Lo scorso 15 dicembre abbiamo dato conto di un appello lanciato da una cinquantina di Premi Nobel (CLICCA QUI) per giungere alla riduzione delle spese militari per fare fronte a quelle richieste dalla lotta alla pandemia e alla povertà. L’appello, coordinato dal professor Carlo Rovelli, è stato oggetto di varie riflessioni. Di seguito riportiamo l’intervento dell’Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, già Capo di Stato maggiore della Marina e Capo di Stato maggiore della Difesa.

La Storia, si dice, insegna e si ripete. Forse è vero che si ripete, ma spesso si ripete perché non insegna abbastanza o almeno non tutti sanno coglierne gli insegnamenti.

Leggo con interesse il nobile appello di alcuni accademici e premi Nobel ai governi mondiali, ripresa da Rovelli sulla stampa, per una riduzione delle spese militari a favore di un fondo globale da gestire dall’ONU per la riduzione dell’inquinamento ambientale.

Premetto che dopo una vita spesa nelle Forze Armate (e forse proprio per questo) sono tutt’altro che un guerrafondaio e devo ammettere che la proposta è accattivante.

Chi, infatti, non pensa che in un mondo globalizzato le spese per gli armamenti, oggi in vertiginoso incremento, non siano uno spreco e un esercizio ormai condannato dalla storia? E se poi questi fondi (2% per ciascun paese è una bella cifra) fossero destinati al risanamento ambientale sarebbe magnifico.

Ma vorrei partire proprio dal risanamento ambientale e dalle giuste rivendicazioni degli ambientalisti e dei seguaci della coriacea, ispirata e determinata Greta. Chi ha annacquato (BLA, BLA, BLA!) più o meno apertamente il recente summit sull’ambiente, sono stati soprattutto i Paesi cosiddetti BRICS e gli USA, guarda caso quelli che più di ogni altro hanno incrementato le spese militari nell’ultimo decennio.

E veniamo alla storia. In passato nessun trattato per la riduzione delle spese militari ha evitato la guerra, anzi ha fatto il gioco di chi la guerra la voleva, vedasi i nazisti che erano i primi sostenitori delle conferenze per le riduzioni degli armamenti soprattutto verso le Marine, chissà perché…

Se gli inquietanti scenari che ci propone Federico Rampini nei suoi libri (“La mano invisibile”, “Fermate la Cina”, ecc..) sono in tutto o in parte veri e se si applica il sempre valido concetto del “cui prodest”, è abbastanza evidente la fonte ispiratrice di questa proposta. Se poi si tiene conto che nel Consiglio di Sicurezza ONU sono dominanti Russia e Cina e che quest’ultima controlla almeno il 50% delle Agenzie e Commissioni delle Nazioni Unite (sempre a detta di Rampini) il dubbio è d’obbligo.

Appelli come questo sono certamente accolti con favore dalle Nazioni democratiche (“quasi” tutte le Nazioni Europee e una gran parte della popolazione del Nord America) e trovano un appoggio strumentale da parte delle Nazioni o degli Stati/Partito meno democratici, abili nella propaganda e altrettanto abili nel nascondere al mondo gli affari di casa loro.

Quanto alle spese militari, ritengo che l’Europa (i paesi EU, per intenderci) nel suo complesso spenda troppo e male. La spesa militare complessiva EU è ampiamente superiore a quella USA ma con risultati decisamente più modesti. L’unico Paese europeo che spende efficacemente per la Difesa è la Gran Bretagna… ma purtroppo è BREXIT!!!

Se oggi riunissimo tutte le Forze Armate EU sotto un’unica direzione politico/militare, avremmo l’amara sorpresa di scoprire enormi duplicazioni e gravi carenze capacitive e strategiche (tanto con, che senza BREXIT). Abbiamo una semplice infinità di battaglioni di fanteria, di aerei più o meno da combattimento, di naviglio minore, ma siamo gravemente carenti in termini di assetti strategici e ne cito solo alcuni.

Droni e sistemi intelligence (sorveglianza), aerei da trasporto wide body (mobilità e flessibilità operativa), CYBER DEFENCE e soprattutto CYBER WARFARE (le guerre future), artiglierie, portaerei, sottomarini nucleari, forze anfibie, aerei da combattimento di 5^ e 6^ generazione (tutti assetti che fanno parte della vecchia e dimenticata DETERRENZA, pilastro fondamentale della “dissuasione” verso i prepotenti), logistica comune (non just-in-time ma reale per una indispensabile resilienza alle emergenze, come ci ha dimostrato l’attuale pandemia) e infine capacità di comando (abbiamo sovrabbondanza di comandi grandi e piccoli interforze, europei e Nato, ma non una chiara e netta linea di comando né, in molti casi, la prova della capacità di esercitarlo realmente quel comando).

E che dire delle Guardie Costiere Europee totalmente disomogenee e scoordinate da un Paese all’altro, anche in termini di struttura e di catena di dipendenza (in una Nazione EU la Guardia Costiera è a gestione privata), ma nel complesso dotata di un incredibilmente numeroso coacervo di mezzi navali e aerei grandi e piccoli, che superano nel totale le Guardie Costiere del mondo.

E’ vero che gli accordi SALT hanno portato alla riduzione degli arsenali nucleari delle due Superpotenze, ma non toccano le altre più o meno “super” potenze dotate del nucleare. Sono accordi nati dall’evidente sovrabbondanza di ordigni nucleari da ambo le parti, non certo per buonismo, ma per precisi calcoli economici. E non dimentichiamo, infine, che la tanto temuta deterrenza nucleare ci ha regalato oltre 50 anni di relativa pace e benessere (è cinico dirlo lo so, ma è l’evidenza storica).

Quanto alle nostre spese militari, l’Italia è abbondantemente al di sotto il livello del 2% del PIL richiesto dalla Nato e soprattutto spendiamo oltre il 75% per nuovi investimenti (assegno in bianco o quasi all’ industria) e meno del 25% per tenere in efficienza e aggiornate le capacità esistenti ovvero logistica, manutenzioni, addestramento e benessere (ovvero coesione motivazione e morale del personale, altro elemento fondamentale per dare credibilità e quindi deterrenza allo strumento militare).

Infatti, il nostro rapporto PSS (Per Soldier Spending) che rappresenta oggettivamente l’interesse della Nazione per l’efficienza delle sue Forze Armate è tra i più bassi d’Europa (non è così  per gli investimenti  verso l’industria della difesa che vede il rapporto PSI, ovvero “Per Soldier Investing”, a un livello decisamente più accettabile).

Un miglior equilibrio sarebbe opportuno soprattutto in questi tempi di grande incertezza delle relazioni internazionali, avviate verso sviluppi affatto diversi dalla direzione auspicata dagli estensori della proposta, che, ripeto, rispetto sotto il profilo idealistico.

Luigi Binelli Mantelli