Dura da tre mesi, senza un attimo di respiro, l’inferno di fuoco e di morte scatenato da Putin contro il popolo ucraino. Una guerra bestiale, di distruzione sistematica. Mirata su ospedali, scuole, teatri. Costellata da crimini di guerra. Accompagnata dal cinismo dei tanti “negazionisti” che vorrebbero rovesciarne la responsabilità dall’altra parte.

Eppure non si è ancora sentito un appello dei “pacifisti” che inviti Putin a tornarsene a casa. Neppure una marcia che sventoli le bandiere di un paese che sta subendo un autentico martirio. Tanto meno una manifestazione, un presidio davanti all’ambasciata russa. Ancor meno un documento dei tanti intellettuali in servizio permanente effettivo che si compiacciono dei sottili distinguo e dei capziosi rovesciamenti di fronte con cui esercitano il loro protagonismo narcisistico e le loro presunzioni ideologiche, smentite da quel tribunale della storia in cui confidavano.

La cosiddetta “operazione militare speciale” viene condotta con una efferatezza di cui l’esercito russo ha dato prova in altri teatri di guerra. Nel frattempo, alla cruda brutalità dei fatti si è andata sovrapponendo una coltre di interpretazioni, analisi, commenti, prese di posizione, pregiudizi, supposizioni, letture ideologiche e preconcette che offuscano la capacità di discernimento e di giudizio. Il dramma della sofferenza inaudita inferta al popolo ucraino si stinge su uno sfondo grigio ed opaco in cui tutto può essere, ad un tempo, vero, verosimile o falso. Infine tutto si mischia: pacifisti seri e nostalgici dell’ imperialismo sovietico, anti-americani per principio, amanti del quieto vivere e menefreghisti, sovranisti e filo-putiniani, politici compromessi ed intimoriti. Accomunati dalla curiosa tesi secondo cui se gli ucraini la piantassero di resistere, le cose, in un modo o nell’ altro, si aggiusterebbero.

Basta non umiliare Putin e sapere di cosa si accontenti. E costringe Zelensky a subire, come pare abbia sostenuto l’intemerato Cavaliere, il diktat dell’amico Vladimir. Ovviamente, si deve percorrere la via diplomatica, ottenere il “cessate il fuoco” per poi avviare trattative di pace. Nel quadro, se possibile, di una “nuova Helsinki”, che non potrà se non richiamare il rispetto della Carta delle Nazioni Unite, anche laddove tutela l’integrità territoriale dei singoli Stati.

Cercare con determinazione la via della pace, forzare i primi passi, avviare un primo tratto di un tale difficile cammino, non significa, però, in alcun modo condurre una analisi approssimativa di ciò che è successo, tanto meno confondere la pace con un compiacente “buonismo”. La ricerca della pace per essere moralmente credibile deve essere preceduta d un sincero moto di indignazione che ancora non si è visto. Senza temere di offendere la suscettibilità di Putin. In caso contrario, finiremmo per legittimare tacitamente il buon diritto della violenza ad essere remunerato. Come sostiene chi pensa che l’invasione dell’Ucraina abbia acceso a favore di Putin un credito che gli va riconosciuto, almeno in termini di qualche annessione territoriale. Cosa ne sarebbe a livello delle relazioni internazionali, se dovesse venire asseverato un simile precedente?

Siccome la violenza è un tutt’uno che si tiene da capo a coda, perché se finisce per essere sostanzialmente legittimata tra Stati – che sono la dimensione più alta e maggiormente inclusiva delle relazioni umane – non dovrebbe godere di altrettanta “man leva” ad ogni altro livello? Certo non si può prescindere da una buona dose di “realpolitik”, ma bisogna essere attenti a quali e quanti virus immetta nel corpo sociale, lasciando che poi, sia pure silenziosamente, attraverso percorsi carsici che neppure avvertiamo, ne mini, nel tempo, l’integrità.

Non è irrilevante, ad esempio, la campagna di odio contro l’Occidente che i media russi perseguono giorno per giorno. Non si tratta solo di quella “propaganda” che, per certi aspetti, è comprensibilmente un versante della stessa strategia militare e neppure di disinformazione, ma piuttosto di sistematica menzogna, al limite dell’ inverosimile e di volgare manipolazione del cuore e della mente di un popolo. Si tratta di una vera e propria pedagogia bellicista e c’è da chiedersi cosa possiamo attenderci, nel futuro prossimo, da giovani generazioni educate all’odio, alla menzogna, al furore bellico. E’ sconvolgente, ad esempio, l’insistenza con cui i canali televisivi russi descrivono puntualmente ed esaltano il potere distruttivo e letale delle fantasmagoriche nuove armi segrete, vantate come terribili e risolutive, non meno di quanto fossero le famigerate V2 per la propaganda di Hitler. Tutto ciò fa pensare alla necessità di saldare o prevenire possibili smagliature del fronte interno e, quindi, ad una condizione morale del popolo russo preoccupante. Del resto, che concezione e che rispetto ne ha un dittatore che lo tratta come uno zerbino?

I popoli sono fiori che avvizziscono quando viene meno la linfa della libertà e la loro dignità viene vilipesa. Fino a che punto il marxismo-leninismo, fondato sulla dottrina del materialismo dialettico ha inaridito la grande anima del popolo russo? Nazionalismo esasperato, culto della forza, esaltazione dell’ identità etnico-linguistica, lo “ius sanguinis”, insomma, come fattore che giustifica la violazione del diritto internazionale e la violazione dei confini di altri Stati. E la pretesa di asservire una corona di paesi che vogliono essere liberi, piuttosto che fungere da cuscinetto di garanzia della “spazio vitale” russo. A rischio di essere perennemente esposti a possibili interferenze ed attacchi. Altro che “denazificare” l’Ucraina.

Insomma, la pace va fatta, ma ad occhi ben aperti. Mantenendo fermi alcuni punti irrinunciabili. Il primo è questo: quella del popolo ucraino è lotta di resistenza. Come tale va sostenuta in ogni modo, anche con l’invio delle armi. E ci ricorda come ogni lotta di resistenza sia, infine, sostenuta da un principio superiore tale per cui la libertà vale più della vita.

Domenico Galbiati