primato assoluto, una estromissione insopportabile; ma un’Europa unita
con l’Inghilterra è un’ipotesi contraria ai canoni della politica inglese e quindi da farsi cadere» (4).

Egli vedeva possibile la realizzazione del suo piano, perché, se tutti i paesi del Vecchio Continente
avessero cercato le proprie radici storiche, avrebbero scoperto un comune substrato di civiltà, sul
quale avrebbero potuto stipulare un patto federativo.

Unico suo cruccio era che il «totalitarismo della Russia» avrebbe, certamente, ritardato il
necessario processo di unificazione. Ma dalle sue osservazioni non traspariva pessimismo, anzi,
attraverso il tipico, concreto metodo d’argomentare, sembrava cogliersi un sottile filo di fiducia
nell’avvenire.

«Noi vogliamo – sosteneva nel 1948 Luigi Sturzo, ormai tornato in patria – un’Europa
indipendente e federata. Se l’oriente resterà totalitario, la federazione europea comincerà da
occidente: Inghilterra, Italia, Olanda, Belgio, Lussemburgo. La Svizzera comincerà a mandarvi
un osservatore perché la sua storica neutralità ha tuttora un valore. I paesi scandinavi sono,
purtroppo, in una posizione assai delicata e debbono tenersi in guardia. L’Irlanda, superando i
primi dubbi, finirà per intervenire» (5).

Solo i popoli con governi democratici, proprio perché liberi, sarebbero stati in grado di capire
l’importanza della federazione e, divenendone membri, avrebbero potuto contribuire alla formazione
di salde istituzioni comunitarie. «I paesi non ancora liberi – egli aggiungeva – dovranno attendere
per potere entrare. Perché un punto deve essere fermo: che a nessun paese, a nessuno stato che
non sia effettivamente libero e democratico (nel senso reale e tradizionale delle parole) sarà mai
permesso di partecipare alla federazione, dovendo tutti i paesi federati essere uguali e liberi per
costituire una sola volontà politica della federazione» (6).

Il monito non era rivolto soltanto ai paesi dell’Unione Sovietica, ma anche a quegli stati, come
Spagna, Portogallo e Grecia, che, sebbene si trovassero nell’area occidentale e godessero
dell’amichevole protezione degli Stati Uniti d’America, vivevano in regime dittatoriale. Sturzo, in
pari modo, non si rassegnò mai alla sorte dei paesi baltici, che, non per loro colpa, avevano perduto
l’indipendenza e ogni libertà di scelta politica. Secondo lui era inammissibile che Lituania, Estonia e
Lettonia, «con storia gloriosa, propria lingua, cultura e tradizione», restassero «cancellati dalla
carta politica internazionale, estranei alla comunione dei popoli, tenuti come schiavi in un paese
straniero, soggetti ad altro regime, insidiati nella fede dei padri, distaccati dalla tradizione
culturale, senza più speranza di libertà individuale e nazionale» (7).

Secondo Sturzo l’unione europea avrebbe dovuto allargarsi a tutti quei paesi, latini, anglosassoni
e orientali, che, facendo geograficamente parte del Vecchio Continente, erano stati direttamente o
indirettamente influenzati prima dalla civiltà romana e, poi, innestata su questa, dalla civiltà
cristiana.

Ma c’è qualcosa di più nel progetto di Sturzo. Egli, quando pensa all’Europa federata, ama
immaginarla non come Europa degli Stati, bensì, piuttosto, come Europa delle Regioni, come
l’Europa delle Etnie, nel senso che l’unione non deve soffocare le autonomie locali, anzi deve
considerarle come le parti vive e reali dell’intera struttura comunitaria, la quale, a salvaguardia della
sua esistenza e del suo sviluppo, non può non rendersi garante delle loro rispettive tradizioni, della
loro lingua, della loro cultura.

Sturzo nel 1950, con grande compiacimento di Altiero Spinelli, aderisce al Movimento
Federalista Europeo e al Comitato Promotore per la petizione di un Patto Federale. Sturzo e gli
altri illustri firmatari ci dicono con tutta chiarezza che cosa essi intendono per federazione europea
e, attraverso quali organismi, questa debba svilupparsi: «Federazione europea – si legge nel
manifesto – significa soluzione in comune dei problemi che interessano tutti i paesi associati e
rispetto della tradizione e delle autonomie degli stati membri per quel che riguarda i loro particolari
interessi: un parlamento europeo, eletto a suffragio universale da tutti i cittadini; un governo
europeo, dotato dei mezzi necessari per farsi ubbidire, nell’ambito dei suoi poteri costituzionali;
un tribunale europeo a tutela della uguaglianza dei popoli e della libertà dei cittadini; unità di
politica estera, unità di esercito, unità di mercati, unità di moneta» (8).

Da una sommaria indagine sull’attuale Unione Europea ci accorgiamo subito che siamo ancora
molto lontani – se non addirittura agli antipodi – dal progetto sturziano di Europa. Infatti: l’attuale
Unione Europea è qualcosa di ibrido tra la federazione e la confederazione con le inevitabili
disfunzioni dell’una e dell’altra; il Parlamento è zoppo, non ha pieno potere legislativo; non esiste
un governo federale rappresentativo; il tribunale ha una giurisdizione molto limitata; non c’è unità
di politica estera; non c’è unità di esercito (nel 1954 la CED – Comunità Europea di Difesa – fallì
portandosi dietro la proposta politica di federazione, De Gasperi ne morì di crepacuore, Sturzo ne
soffrì maledettamente; l’unità di mercati e l’unità di moneta esistono, ma con la grave anomalia,
mai verificatasi nella storia, di essere acefale, ossia di essere prive di una direzione politica federale,
di un governo federale Certamente abbiamo avuto anche dei vantaggi dalla Comunità e, poi,
dall’Unione Europea, ma ci si è scostati di molto dal modello organico auspicato da Luigi Sturzo e,
con lui, da Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer, Paul-Henri
Spaak, dal nostro Gaetano Martino.

Il processo di integrazione europea ha preso, purtroppo, una strada diversa sino a occultare le sue
radici cristiane, sino a essere messo in difficoltà dal fenomeno sovranista. Lo spirito tecnocratico —
figlio delle grandi ideologie illuministiche e comuniste — impera sovrano tramite le banche e tramite
una burocrazia anonima e onnipotente.

Nel progetto sturziano è insito con caratteristiche ben delineate anche il concetto di Eurafrica,
ossia di una possibile confederazione, o, quanto meno, di una più intensa e amichevole
collaborazione tra la Comunità europea e i paesi africani bagnati dal Mediterraneo. Un passo in
siffatta direzione avrebbe consentito all’Europa di riacquistare in Africa quella fiducia e quel credito
che un certo, selvaggio colonialismo le avevano tolto, mentre sarebbe stato quanto mai vantaggioso
per entrambi i continenti instaurare un clima di pace, di collaborazione politica e di rapporti
commerciali.

È superfluo sottolineare il ruolo di eccezionale importanza che in tale contesto la Sicilia, avrebbe
assunto. Essa avrebbe potuto porsi come anello di congiunzione, come naturale, storica cerniera tra
i due continenti. Sturzo, sollecitando un maggiore interesse della Comunità per i paesi del
Mediterraneo, raccomandava che, qualora si dovesse discutere sulla città da mettere a capitale
dell’Europa, si dovrebbe porre attenzione alla posizione geografica e sceglierla tra quelle del Sud.

Per lui ha «un certo peso il fatto del Mediterraneo come un epicentro europeo e centro
internazionale di decisiva importanza» (9), tanto che la stessa storia ci insegna che «questo mare è
stato sempre decisivo nelle vicende umane, anche quando, dopo la scoperta dell’America, sembrò
che per secoli avesse perduto il suo antico ruolo» (10). Nessuno nel 1939, a giudizio di Sturzo,
avrebbe pensato che «la guerra scatenata da Hitler sarebbe stata risolta nel Mediterraneo». E
nessuno, – oggi noi possiamo dire -, proprio nessuno, neppure il lungimirante Sturzo, avrebbe potuto
immaginare che il Mediterraneo nel terzo millennio sarebbe stato attraversato, con la sconcertante
indifferenza dell’Unione Europea, da centinaia di migliaia di disperati in cerca di pane e di libertà e
che migliaia di costoro, in uno scenario apocalittico, sarebbero state spietatamente inghiottite dalle
sue acque.
L’attenzione di Sturzo per il Meridione del Vecchio Continente non muoveva da spirito
campanilistico, bensì dalla duplice consapevolezza che l’Europa non poteva essere concepita tutta
al Nord e che una buona politica mediterranea, contribuendo a spegnere i focolai di guerra, avrebbe
favorito il processo di riunificazione dei popoli.

Eugenio Guccione

Relazione svolta il 9 novembre 2019 a Roma nel corso del Convegno su “Don Luigi Sturzo: l’uomo, il
sacerdote e l’intellettuale” organizzato dalla Venerabile Arciconfraternita Santa Maria Odigitria dei
Siciliani. Ripresa da Servire l’Italia

(1) L. STURZO, Nazionalismo e internazionalismo, Bologna,
Zanichelli, 1971, p. 226

(2) Sull’attività dei popolari in esilio e su altri particolari su Francesco Luigi Ferrari cfr. due interessanti articoli di L.
STURZO, in Miscellanea londinese, vol. II (anni 1931-1933), Bologna, Zanichelli, 1967, pp. 170-178 e pp. 217-222

(3) STURZO, Il problema delle minoranze in Europa, in «The Hibbert Journal», ottobre 1929

(4) L. STURZO, Comprendere gli inglesi, in «La Stampa», 11 novembre 1949. Ora anche in L. STURZO, Politica di questi anni. Consensi e critiche (dall’Aprile 1948 al Dicembre 1949), Zanichelli, Bologna, 1955, p.338

(5) L. STURZO, La federazione europea, in «Il Popolo», 29 aprile 1948

(6) Ibidem

(7) L. STURZO, L’indipendenza degli Stati Baltici, in «Il Giornale d’Italia», 20 febbraio
1958

(8) Il manifesto è integralmente riportato in «Europa Federata», 30 marzo 1950

(9) L. STURZO, La piccola Europa, in «Il Giornale d’Italia», 24 luglio 1958

(10) Ibidem.