Nell’intervista che ieri Mons. Delpini, Arcivescovo di Milano, ha rilasciato al “Corriere” (CLICCA QUI), in ordine ai fatti di Milano, si ritrova la pacata fermezza – si direbbe la precisione chirurgica – dei giudizi che abbiamo imparato a conoscere nelle omelie della festività patronale di Sant’Ambrogio.

Accompagnati dalla serena fiducia che l’Arcivescovo sempre nutre ed apertamente manifesta nei confronti di ogni persona, di qualunque cittadino, delle stesse istituzioni e di chi è chiamato a governare. Almeno fino a prova contraria.

Quello di Mons. Delpini è uno sguardo rassicurante perché indugia volentieri sul bene, quasi non fosse capace o non volesse vedere il male che pure ci circonda, a meno che non vi sia costretto dalla palese evidenza dei fatti. Alla condanna antepone la prudenza.E l’ammonimento.

Sono parole che si iscrivono nella consolidata tradizione del “cattolicesimo sociale” ambrosiano che ha trovato nel Cardinal Montini, e poi in Carlo Maria Martini, le sue più vive espressioni.

A Milano, il magistero sociale della Chiesa, il pensiero socialista e quello liberale si sono intrecciati e reciprocamente fecondati, in modo particolare dando forma a quelle culture del lavoro e dell’impresa originariamente nate dallo stesso ceppo popolare, da ceti che, al di là del differente ruolo ricoperto nella filiera produttiva, allo stesso modo avvertono e soffrono la dedizione all’ impegno quotidiano come una fatica, ma la vivono, nel contempo, come premio a sé stessa.

In ultima analisi, non è fuori luogo sostenere che il vero motore dello sviluppo di Milano e, più in generale, della Lombardia, sia storicamente
rappresentato dalla fede, dal profondo sentimento religioso di queste terre. Una fede che dà un senso compito alla vita, e, come tale, trascende la grigia e ripetitiva fattualità del quotidiano, lo illumina di un valore simbolico e lo inscrive in un piu’ vasto ed appagante orizzonte di valori.

Al di là della “querelle” giudiziaria di Milano, nelle parole di Mons. Delpini c’è una premura che, pur detta con la discrezione del messaggio pastorale, è di ordine prettamente “politico”. E la politica dovrebbe saperla riconoscere e fare propria.

Concerne, anzitutto, il cosa significhi essere “comunità”, cioè ambito in cui il vivere assieme e l’identità personale di ciascuno si rimandano e si sostengono l’un l’altra, superando le “solitudini” che, invece, abitano spesso la dimensione del collettivo.

Milano è, peraltro, il paradigma della città moderna. Luogo dell’armonia e delle contraddizioni, di una continuità storica in costante evoluzione. Luogo del ceppo etnico originario e di quelle identità che vi si sono via via sovrapposte, dove già si vive e si sperimenta il generale sviluppo multietnico, multiculturale, multireligioso verso cui siamo incamminati. Luogo della sovrabbondanza, dei consumi effimeri e della povertà. Del centro attraente e delle periferie sgranate. Dell’alta cultura, della ricerca, del mondo accademico più avanzato, delle tecnologie e delle nuove professioni e, ad un tempo, delle povertà educativa. Spazio offerto alla prossimità fisica delle persone in un mondo virtuale. Delle identità locali nel mondo globale.

Milano, nelle parole dell’ Arcivescovo, ci invita a mettere a tema, oggi, il ruolo della città grande e piccola nel processo di ricostruzione della coesione sociale smarrita, di cui, peraltro, non possiamo fare a meno.

Domenico Galbiati

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