Il conflitto tra la Costituzione Polacca e alcune disposizioni di fonte UE è insanabile, e il primato della prima sulla seconda è indiscutibile, ha decretato pochi giorni fa la Corte Costituzionale di Varsavia. E ciò dopo ripetuti rinvii e dopo molte pressioni – interne, e soprattutto esterne – perché non si giungesse a tanto, e si trovasse una soluzione di compromesso. Cioè una sorta di ambiguo armistizio come quella esistente in Germania, dove le prese di posizione della Corte di Karlsruhe fanno da molti anni apertamente a cazzotti con norme talora promosse dallo stesso Governo tedesco nel quadro comunitario.

Secondo Varsavia, tre sono le possibili via di uscita da questa situazione, esplicitamente elencate dalla Corte Costituzionale polacca: “una modifica della Costituzione, una modifica della legge europea, oppure l’uscita dall’Unione Europea”.

Una soluzione di compromesso, e di reciproca ambiguità, come quella tacitamente accettata in Germania – si lascia implicitamente intendere – a Varsavia non è possibile perché la Polonia non dispone del collante politico capace di tener assieme, senza pagarne il prezzo, atteggiamenti così contraddittori; collante di cui dispone invece Berlino; e che le viene dal fatto di essere la potenza egemone a Bruxelles. E quindi in grado di correre il rischio, in definitiva assai modesto, di ritrovarsi in – apparente – conflitto solo contro se stessa.

Verso una Polexit?

Dati i rapporti di forza internazionali, le alternative di fronte alle quali si trova la Polonia sono in realtà soltanto due, tra i tre menzionati. Si tratta di piegarsi al volere di Bruxelles, oppure di uscire dai Trattati. La scelta non potrà essere a lungo dilazionata, tanto che alcuni media hanno già incominciato a domandarsi se non si vada verso una Polexit. E ciò tanto più che – come ogni esperto vero si aspettava – Budapest – una capitale che provoca non pochi grattacapi alla UE – ha subito dato segni chiarissimi, anzi indicazioni ufficiali, di condividere le posizioni di Varsavia.

Ne è insomma uscita aggravata la sensazione dell’esistenza di un problema serio tra i vertici della UE e le sue provincie orientali, che pure hanno immensamente beneficiato dell’adesione avvenuta in blocco sotto la presidenza di Romano Prodi, e nonostante le renitenze tedesche. E ne hanno beneficiato soprattutto sotto il cruciale profilo dello sviluppo, grazie all’aiuto economico pagato, in definitiva, dai membri “storici” della Comunità, con particolare – sia ricordato en passant– sacrificio dell’Italia.

Da allora, però, la situazione è cambiata. Soprattutto se vista da Est, dalle Nazioni dell’Europa centro-orientale. Lo si è visto proprio in questi giorni, con il radicale disaccordo sulla questione dei muri anti-immigrati e la richiesta di dodici paesi membri geograficamente disposti lungo una fascia che si estende dalla Grecia ai paesi baltici di poter usare, per costruirli, i fondi del Recovery Plan. Non c’è dubbio che si sia trattato di una richiesta provocatoria, cui il Nein di Bruxelles era scontato, e che perciò mostra una chiaro intento politico-dimostrativo; in altre parole di una richiesta che diventa comparabile alla dichiarazione della Corte Costituzionale polacca e al plauso per essa espresso dal governo ungherese. E viene a rafforzare la constatazione di una differenza, nella percezione della realtà internazionale, tra Bruxelles e le capitali nazionali dell’Europa orientale.

Le condizioni dell’indipendenza

Questa differenza di percezione non è difficile da spiegare. Dal punto di vista geopolitico, infatti, i popoli dell’Europa centro-orientale soffrono – e ne sono dolorosamente consapevoli – di una collocazione straordinariamente sfavorevole Essi si trovano infatti insediati tra due Nazioni assai popolose e dalle evidenti tendenze imperiali, la Russia e la Germania. E storicamente ne è conseguito che, nell’era degli Stati nazionali, il loro destino sia stato quello di essere dominati dalla Russia quando questa era più potente e meglio statualmente organizzata delle popolazioni germaniche, e viceversa, dominati dagli austro-tedeschi quando questi erano più forti dell’Impero russo, e poi sovietico. Inevitabilmente spartiti in insiemi geopolitici contrapposti quando le due potenze erano entrambe forti, questi paesi hanno infine potuto conquistare l’indipendenza nazionale nei momenti storici in cui queste erano entrambe deboli.

E’ ciò che accadde nel 1919, dopo che la Russia era stata – nel 1917 – sconfitta ed aveva scelto, ripiegata su se stessa, la via della rivoluzione. E dopo che la Nazione storicamente rivale, quella germanica, era stata sua volta costretta alla resa dall’Inghilterra e dai suoi alleati. E lo stesso meccanismo giocherà ancora, e garantirà alla Polonia e agli altri “paesi satelliti” una indipendenza non più soltanto fittizia, dopo il 1989, cioè dopo l’implosione del sistema sovietico, ma prima che la Germania potesse, ancora alle prese con la propria riunificazione, tornare a volgere verso est le proprie ambizioni.

Le condizioni che avevano garantito una effettiva indipendenza alle Nazioni dell’Europa centro-orientale alla fine del secolo scorso sono però venute attenuandosi col passare degli anni, che hanno visto un’alterazione degli equilibri  tra i due grandi vicini, ed un crescente ascendente tedesco in sede europea.

Tale rafforzato ascendente di Berlino su Bruxelles non va però imputato a rinnovate tendenze nach Osten di Berlino, che sono state invece scoraggiate sia da Kohl, che da Schroeder e dalla Merkel, ma sono anche una conseguenza di iniziative altrui. In particolare  anche conseguenza dell’uscita dall’Unione Europea di un membro influente come il Regno Unito, che per 43 anni si era dimostrato assai abile a conquistare, a utilizzare ai propri fini, e ad orientare politicamente – sullo scacchiere mondiale – cruciali quote di potere comunitario. L’uscita di Londra dall’organizzazione europea, e la sua rinnovata scelta per il “mare aperto” – clamorosamente confermata dalla partecipazione all’alleanza anti-cinese AUKUS, da cui è stata accuratamente escluso l’unico paese europeo interessato a partecipare, la Francia – hanno lasciato sul Vecchio Continente uno spazio di potere semi-vuoto, che non poteva non essere automaticamente saturato da Berlino.

Scenari eterni

Contemporaneamente, la vertiginosa degradazione della Russia come potenza – tanto sotto il profilo politico e ancor più drammaticamente economico, prima dell’avvento di Putin, quanto sotto quello territoriale e demografico -, e il campo ormai libero alla supremazia tedesca in ogni attività dell’Unione Europea non potevano non essere notate dai popoli dell’Europa centro-orientale. E non suscitare un ancora embrionale, ma gradualmente crescente “capovolgimento dei timori” nei loro governi, ormai  altrettanto attenti a quanto avveniva sul loro fianco ovest, a Bruxelles e Berlino, che quanto si verificava alla loro frontiera orientale, dove l’alleanza guidata dall’America non cessava invece di conquistare posizioni e territorio a scapito di Mosca.

Allo stesso tempo, con il North Stream 2, portato a compimento contro ogni reticenza, e in opposizione ai desiderata degli stessi Stati Uniti, e con la collaborazione tedesco-russa in molti altri settori del cruciale settore energetico, tra cui quello dell’idrogeno si profila – in aggiunta alla visione di una Germania sempre più forte – anche la possibilità concreta di una collaborazione alla pari tra Berlino e Mosca: uno dei meno gradevoli tra i quattro eterni scenari che la collocazione geografica offre ai paesi posti ad Est della linea che va da Stettino a Trieste.

Inevitabile, quindi che nascesse, in questi popoli, una ricerca di punti di riferimento fuori dal binomio russo-tedesco. Cosicchè, dopo qualche ipotesi di una possibile garanzia, soprattutto in campo economico, da parte della Cina, concretatasi nel gruppo “17+1”, ma di recente resa estremamente inverosimile dallo scivolamento della situazione mondiale verso un rinnovato clima di “guerra fredda” tra gli Usa e la Repubblica Popolare, l’attenzione delle Nazioni che si trovano sul limes orientale della UE sembra di nuovo rivolgersi – come esplicitato da qualche paese baltico – verso l’America, che presenta l’indubbio, e troppo spesso sottovalutato vantaggio di essere un alleato territorialmente non contiguo, anzi piuttosto lontano, e comunque diverso da quelli del passato. Un passato che, per questa parte dell’Europa, è assai denso di tragiche e dolorose memorie.

Giuseppe Sacco