Questo è il secondo dei due articoli relativi alla discussione attuale sulla ripresa. Il primo ( CLICCA QUI )è stato  focalizzato sul concetto di sostenibilità in senso stretto. Questo articolo sul concetto di equità, analizza le principali disuguaglianze che caratterizzano il nostro Paese.

Senza equità non si procede da nessuna parte, o meglio si perdono energie importanti per tutti, soprattutto in un momento di difficile ripresa.  Le disuguaglianze ci impongono una maggiore attenzione per evitare di lasciare un mondo dove intorno alle risorse naturali si scatenino guerre e squilibri ambientali e sociali.

Il concetto di sostenibilità, analizzato nel precedente scritto, non può essere scisso da quello di equità: i due aspetti si compenetrano e si influenzano mutualmente. Le disuguaglianze non fanno altro che rendere più insostenibili alcune realtà e creano insostenibilità sociale. I cambiamenti climatici creano nuove disuguaglianze e le disuguaglianze amplificano gli effetti dei cambiamenti climatici.

In questi tempi di decisioni per la ripresa e per la fase oltre l’emergenza del Coronavirus,  le priorità dunque, in termini di sviluppo in senso equo e sostenibile, non devono cambiare. Le opportunità per il cambiamento tuttavia non possono essere non colte.

E’ utile analizzare le differenze del benessere dei cittadini italiani, attraverso i dati rilevati dall’Istat. In particolare vengono analizzate le disuguaglianze economiche, dei territori, di età e di genere.  Bisogna, tuttavia, tenere presente che la fotografia riportata è relativa a periodi antecedenti al Coronavirus e quindi devono essere intesi per difetto, in quanto le disuguaglianze attuali, con la situazione emergenziale e post emergenziale, saranno molto più marcate e per questo assolutamente prioritarie in termini di politiche da adottare per portarsi su un sentiero di sostenibilità dello sviluppo.

Le disuguaglianze economiche, come emerge dall’ultimo Rapporto BES dell’ISTAT (2019), sono rappresentate da vari indicatori. Nel 2018 la grave deprivazione materiale, la bassa intensità lavorativa, e la grave deprivazione abitativa rispetto all’anno precedente si riducono (rispettivamente -1,6%, ed entrambi del -0,5%). Il reddito disponibile pro-capite, e la vulnerabilità finanziaria mostrano andamenti favorevoli rispetto all’anno precedente. Mentre si registra un peggioramento per l’indicatore sulla valutazione delle difficoltà economiche e la ricchezza media pro-capite. Stabili sono le misure di povertà assoluta (si ferma all’8,4%) e le persone a rischio di povertà reddituale (20,3%). Rispetto al 2010 la media dei periodi per gli indicatori precitati risulta ancora sfavorevole per la gran parte degli indicatori. In un confronto internazionale con gli altri paesi europei, nel 2018 risulta che il reddito aggiustato lordo disponibile pro-capite delle famiglie è pari a 22.658 euro e se valutato in PPA ammonta a 22.341, valore inferiore del 2,2% alla media europea e del 7,7% alla media dell’area euro.  Negli ultimi 5 anni (dal 2012 al 2017), il rapporto tra il reddito totale posseduto dalla 20% della popolazione con i redditi più bassi oscilla tra 5,8 e 6,3 livello superiore alla media europea (tra 5 e 5,2). Nel 2017 in Italia la disuguaglianza di reddito aumenta rispetto all’anno precedente (da 5,9 a 6,1).

Le disuguaglianze territoriali, secondo sempre il Rapporto BES dell’Istat del 2019,  sotto l’aspetto economico per il 2017, si evidenziano con l’11,5% degli individui a rischio di povertà nel Nord, nel Centro la quota sale al 16,3% e nel Mezzogiorno raggiunge il 34,4% (in aumento rispetto all’anno precedente). Si riduce la quota relativa all’indicatore di grave deprivazione materiale rispetto l’anno precedente al Nord e al Centro, ma rimane stabile al Sud.  Differenze ampie anche per la quota di persone che vivono in famiglie dove le persone in età lavorativa hanno lavorato meno del 20% del loro potenziale: nel 2018 al Sud sono il 19%, al Centro l’8,6% e al Nord il 6,4%. La grave deprivazione abitativa che riguarda il 3,6% della popolazione del Nord, il 5,7% nel Centro e il 6,5% nel Mezzogiorno.

Secondo il Rapporto BES Territori del 2019, che prende in considerazione le province italiane per analizzare  convergenze o divergenze territoriali, nell’ambito dei servizi (dominio BES Qualità dei servizi) presi in considerazione per valutare il benessere dei territori (infanzia, cure ospedaliere, trasporto pubblico, energia elettrica), gli indici di disuguaglianza[1] hanno livelli simili tra loro, che oscillano tra 30 e 40, a dimostrazione che le differenze territoriali sono sempre piuttosto diffuse a prescindere dal tipo di servizio. Si tratta di un gradiente che distingue le province del Centro-nord da quelle del Mezzogiorno. Nel caso del trasporto locale, invece, la concentrazione è sostanzialmente determinata dalle differenze tra grandi e piccoli centri urbani. In particolare, le interruzioni del servizio elettrico senza preavviso mostrano un aumento delle differenze territoriali, legate in particolare agli aumenti dell’irregolarità del servizio a carico di alcune province del Centro e del Sud.  Per i servizi per l’infanzia le distanze si sono ridotte grazie al miglioramento dello specifico servizio nelle province del Sud e in modo particolare in quelle del Centro.

Insieme al dominio Qualità dei servizi è quello dell’Ambiente presenta variazioni più consistenti. In termini di energie rinnovabili permane alta l’eterogeneità tra le province,  pur risultando un progressivo avvicinamento dei territori. Anche nel caso della raccolta differenziata si osserva una convergenza tra i territori. Tali dinamiche sono da osservare contestualmente alle politiche settoriali e alle scelte amministrative locali che hanno spinto all’aumento della raccolta differenziata anche attraverso campagne di sensibilizzazione e servizi di raccolta dei rifiuti più vicini ai cittadini. Per quanto concerne la qualità dell’aria si rilevano distanze elevate e crescenti tra i territori (presenza di biossido di azoto crescente indeterminati territori). Il divario cresce territorialmente nel tempo per i rifiuti smaltiti in discarica. Ciò è dovuto alla presenza o meno di discariche funzionanti e alla pianificazione e attuazione da parte degli enti locali del ciclo di gestione dei rifiuti urbani.

Per quanto concerne l’Innovazione, ricerca e creatività, la propensione alla brevettazione è forte e concentrata in alcune province del Nord-est e molto bassa nella gran parte dei restanti casi, in particolare nel Mezzogiorno.

Tutti gli indicatori di Politica e Istituzioni presentano convergenze territoriali. Il grado di finanziamento interno delle Province nel tempo ha ridotto le distanze tre le amministrazioni provinciali in un processo di maggiore omogeneità anche se nel 2015 permangono differenze rilevanti. A livello comunale più omogenea è la capacità di riscossione.  Anche sulle quote rosa nelle elezioni comunali le differenze tra province risultano essersi progressivamente ridotte. La vicinanza territoriale si nota anche rispetto alla situazione di sovraffollamento delle carceri. Tra il 2004 e il 2014 è cresciuta invece la distanza tra territori nella partecipazione alle elezioni europee.

Nell’ambito dell’Istruzione e Formazione, l’indicatore sui Neet mostra una decisa convergenza dei territori, dovuta al peggioramento del fenomeno più pronunciato nel Centro-nord, dove si avevano inizialmente livelli migliori. Anche nel Mezzogiorno si è assistito ad un peggioramento dell’indicatore. Anche per gli altri indicatori del dominio si nota una diminuzione dell’eterogeneità dei territori, con l’eccezione del tasso di passaggio all’università e della partecipazione alla formazione continua. Quest’ultimo indicatore descrive una polarizzazione del fenomeno, con la crescita dei territori già migliori nel Nord e nel Centro e il peggioramento delle province del Mezzogiorno.

La riduzione delle differenze territoriali di manifesta nel dominio Sicurezza per gli omicidi. Accresciuta omogeneità tra le province anche per i delitti violenti, mentre un lieve processo di divergenza risulta nei delitti diffusi.

Nel dominio Salute alcune distanze territoriali sono aumentate ma legate in particolare alla mortalità dei giovani per incidenti stradali, che nel tempo sono aumentate.

Infine risulta abbastanza diversificata sul territorio la Partecipazione sociale. Alla crescente diffusione di istituzioni non profit registrata tra il 2001 e il 2011 si è accompagnata una convergenza tra le province riconducibile alla riduzione del numero di organizzazioni nella provincia di Bolzano, che presentava valori nettamente superiori alle altre province, e all’aumento contemporaneo delle organizzazioni in Basilicata. Rimane invariata la concentrazione del fenomeno del volontariato.

 

Le disuguaglianze di età, secondo sempre il Rapporto BES dell’Istat del 2019, sotto l’aspetto economico tutti gli indicatori di povertà e deprivazione sono peggiori per le classi di età più giovani: sono il 26,2% i bambini e i ragazzi tra 0 e 24 anni a rischio di povertà reddituale, contro il 15% degli anziani di 65 anni e più; la grave deprivazione abitativa riguarda circa l’8% dei giovani tra 18 e 24 anni e poco meno del 2% degli anziani di 75 anni e più.

L’analisi condotta poi sui giovani mette in luce la presenza nel nostro Paese di un nutrito numero di giovani, quasi 2 milioni, più vulnerabili in quanto deprivati in più dimensioni del benessere. La multideprivazione pone seri ostacoli alle possibilità di realizzare le potenzialità tipiche dell’età giovanile e dovrebbe richiedere specifici interventi di politica. La dimensione del benessere che fa riferimento alle reti sociali e alla partecipazione politica è quella che presenta maggiori problemi di disagio giovanile e per i quali si è registrato un notevole peggioramento nell’ultimo quinquennio. La deprivazione negli aspetti della coesione sociale è risultata strettamente associata a quella dell’ambito dell’inclusione attiva, scuola/lavoro, una dimensione più direttamente indirizzabile da specifiche politiche. Complessivamente dall’analisi risulta un aumento sensibile della quota die giovani in condizioni di disagio nelle relazioni sociali e partecipazione politica, da 17,6% nel 2012 a 24,9% nel 2018, mentre migliorano le condizioni per le dimensioni lavoro e istruzione, da 22,2% nel 2012 al 19,6% nel 2018 e benessere soggettivo, da 11,5% nel 2012 a 7,6% nel 2018 che è la dimensione che registra la minore quota di giovani deprivati. Il Mezzogiorno si caratterizza per livelli di indicatori di disagio multiplo con maggiore intensità rispetto alle altre zone del Paese. Tra i più giovani (18-24 anni) i fattori che più convergono nel definire il disagio multiplo sono l’uso di alcol (25,8% contro il 18,9% dei più grandi e l’insoddisfazione per la vita (38,8% contro il 33,8% dei più grandi.  Ma sono i giovani adulti di 25-34 anni ad essere affetti da una molteplicità di svantaggi: l’eccesso di peso (44% contro il 27,9% dei 18-24 enni), gli indicatori del lavoro e istruzione, l’insoddisfazione per il tempo libero nel benessere soggettivo (51,1% contro il 42,4% dei più giovani) e quella per gli amici nelle relazioni sociali e politica (33,8% contro il 25%).

Riguardo alle disuguaglianze di genere, sempre secondo l’Istat[2], si nota che se da un lato si riduce il gap di genere per la partecipazione al lavoro, l’occupazione femminile rimane bassa nel lungo periodo. Nei periodi recenti le donne hanno recuperato i livelli di occupazione precedenti alla crisi.

Permangono ancora le differenze di genere nella transizione al lavoro di laureati e dottorati, le donne in posizione apicali sono ancora poche rispetto agli uomini e la qualità del lavoro delle donne è in peggioramento.

I divari retributivi e di reddito si riducono, ma la conciliazione dei tempi di vita è ancora una forte criticità.  In questo gioca un ruolo importante i servizi socio educativi per la prima infanzia che si dimostra ancora scarsa e mal distribuita sul territorio a discapito delle regioni del Sud.

Dalle info grafiche dell’Istat emerge che le forme di violenza riguardano il 31,5% delle donne, riguarda il 20,2% la violenza fisica, il 21% la violenza sessuale, il 5,4% lo stupro/tentato stupro, il 23,3% violenza psicologica/economica da ex partner, il 16,1% lo stolking. Nel 2018 sono stati 133 gli omicidi volontari di donne. Inoltre, tra i più comuni stereotipi di genere in Italia risulta che per il 32,5% delle persone gli uomini più che per la donna è molto importante avere successo nel lavoro, per il 31,5% delle persone gli uomini sono meno adatti ad occuparsi delle faccende domestiche, per il 27,9% degli italiani è soprattutto l’uomo che deve provvedere alle necessità economiche della famiglia, per il 16,1% degli italiani relativamente alle persone in scarsità di lavoro, i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli uomini rispetto alle donne, per l’8,8% delle persone è l’uomo che deve prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia. Per quanto riguarda i pregiudizi sulla violenza sessuale  risulta che il 39,3% delle donne che non vogliono un rapporto sessuale  riescono ad evitarlo, il 23,9% le donne possono provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire, il 15,1% se una donna subisce violenza sessuale quando è ubriaca e sotto l’effetto di droghe è almeno in parte responsabile, il 10,3% spesso le accuse di violenza sessuale sono false.

Le politiche principali collegate alle disuguaglianze da mettere in campo sono:

  • meccanismi più efficaci di recupero dell’evasione fiscale e emersione del sommerso
  • redistribuzione del reddito e della ricchezza e politiche di supporto al reddito di circostanza
  • piani di sviluppo territoriale e rigenerazione urbana e rurale
  • welfare diffuso, ottica del benessere, qualità della vita (cambio di paradigma iniziato già nella legge di bilancio e nei bilanci regionali, ma ancora insoddisfacente) per la maggior parte delle politiche sociali di genere e differenziate per generazioni, ma anche in campo economico e ambientale volte a ridurre le disuguaglianze e creare le condizioni per un benessere sostenibile nel tempo e nello spazio.

In conclusione, per cambiare le politiche che finora sono state attuate e proposte occorre con decisione abbracciare gli obiettivi del benessere equo e sostenibile e non farci cogliere di sorpresa dalla prossima crisi.

Oggi dobbiamo mirare non solo alla quantità del lavoro (che è sacrosanto), ma da solo non ci consentirà di metterci su un sentiero di sostenibilità ed equità, senza investire sulla sua qualità. Sicuramente, inoltre, con la digitalizzazione e lo smart working le regole che regolano il lavoro andranno ridefinite e rinegoziate, secondo criteri di equità e di contenimento dello sfruttamento che può derivare dall’utilizzo di tale modalità di lavoro e degli effetti sulla salute dei lavoratori per l’uso estensivo della tecnologia. I gruppi, poi, dei lavoratori autonomi, part-time e precari, nonché tutti quelli per i quali non è possibile prevedere gli ammortizzatori sociali, sono oggi i più vulnerabili e per loro vanno pensati degli interventi specifici di supporto al loro reddito durante la crisi del Coronavirus.

La digitalizzazione spinta, che caratterizzerà questo nostro tempo non puo’, prescindere da un processo di alfabetizzazione nuovo, che dovrà essere rivolto a tutte le fasce della popolazione, nessuno escluso, pena la nascita o il permanere di nuove disparità (digitali). Del resto nessuno, come ci ha dimostrato il periodo di chiusura per il Coronavirus, si può considerare immune dalle nuove disuguaglianze che emergono dal non avere conoscenze e competenze rispetto alla tecnologia, soprattutto quella digitale.

Ora è proprio il momento per il cambiamento, non cogliere l’occasione risulta molto rischioso e ci pone, ancora una volta, in una posizione di vulnerabilità crescente. Non attivare qualche resilienza rispetto alle vecchie e nuove disuguaglianze aumenta il nostro grado di fragilità e incapacità di sviluppare comportamenti adatti a fronteggiare questa, ma anche future situazioni di pericolo per il nostro benessere.

I finanziamenti per la ripresa, di cui tanto si discute ora sia di fonte europea, sia nazionale (anche a pioggia) devono tuttavia essere finalizzati, tutti, alle linee di riconversione nel rispetto ambientale (sottovalutare il Green Deal europeo è miope) e sviluppo di responsabilità sociale di tutti i settori istituzionali: pubblica amministrazione, imprese, terzo settore, cittadini e famiglie, nonché i paesi esteri. Come si diceva in precedenza, solo in questo modo i flussi finanziari che saremo capaci di mobilitare potranno avere un’utilità che supera il presente e che da soli non possono costruire le idee del futuro che vogliamo.

La visione del futuro che saremo in grado di attuare sarà duratura per l’intera collettività e per i singoli individui, solo se perseguiremo gli obiettivi sempre più di solidarietà, di visione a lungo termine, di completezza e sistemicità, al fine di coniugare al meglio la salute di tutti: persone e pianeta.

Fabiola Riccardini

 

 

Bibliografia .

Becchetti L., Conzo G., Conzo P., Salustri F., (2020) “Understanding the heterogeneity of adverse Covid-19 outcomes: the role of poor quality of air and lockdown decisions”, PAPERS-SSRN.COM

CNEL (2020), Relazione annuale sulla qualità dei servizi pubblici 2019

ISTAT (2020), Comportamenti d’impresa e sviluppo sostenibile, Statistiche Sperimentali – nuovi indicatori

ISTAT (2020), Audizione dott.ssa Linda Laura Sabbadini presso la Camera dei Deputati per la discussione delle Misure a sostegno della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per la compilazione delle esigenze di vita e di lavoro, 26 febbraio 2020.

ISTAT (2020), Infografiche  in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della  violenza contro le donne

ISTAT (2019), Rapporto BES 2019

ISTAT (2019), BES Territori 2019

ISTAT (2017), Censimento permanente delle istituzioni non profit

Riccardini F. et all (2016), Benessere e sviluppo sostenibile, Universitalia 2016

Riccardini F., De Rosa D. (2016),  “How the Nexus Food/Water/Energy Can Be Seen With the Perspective of People Wellbeing and the Italian BES Framework”. Agricolture and Agricoltural  Science – Procedia 2016  8: 732-74o

Riccardini F., Fazio M. 2020, Measuring Digital Divide in Italy, IAOS Conference London 2004

World Economic Forum 2020,  Global Risks Perceptions Survey 2019-2020

 

[1] Il metodo seguito riguarda l’osservazione dello scarto medio annuo dell’indice di Gini per il primo, in genere il 2004, e l’ultimo anno disponibile, in genere il 2016, e diviso per il numero di anni meno uno; valori negativi dello scarto indicano una riduzione nel tempo delle differenze territoriali, ovvero vi è convergenza dei territori. Mettendo in relazione i due criteri di misure, cioè il grado di omogeneità dell’indicatore nell’ultimo anno disponibile, indice di Gini, e la sua variazione nel tempo ì, scarto medio annuo, si nota la relazione tra concentrazione e dinamicità.

[2] Audizione della dott.ssa Linda Laura Sabbadini (Istat)  alla Camera dei Deputati del 26 febbraio 2020 in occasione della discussione delle misure a sostegno della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per la conciliazione delle esigenze di vita e di lavoro. Info grafiche predisposte dall’Istat in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.