C’era un tempo, non troppo lontano, in cui l’Italia, pur essendo un Paese di media potenza, aveva una voce rispettata e riconosciuta nello scenario internazionale. Nel pieno della Guerra fredda, i ministri degli Esteri italiani sapevano muoversi con abilità tra Washington e Mosca, tra Bruxelles e le capitali mediterranee, senza mai rinunciare alla dignità del proprio ruolo. Carlo Sforza, artefice del rientro dell’Italia nel consesso delle nazioni democratiche dopo il fascismo, rivendicava una politica estera europea e atlantica, ma con margini di autonomia. Aldo Moro, Emilio Colombo, Franco Maria Malfatti o Gianni De Michelis, ciascuno con il proprio stile, avevano in comune un tratto distintivo: la capacità di dire “sì” agli alleati senza rinunciare alla possibilità di dire “no” quando la coscienza democratica lo imponeva. Gli esempi abbondano.

La Dc condannò senza esitazioni la guerra in Vietnam, nonostante le pressioni di Washington. Di fronte allo scandalo Watergate, Roma non ebbe difficoltà a denunciare la deriva autoritaria che minava la credibilità della democrazia americana. L’Italia era saldamente nell’Alleanza atlantica, ma non per questo rinunciava a esercitare un ruolo di mediazione: pensiamo all’attenzione di Moro verso il Mediterraneo, al suo “dialogo a più voci” che cercava di avvicinare il mondo arabo, o alle aperture di Fanfani verso i Paesi non allineati.

Questa era la cifra della Prima Repubblica: equilibrio, autonomia, coraggio politico. Lo ha ricordato, con parole taglienti, Walter Veltroni in un recente editoriale sul “Corriere della Sera”: di fronte al ritorno di Donald Trump, con il rischio di un’America sempre più muscolare e meno democratica, i governi europei dovrebbero mostrare la stessa fermezza e non limitarsi a subire. Allora l’Italia contava perché non aveva paura di dire la verità agli alleati. Oggi sembra accadere il contrario.

Appiattiti sugli alleati sbagliati

Il contrasto con l’attualità è lampante. L’attuale governo appare spesso smarrito, oscillante tra proclami roboanti e una sostanziale sudditanza. Mentre ieri Moro e Colombo costruivano una politica mediterranea fondata sulla mediazione, oggi Roma si limita a un appiattimento sulle posizioni più oltranziste, che si tratti del sostegno senza sfumature a Benjamin Netanyahu in Medio Oriente o dell’entusiasmo per il ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Quando era all’opposizione, Giorgia Meloni gridava contro l’Europa “matrigna”, invocava il blocco navale nel Mediterraneo e accusava i governi di debolezza di fronte ai flussi migratori. Una volta arrivata a Palazzo Chigi, la realtà della geopolitica ha spazzato via ogni slogan. Il blocco navale si è rivelato impraticabile, la gestione dei flussi resta emergenziale, e l’Italia non ha guadagnato margini di manovra né in Europa né nella Nato. Anzi, si è trovata ad accettare una posizione subalterna, con un peso ridotto nei grandi dossier internazionali, dall’Ucraina a Gaza.

Non è un caso se voci autorevoli della stessa area conservatrice, come Marcello Veneziani e Franco Cardini, abbiano espresso perplessità. Mario Giordano, giornalista da sempre vicino al centrodestra, in una recente intervista al “Fatto Quotidiano” è stato ancora più duro. Ha denunciato le incoerenze di una destra che predicava sovranità e si ritrova oggi a seguire docilmente l’agenda di Washington. In poche parole, la destra italiana, che prometteva di riscrivere la storia, ha finito per subirla.

L’Europa come unica ancora

Il paradosso è che, mai come oggi, servirebbe una politica estera autonoma e lungimirante. Invece l’Italia si ritrova prigioniera di scelte altrui, incapace di esercitare quel ruolo di “ponte” che le è sempre stato riconosciuto.

Negli anni Ottanta, Bettino Craxi seppe difendere Sigonella, imponendo all’America di Reagan il rispetto della sovranità italiana. Oggi sarebbe impensabile un simile atto di orgoglio nazionale. Non perché manchi la necessità, ma perché manca il coraggio. L’unica vera cornice di stabilità resta l’Europa. È lì che l’Italia ha trovato negli ultimi ottant’anni pace, progresso e libertà. Ed è lì che deve continuare a investire, pur tra le difficoltà di un’Unione spesso lenta e divisa.

L’Europa è l’unico strumento che abbiamo per difendere la democrazia, contrastare la minaccia autoritaria che viene sia da Est che da Ovest, e per evitare che le due guerre in corso – in Ucraina e in Medio Oriente – degenerino in un conflitto globale. Il quotidiano  “Il Manifesto” ha colto con ironia il senso di questo smarrimento, titolando sotto la foto della premier: “Io sono Donald”.

Un’amara constatazione: l’Italia, più che cercare una propria linea, si limita a ripetere quella di altri. Ma la storia dimostra che il nostro Paese, quando ha avuto leader capaci di visione, ha saputo far valere la sua voce. Tornare a quella tradizione di autonomia critica non è nostalgia, ma necessità. Perché in politica estera, oggi più che mai, se vogliamo contare qualcosa, non dobbiamo interpellare Palazzo Chigi, ma dobbiamo semplicemente citofonare alla Prima Repubblica.

Michele Rutigliano

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