Quel che succede in Afghanistan interroga a fondo l’Europa. La mette crudamente di fronte a sé stessa ed alle proprie oggettive responsabilità. La sollecita, in termini ultimativi, ad assumere sulla scena internazionale quel compito attivo che fin qui è mancato e rappresenta un “dovere” nei confronti della comunità internazionale.

Una così grave sproporzione tra il ruolo storico, geo-politico, culturale, economico e produttivo che le appartiene e la sua sostanziale inettitudine a tradurlo in una piena responsabilità nel campo delle relazioni internazionali, in termini politici e diplomatici, ma anche militari e di sicurezza, genera un vuoto, introduce oggettivamente uno squilibrio, provoca un’ asimmetria nello scacchiere mondiale, che oggettivamente altera e concorre a rendere più tesa e conflittuale oltre misura, la competizione tra le maggiori potenze.

L’Europa ha un debito nei confronti della storia che ha giocato gran parte del suo più impegnativo corso entro i suoi confini e l’ha in tal modo arricchita e privilegiata, anche se questo primato ha richiesto un immane tributo di sangue.
Vale per le persone, a maggior ragione per quelle collettive che, ad un certo punto, si venga investiti, volendolo o meno, da un compito che ti sovrasta e si impone, appunto perché rappresenta, in definitiva, il portato di un percorso storico che, per quanto possa apparire disarticolato e confuso, in effetti risponde ad una logica da cui non si può prescindere neppure quando ancora non sia del tutto chiara la “ratio” che la sottende.

Per l’ Europa è  giunto il momento di assumere piena consapevolezza di sé e ha ragione Lorenzo Dellai quando auspica che sappia rinverdire quelle idealità che sembrano smarrite altrove ( CLICCA QUI ).

Ciò non significa lasciarsi prendere da una visione astratta ed idealistica, bensì fare i conti con le responsabilità che, in quanto a crisi dell’Occidente, incombono anche sui Paesi del vecchio continente. La stessa tradizionale alleanza atlantica esige, dunque, per essere confermata ed, anzi, rafforzata, una rilettura, in vista di una nuova legittimazione politico-strategica.

Ovviamente questo necessario protagonismo dell’Unione Europea non può che essere tutt’uno con una vigorosa ripresa del processo di unificazione, diretto all’affermazione di una effettiva e via via più ampia sovranità continentale, la quale, a sua volta, esige che l’Europa sappia individuare, nello scacchiere internazionale, i momenti ed i luoghi strategici su cui investire la propria autorevolezza politica. La quale non può che avere un fondamento di carattere morale, cioè risalire tuttora a quell’intenzione di pace e di solidale fraternità tra i popoli e le nazioni che ha ispirato e guidato i Padri fondatori.

Con la presa di Kabul da parte dei Talebani muta radicalmente la cornice di riferimento delle relazioni internazionali come sono state codificate fin qui. In questo nuovo orizzonte il sovranismo leghista ed il nazional-populismo di Fratelli d’Italia, a maggior ragione, non vanno oltre la soglia di una demagogia dilettantesca che sarebbe risibile, se non fosse avvilente e pericolosa. Si tratta di posizioni che denunciano una gravissima carenza della più elementare cultura politica ed una drammatica incapacità di leggere l’effettiva “cifra” del momento storico che stiamo attraversando. Oltretutto, posizioni che isolano l’Italia dal novero degli altri Paesi fondatori e rischiano, soprattutto nella prospettiva della prossima consultazione politica, di sottrarla allo sforzo comune che questi dovrebbero mettere in campo per fare chiarezza, anzitutto, all’interno dell’UE.

Il sovranismo che alligna soprattutto nei Paesi dell’Est europeo è, infatti, una costante minaccia che limita e compromette il ruolo che all’Europa compete. Il che, peraltro, non esime i Paesi del nucleo storico dal compito di superare troppe incrostazioni ispirate alla difesa di particolari interessi locali, che anche tra loro permangono più del dovuto.

Non è più possibile che il Vecchio continente accetti supinamente, per quanto faccia comodo, di concepire sé stesso come una sorta di appendice dell’impero americano, rischiando di recitare il ruolo della pallina nel ping-pong che Stati Uniti e Cina hanno cominciato a giocare fin dagli anni di Nixon e di Kissinger e, verosimilmente, destinato a tenere la scena dei prossimi decenni.

Gli Stati Uniti perdono la partita nel modo peggiore, cioè per abbandono. Senonché sembrano perderla sì sul suolo afgano, ma anche, e forse di più, la perdono in casa. Come se prevalesse nell’opinione pubblica a stelle e strisce, più che non negli stessi commentatori ed osservatori politici, un diffuso sentimento di stanchezza e di disimpegno. Cosicché,  lo stesso Biden finisce per registrare un umore tale da doversi, a sua volta, in un certo senso, allineare – come osserva anche Giancarlo Infante- sia pure in altri termini, all’ “America first” che fu di Trump ( CLICCA QUI ).

Su questi aspetti anche la riflessione politica degli amici di INSIEME dovrà tornare con puntualità. Intanto, prendendo atto, per quanto concerne il nostro Paese, come la effettiva scelta europeista, convinta e convincente, non di mera ed occasionale opportunità, si ponga, fin d’ora, come il più rilevante discrimine della prossima consultazione politica generale.

Da oggi al ’23, molta acqua è destinata a scorrere sotto i ponti, ma lo stesso PNRR non può che misurare la sua efficacia in funzione della sua capacità di concorre, anche dal nostro Paese, ad un solidale processo di avanzamento dell’unità europea.

Domenico Galbiati