Un amico, conosciuto tanti anni fa, non credente, che ci segue su “Politica Insieme”, mi ha mandato un lungo messaggio d’ augurio di “buona quaresima”. Non di “buona Pasqua”. E non perché sia ancora presto, ma perché non crede nella Risurrezione. Crede nella “quaresima”. Ed accompagna il suo messaggio con questi versi di una canzone di Guccini:

“In ciò che noi crediamo, dio è risorto.
In ciò che noi vogliamo, dio è risorto.
In ciò che noi faremo, dio è risorto”.

La “quaresima” in cui crede concerne la politica. Anche a tale proposito, la luce della risurrezione gli sembra troppo abbagliante ed improbabile. Troppo repentina per essere vera. Lo convince, invece, la grigia, lenta, millimetrica, disarmante fatica quotidiana di curare della politica le ferite, ricucirne le slabbrature, pulirne il volto come fece la Veronica con Cristo sulla via del Calvario. Allude ad un percorso “penitenziale” della politica, che, a suo avviso ed a dispetto delle lacerazioni che le vengono inferte, non è perduta, ma deve, piuttosto, riguadagnare sé stessa, scovare, in una radice più profonda, la ragione ultima della dignità che le compete.

Non crede nella salvezza dell’ anima, ma del mondo. Nella salvezza del mondo ci crede e pensa che la politica abbia a che farci. Perché non è una dottrina, ma molto di più, quel punto, a suo modo magico, in cui le linee di forza che attraversano il campo della vita si danno appuntamento, si intrecciano e si fecondano reciprocamente.

E’ raro trovare una concezione così alta della politica. Una concezione che è, in un sol tempo, forte ed ingenua, coraggiosa e piena di speranza. Ed è raro avere tuttora un amico, che a dispetto della violenza che, per ogni verso, corrode il mondo, ancora continua imperterrito a crederci. Una lettura della politica e del suo ruolo che, sostanzialmente, un non credente condivide con Tommaso d‘Aquino, che la riteneva un versante fondamentate per il compimento della persona e la piena affermazione della sua dignità.

Domenico Galbiati

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