La guerra in Ucraina ha segnato profondamente il 2022 giungendo persino a modificare gli equilibri mondiali e le relazioni tra popoli e nazioni che avevano caratterizzato gli ultimi trent’anni, oltre che avere devastanti effetti sull’economia, i costi delle materie energetiche e gli scambi internazionali. Il professor Giuseppe Sacco ne analizza gli aspetti salienti con tre successivi interventi che pubblichiamo a partire da oggi.

 

Parte Prima – L’arma delle sanzioni

Le conseguenze economiche dello scontro militare ed economico in Ucraina che ha caratterizzato l’anno che si chiude, non hanno bisogno di essere dimostrate. Esse sono sotto gli occhi di tutti, così come è chiara allo stato attuale, a fine 2022, la sostanziale assenza di ogni dimensione diplomatica e negoziale. Si tratta di conseguenze che erano in gran parte prevedibili. E che sono state anche previste, pur se non forse con le stesse caratteristiche e nella stessa misura da parte dei diversi soggetti convolti.

Naturalmente, non si scopre nulla di più che già risaputo, quando si dice che la guerra, ogni guerra – così come anche la semplice preparazione alla guerra, nella logica “pacifista” del si vis pacem para bellum – implica, per definizione, la destinazione a fini distruttivi, o almeno improduttivi, di un certo quantitativo delle risorse economiche ed umane degli Stati che sono – o che temono di essere – coinvolti in un conflitto. Risorse economiche ed umane che potrebbero altrimenti essere allocate alla produzione di beni e servizi da destinare alla fruizione da parte della popolazione nazionale, ovvero al commercio con l’estero.

 Quest’ultimo (che è notoriamente ostacolato e danneggiato da ogni guerra, o anche da un semplice “clima internazionale” che si teme possa portare ad una guerra) è peraltro anch’esso produttore di ricchezza. Trasferendo beni e servizi da paesi in cui essi sono più abbondanti in paesi in cui essi sono più scarsi, e quindi aumentandone di fatto il valore, il commercio determina sempre – a meno che ad esso non vengano imposti artificiali fattori distorsivi – una allocazione più razionale, a livello planetario, delle risorse disponibili. Si traduce cioè in benefici di cui godono non solo le donne e gli uomini la cui vita è regolata dagli Stati in questione, ma tutta la popolazione mondiale.

Ciò è stato estremamente evidente nel periodo della cosiddetta globalizzazione, la cui stagione va all’incirca dal 1979, quando la Cina si apre al mondo, sino alle chiusure dovute alla pandemia. Gli scambi di capitali e di merci tra l’Occidente e paesi fino ad allora semi autarchici, come era soprattutto la Cina, hanno coinciso con una lunga stagione se non di pace, almeno con un’epoca in cui i conflitti hanno avuto prevalentemente carattere regionale. Ed hanno inoltre determinato una lunga fase di crescita senza inflazione, hanno fatto uscire circa un miliardo di uomini dalla povertà estrema, ed hanno fatto profilare la possibilità di una redistribuzione del potere a livello mondiale.

Questa elementare evidenza mentre in luce come anche gli strumenti della guerra economica, ad esempio le sanzioni che oggi vanno così di moda, portino ad una pura, semplice ed enorme distruzione di ricchezza, anche sotto forma di distorsione nella allocazione non solo degli investimenti, ma anche soprattutto dei benefici e delle occasioni economiche tra i vari soggetti, individuali e collettivi, che formano le società che gli Stati sopra menzionati dovrebbero governare e proteggere.

Eppure, “le sanzioni sono state a lungo l’arma diplomatica preferita dagli Stati Uniti. E ciò anche se non sono mancati gli ammonimenti tanto sui loro effetti negativi quanto sulla rapida erosione della loro efficacia, in seguito agli accordi già raggiunti tra i paesi sanzionati, che stanno portando alla nascita di aree commerciali internazionali dove il dollaro non ha più il suo sinora ineludibile ruolo.

Già nel 1998, lo stesso Presidente americano Bill Clinton aveva commentato negativamente il fatto che il governo degli Stati Uniti fosse diventato altrettanto “sanctions happy” – cioè, pronto al ricorso alle sanzioni – quanto una gran parte della sua popolazione si dimostrava “trigger happy”, pronta a l’uso delle armi da fuoco.

Questa popolarità dello strumento sanzionatorio nell’azione diplomatica non è tuttavia priva di senso e di benefici. Perché si tratta di misure che riempiono un vuoto spesso pericoloso tra dichiarazioni diplomatiche che talora lasciano il tempo che trovano e sanguinosi interventi militari. E, di questi ultimi, gli elettori degli Stati Uniti hanno, negli anni più recenti, dato prova di essere stanchi. Eppure, ancora trentatré anni dopo la notazione di Bill Clinton, la risposta della amministrazione Biden all’invasione russa dell’Ucraina ha seguito la prassi delle sanzioni, senza curarsi – almeno in apparenza – delle conseguenze negative che avrebbero potuto prodursi nello stesso Occidente. Washington, seguita a ruota da quasi tutti gli alleati, e ad occhi chiusi dai burocrati di Bruxelles, ha immediatamente imposto a Mosca “pacchetti” su “pacchetti” di misure punitive.

Nella complessa questione della collocazione internazionale dell’Ucraina – questione cui solo ora si cerca una soluzione facendo ricorso ad una guerra guerreggiata, ma che risale in realtà agli anni successivi alla dissoluzione dell’Unione Sovietica – di sanzioni si è fatto largo uso, tanto contro la federazione russa quanto da parte di Mosca, che ha immediatamente posto in essere delle contro-sanzioni.

Sotto un profilo politico-propagandistico, questa situazione consente attualmente a Mosca di sottolineare vivacemente, ogni volta che può farlo, come le misure che avrebbero dovuto spingerla a comportamenti più moderati, abbiano invece non solo danneggiato (e attualmente continuino a danneggiare) in primo luogo i paesi dell’Europa occidentale, che essi siano o meno membri dell’Alleanza Atlantica. Ma anche come li danneggino più di quanto esse non abbiano portato a risultati economici negativi per la stessa Federazione Russa, la quale sembra invece trarre partito dal forte aumento dei prezzi internazionali degli idrocarburi – e delle sostanze energetiche in generale – che è stato determinato dalla guerra in atto in territorio ucraino, o che ha perlomeno coinciso con essa.

Altrettanto chiaro è poi che il Cremlino, sottolineando come il danno delle sanzioni abbia colpito, e continui a colpire, soprattutto i paesi europei, tenda a far passare l’idea che si tratti definitiva in una strategia americana volta soprattutto contro l’Europa. Soprattutto, contro la Germania, che negli anni di Angela Merkel, e del suo predecessore Schroeder, aveva seguito l’idea di un sviluppo economico non solo forte, ma anche più sostenibile ed equilibrato di quello attuale; uno sviluppo che passava attraverso una sostanziale integrazione (fondata sulla palese complementarità delle risorse) con l’economia russa.  Ed era sottinteso che si trattasse di un’idea temibile, dal punto di vista di Washington, anche se meno ambiziosa ed esplicita di quella a suo tempo concepita dal grande banchiere Alfred Herrhausen, che avrebbe di fatto reso la Germania l’erede economica del blocco sovietico. (Segue)

Giuseppe Sacco