Il fascismo è “un conservatorismo spaventato che arriva fino alla reazione, l’incapacità di cogliere il nuovo anche nelle sue forme più umane, una certa ottusità intellettuale e insensibilità morale, un fondo ineliminabile di autoritarismo; il fascismo è l’altra faccia, quella negativa, del grande moto rinnovatore del mondo”. E’ una citazione di Aldo Moro che mi ha appena ricordato Antonio Secchi il quale di Moro fu allievo. Conferma quanto la pregiudiziale antifascista sia profondamente parte del Dna del popolarismo e del pensiero cristiano democratico. Di quanti che, come noi, fanno propria la coniugazione dell’ispirazione alla Costituzione con l’Insegnamento sociale della Chiesa.

Radici tenaci a cui ci ricolleghiamo quotidianamente perché sappiamo che il fascismo, prima che una dottrina politica, una visione statolatrica e un metodo che trasloca la dialettica politica sul piano della violenza e dell’annichilimento degli avversari è una condizione mentale, una deviazione dello spirito, una negazione di una visione comunitaria che diventa invece consorteria di “manipolo”.

Non è un caso se nel dicembre del 1928, Giuseppe Donati- definito spesso l’antifascista radicale  – diede vita dall’esilio a Parigi a “il Pungolo ” e nell’editoriale d’apertura sostenne che il fascismo non si vince politicamente se ” prima, non viene superato moralmente”.

Devo dire che, guardando spesso in televisione i neofascisti nostrani, con quegli orrendi portamenti paramilitari, i ridicoli saluti romani, una parte di quelle sudate teste rasate, mi trovo involontariamente a pormi delle domande di natura antropologica, prima che politica. E ritorno a quella riflessione donatiana, amara riflessione, cui era egli costretto dopo già tre anni e mezzo di forzata lontananza da casa, sulla considerazione del fascismo quale prodotto “organico” dello spirito pubblico italiano il quale non può essere superato altrimenti se non sulla base di un “rinnovamento radicale dell’intelligenza e della coscienza che deve effettuarsi, prima di tutto, in coloro che lo combattono”.

Una inevitabile considerazione da parte di chi nel fascismo non vede solamente un’estrinsecazione pubblica organizzata, ma ne coglie la ben più profonda e pericolosa portata etica e comportamentale e che, dunque, molti altri potenzialmente coinvolge.

Il problema di questi giorni, dunque, quello di sciogliere Forza Nuova, ma anche altre organizzazioni ostentatamente fasciste, filofasciste, neofasciste o parafasciste, è minimizzato da Giorgia Meloni e da Matteo Salvini. Entrambi, presi come sono nella contingente battaglia politica, derubricano la questione a tema di ordinaria polemica con gli avversari. Mostrano difficoltà a partecipare ad una più profonda riflessione, che pure anch’essi dovrebbe avere interesse a condurre nel momento in cui aspirano legittimamente alla guida di un paese com’è l’Italia.

Il problema di fondo, infatti, è il concetto di democrazia proprio di una società moderna. Il che significa misurarsi con un corpo sociale più articolato in cui è necessario riportare il senso della condivisione anche all’interno di un intreccio di relazioni internazionali di una complessità senza paragoni neppure con quelle delle stagioni più recenti.

Vivere quanto accaduto sabato scorso a Roma con imbarazzo, invece di confermare definitivamente la postura di chi partecipa agli “istituti democratici” con la necessaria consapevolezza del costituire essi un comune presidio da ritenere imprescindibile e presupposto ineludibile di ogni dialettica, confronto o scontro tra fazioni, finisce per divenire un impoverimento deprecabile e pericoloso per l’intero quadro pubblico e istituzionale.

Giancarlo Infante