L’ultimo verso della Divina Commedia, cui è dedicato il Meeting di quest’anno – l’approdo conclusivo cui giunge Dante, forse il punto più alto del suo cammino poetico e, ad un tempo, teologico – “ci sospinge, afferma Papa Leone, verso la storia di cui Dio è Signore”. “Al centro sta il mistero dell’Incarnazione”.
La stampa – ed, in larga misura, non poteva che essere così – ha interpretato il discorso che Leone XIV ha rivolto, a Rimini, ai giovani di CL, come una semplice invocazione della pace, una perorazione attesa, declinandola in rapporto alle vicende del momento, alle violenze da cui siamo assediati, a cominciare dalle guerre che sempre meno appaiono a pezzi, anzi si sostengono l’una l’altra, nella misura in cui collidono sulle scacchiere strategiche delle maggiori potenze. Senonché, una lettura più pacata ed attenta dice molto di più.
La sinfonia dei linguaggi e la dimensione trascendente
Papa Leone ha la straordinaria e rara capacità di tenere assieme una pluralità di linguaggi così da comporre una sinfonia che, intrecciandoli in una sorta di ricamo, ne arricchisce il valore di ognuno.
Anche il discorso di Rimini mostra un finissimo legame tra espressioni che, sul piano politico e sociale sono trasparenti – e, nel contempo, evocano assonanze importanti, anche solo per puntuali accenni, per chi ha dimestichezza con un’analisi politica degli eventi – ed altre espressioni che rimandano ad una lettura delle cose del mondo secondo categorie di carattere storico, filosofico e, soprattutto, teologico.
Se ne evince un’intelligenza della vicenda umana più alta, inusuale e suggestiva, che oppone la misericordia al “potere della potenza” e rinvia “a ciò che accomuna originariamente gli esseri umani”.
Riscopre quella dimensione trascendente della storia che abbiamo largamente smarrito e della quale, in ogni caso, la stessa politica non può fare a meno se vuole interpretare il ruolo che le compete, secondo quella proiezione temporale di lungo corso, da cui non può prescindere.
Tra poteri ingiusti e la libertà del battesimo
Siamo in grado di “immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici”?
Liberare “la convivenza dal sospetto, la cultura dall’arroganza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’ossessione del profitto…” ha a che vedere solo con l’atteggiamento spirituale e morale di ognuno o non vale altrettanto anche come categoria interpretativa e linea-guida del processo storico che stiamo attraversando?
Ai “poteri ingiusti”, sostenuti da “retoriche rassicuranti e da costruzioni ideologiche seducenti”, Papa Leone contrappone l’incarnazione e la redenzione, la misericordia e la bellezza di Dio e del creato.
Contrappone il “battesimo” come “questione di libertà” ed avverte che solo nella libertà possiamo incontrare la verità di ognuno e del mondo.
Politica o teologia della storia?
Si tratta di una pura e semplice esortazione che poco concerne la cruda realtà delle cose del mondo?
Sostanzialmente un approccio “impolitico” oppure ricco e sostenuto dai primi elementi di una teologia della storia che dovremmo, un po’ per volta, imparare a declinare anche sul piano del progetto e dell’azione? A che altezza pone l’asticella del nostro impegno Papa Leone?
Domenico Galbiati