Le modifiche della Costituzione nei suoi oltre settanta anni di vita sono state più numerose di quanto spesso si pensi. A volte hanno investito parti estese, come nel 2001 con la riforma del Titolo V della parte seconda della Costituzione (che necessita urgentemente di manutenzione straordinaria). Anche modifiche puntuali hanno avuto talora un grande significato politico e civile, come l’impegno della Repubblica a promuovere con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini (2003) e la abolizione completa della pena di morte (2007). Ma le cose si complicano nell’ultimo decennio.
Ci sono stati cinque interventi sugli Statuti delle Regioni a Statuto speciale e province autonome. Ma di innovazioni di portata generale abbiamo solo il pareggio di bilancio in Costituzione (art. 81, nel 2012) e la riduzione del numero di parlamentari nel 2020. Della prima mi pare evidente che una norma alla “tedesca” non basta a renderci “frugali”, la seconda è un’operazione di stampo oligarchico, che non risolve problemi ma ne crea, e che riduce i diritti dei cittadini di elettorato passivo (e non solo).
C’è stata nel decennio la vasta riforma Renzi, fermata dal referendum del 2016. Per ragioni politiche e normative è diventato più difficile realizzare revisioni costituzionali. Chi volesse promuoverne una o ottiene la maggioranza qualificata in Parlamento (i due terzi) o deve confidare nel successo referendario. Lo stato del sistema politico non facilita questo percorso. È un tema della Politica con la maiuscola.
Sia le esigenze che rimangono insoddisfatte, sia le incompiute e le questioni in sospeso che gravano sul paesaggio istituzionale, concorrono al clima di paese lento, che non trova, o a volte non cerca, le soluzioni ai suoi problemi.
Ecco un’esemplificazione, partendo però non dai piani alti del sistema, come si fa di solito (bicameralismo, Titolo V, leggi elettorali), ma dalle istituzioni del territorio, e dalle formazioni sociali che con esse interloquiscono. La soppressione delle Province è rimasta nelle intenzioni. Ma la legge Delrio aveva avviato un processo. Le province ci sono ancora, ma depotenziate: i cittadini non sono più chiamati ad eleggerne gli organi, e non c’è un’operatività di assessori. Un ente che rimane, ma meno democratico e forse meno incisivo.
Al tempo stesso era stata lanciata una riforma delle Camere di commercio, che si sta completando dopo un lungo percorso riducendo le Camere da oltre 100 a 60, non riducendo a 60 le sedi e assicurando i servizi e la rappresentanza di un vicepresidente nel territorio delle Camere non sussistenti perché accorpate. Anche le Banca d’Italia razionalizzò le sue filiali territoriali riducendole a 36, con la soppressione dal 2015 di 22 meno operative. In Commissione al Senato si approvò la riduzione delle Prefetture da più di 100 a massimo 70, ma questo non avvenne. Si discussero o si ventilarono anche altre riorganizzazioni.
Resta sospesa la questione se riprendere il percorso renziano sulle province, o al contrario ripristinarne la elettività. Se mantenere o ridurre la mappa degli UTG. Qualche proposta in Parlamento propone una di queste vie, ma non va avanti. Troppi livelli amministrativi anziché promuovere la partecipazione possono renderla meno agibile. Ma mettere mano ai processi democratici sul territorio è questione delicata. Certo qualcuno deve occuparsi delle strade provinciali, della manutenzione degli assetti idrogeologici, compiti che trascendono spesso i confini comunali e sono lontani per enti superiori. Non è bello trovare spesso più desolata di una volta la viabilità provinciale.
Ma ci fu un momento, a metà del decennio, in cui sembrò superata la geografia che avevamo imparato a scuola, quella in cui a livello provinciale coincideva la mappa del pubblico e del privato. Anche il processo di crescita delle associazioni di rappresentanza dal dopoguerra, e poi di quelle nate tardivamente, si realizzò completando a mano a mano, una provincia dopo l’altra, la mappa nazionale.
Invece sembrò che ognuno potesse fare la sua geografia a piacere, che si passasse dalla geografia alle geografie. Ma questo senza un disegno o un metodo per le connessioni: come doveva dialogare chi stava solo in una provincia con chi stava solo in un’altra? Per ragioni di cd sostenibilità (economica) o per razionalizzazioni politiche, diverse associazioni invertirono il processo di crescita. Si ritirarono da diverse province. Si allontanarono dai loro soci. La crisi di rappresentanza prese le forme di una frammentazione della domanda, perché al socio serve chi è a portata di voce, e può stare gomito a gomito. È lì il “problem solving” della realtà. E’ legata anche a questo (ma certamente non solo a questo), l’abnorme proliferazione dei CCNL, fino a più di 900.
Se vogliamo attribuire importanza per il bene comune ai corpi intermedi, coinvolgerli nella costruzione delle sintesi, ascoltarne le proposte, allora non possiamo ignorate le loro scelte evolutive (o involutive). Dunque tre questioni restano, di questo sommario percorso. Come ricostruire uno spazio politico, che consenta riforme istituzionali, tali da richiedere leggi di revisione costituzionali.
Se lasciare a un adattamento spontaneo il futuro della amministrazione del territorio (le istituzioni non si adattano, ma gli uomini che se ne occupano, si). Come prendere coscienza dello stato di salute dei corpi intermedi, in particolare dell’associazionismo di rappresentanza (ma anche di tutto ciò che da forma alla sussidiarietà). Forse queste tre questioni non sono tra le più urgenti, ma si può anche affermare che non siano importanti?
Vincenzo Mannino