L’autonomia dell’impegno politico dei cattolici rappresenta il cuore dell’iniziativa cui sta lavorando Politica Insieme e va compresa nel suo effettivo valore perché, come dimostra il Manifesto da noi lanciato ( CLICCA QUI ), si pone nella prospettiva di trasformare radicalmente il Paese.
La proposta di una nuova fase di presenza attiva nel Paese di una cultura politica, che ha avuto tanta parte nel fondarne la democrazia e nel garantire la libertà personale e collettiva degli italiani, non risponde alla rivendicazione di un ruolo di parte che pur sarebbe legittima. I cattolici – per quanto spesso invitati dalle culture laiciste a trattenere nella dimensione strettamente privata e personale della coscienza la loro fede religiosa – non si sono mai concepiti una sorta di comunità a parte nel contesto della collettività.
Non si tratta, pertanto, di tutelare o promuovere da cattolici, veri o presunti “interessi cattolici”, bensì – secondo quel sentimento di responsabilità che la comunità dei credenti ha sempre coltivato nel confronti del Paese intero – di recare al suo interesse generale, al suo “bene comune”, un concorso decisivo. In nome, del fondamento personalista della cultura politica cattolico-democratica e popolare e della sua conseguente vocazione umanistica che, a sua volta, rappresenta un ponte aperto e coinvolgente verso altri indirizzi di pensiero.
Si tratta, infatti, di principi di riferimento che trascendono la contingenza delle particolari fasi storiche; persistono nel loro valore in virtù del loro radicamento “ontologico”; attendono solo di essere reinterpretati e reincarnati nella temperie del momento che ci è dato vivere.
Qui sta, del resto, la radicale differenza con altre culture politiche ad impronta “ideologica”. Catturate in una stretta gabbia del genere, quando la loro ideologia di riferimento affonda inesorabilmente- appesantita com’è dalla sua presunzione intrinseca e contraddetta dall’ evoluzione del tempo storico – altrettanto inesorabilmente soccombono con essa.
Ogni ideologia, infatti, pretende di dar conto dell’ intero corso del processo storico ricorrendo ad una legge univoca e semplificatrice. In tal modo, un’ideologia appare scintillante ed avvincente nell’ immediatezza del frangente storico in cui nasce e si sviluppa, ma è sostanzialmente cieca ed i suoi cultori tristemente ne prendono atto, non appena la storia presenta loro il conto e ne dimostra la mancanza di uno sbocco realistico e condivisibile.
Né può essere diversamente, nella misura in cui ogni ideologia, a prescindere dai suoi elementi di contenuto, si inscrive in un indirizzo di pensiero a chiara impronta idealista, per cui inevitabilmente – prima o poi e spesso più prima che poi – perde il contatto con la realtà e si smarrisce negli spazi siderali di un pensiero astratto, lasciando dietro di sé la scia della sua dissoluzione che, via via, impallidisce.
Dunque, l’autonomia che rivendichiamo non è una mera petizione di principio, né un più o meno opportunistico dato di schieramento, bensì un’alternativa di metodo che tocca i “fondamentali” della politica e va, quindi, preservata nel nostro sistema, nella misura in cui ne rappresenta oggettivamente una ricchezza.
E’ semmai la sinistra che, anziché passare dal letto di Procuste dell’ideologia marxista al comodo guanciale di quella radicale ed elitaria – ragion per cui la votano più ai Parioli che non a Tor Bella Monaca – dovrebbe disincagliarsi del tutto dalla residua memoria di ogni rassicurante approdo ideologico e riguadagnare quella vocazione popolare che ha via via smarrito.
Per parte nostra, facciamo bene ad attenerci al realismo palpabile e concreto del “bene comune”. Sapendo due cose.
Intanto, per chi si pone in un’ottica personalista, il “bene” – inteso sul piano sociale – o davvero è “comune”, oppure non è. E notando, altresì, come il “ bene comune” non sia servito su piatto d’argento, pronto all’uso – come qualcuno in maniera un po’ “naïf”, potrebbe ritenere – ma sia, piuttosto, il frutto di un discernimento critico che lo identifica e prelude ad una consapevole azione politica che lo progetta e lo costruisce. A cominciare dalla composizione degli interessi particolari di categorie, gruppi sociali, ceti professionali nel quadro dell’interesse generale della collettività.
Del resto, se traduciamo questa riflessione da un piano teorico e di carattere generale al dato politico del momento, o meglio di una ultraventennale stagione bipolare, risulta evidente come l’autonomia che rivendichiamo non risponda – come già detto – ad un’ambizione di parte, alla volontà pregiudiziale di affermare o addirittura imporre un nostro particolare, ma rappresenti, al contrario, un dato di sistema, un’alternativa di metodo alla costruzione bipolare che ha allontanato dalle urne legioni di cittadini.
Domenico Galbiati