Astensionismo elettorale, un caso estremo
Ma esistono fuori di Italia esempi storici di astensionismo elettorale estremo e in crescita ininterrotta come quello che noi abbiamo ormai da circa un ventennio? Siamo infatti passati dopo un lunghissimo periodo di stabilità del numero dei votanti su tassi oltre il 90% dal 1948 al 1976, dal 93,4% del 1976 all’ 88,8% del 1987 all’ 86,3% del 1994 all’ 83, 6% del 2006 e poi giù, coi “nuovi” sistemi elettorali, a “rotta di collo” verso il 72,9% del 2018 il 63,9% del 2022 ed addirittura il 48,3% se consideriamo le elezioni politiche europee dal 2024 e chissà quale nel 2027.
Ho cercato, nelle mie conoscenze pregresse ed in alcuni testi di storia, casi di astensionismo che raggiungano o oltrepassino sistematicamente il 50% ma ho avuto difficoltà a trovarne. Alla fine ho però scovato un caso analogo, anzi ancora più spinto di quello italiano. Ben acquattato però in un angolino nascosto del passato, anche se di un passato europeo. Si tratta dell’ astensionismo-record che raggiungeva, in un contesto di suffragio universale maschile, percentuali oltre il 70 e 80 % e si localizzava nella Spagna di fine XIX e inizio XX secolo, un paese in cui liberalismo e democrazia sono stati a lungo modelli lontanissimi dalla realtà. Ad esempio nelle elezioni politiche del 1899 a Madrid risulta che votò meno del 10% dell’elettorato e nel 1901 a Barcellona votò solo il 20%.
Si tratta dell’ enorme astensionismo che si manifestava nella Spagna pre-dittatoriale del periodo 1881-1923, un fenomeno ampiamente descritto nelle sua cause e conseguenze nella accuratissima ricerca di uno storico specialista di vicende spagnole ( Gabriele Ranzato, L’ eclissi della democrazia- La guerra civile spagnola e le sue origini 1931-1939, Torino, Bollati Boringhieri, 2004, pp. 55-84), i cui materiali ho qui utilizzato.
In particolare, vigeva nella Spagna dell’epoca il curiosissimo e grottesco sistema del “turno” (forse un unicum mondiale) che vale la pena di descrivere. In un paese retto a monarchia in cui si erano alternate elezioni manipolate e pronunciamenti militari, a partire dal 1881 si introdusse, come “rimedio” ai problemi, un singolarissimo sistema di stabilizzazione del potere in cui Partito Conservatore e Partito Liberale concordavano una anomala forma di governo “a turno”.
Il leader del Partito Conservatore, Antonio Cànovas del Castillo, l’ ideatore di questo sistema, si spogliò spontaneamente del potere proponendo al Re come suo successore e Primo ministro il leader dell’opposizione, con l’accordo di fare poi l’operazione inversa nel quinquennio successivo. Non erano i governi a dipendere dalle maggioranze parlamentari, ma erano i governi a fabbricarsele su misura. Il Re scioglieva le Cortes subito dopo aver affidato il governo al nuovo Primo ministro, il quale indiceva le elezioni da cui otteneva la solida maggioranza che gli era necessaria per governare.
Era un sistema pseudo-rappresentativo dunque, in cui il Premier si sceglieva il suo “Parlamento” (un “Parlamento” sui generis inteso come un interfaccia istituzionale tranquillizzante non certo come un vero rappresentante dei cittadini).
Non esisteva invece un “Parlamento” che esprimesse un governo che godesse la fiducia dei parlamentari. Al contrario era il governo che conferiva nei fatti la fiducia al Parlamento che esso “faceva eleggere”. Ne derivava una maggioranza di governo che aveva di fronte una opposizione “educata e rispettosa” cui era affidato il compito di attendere con pazienza il suo turno e di “lasciar governare”. Una opposizione ideale oggi probabilmente per tanti governanti italiani, del presente e del passato.
Si trattava certo di un sistema grottesco, ma che incredibilmente in una certa modalità si potrebbe instaurare anche da noi se davvero si introducesse con legge elettorale l’obbligo anti-costituzionale di designare preventivamente il possibile futuro premier della coalizione. Infatti, in questo caso, sarebbe il futuro premier, in fase di formazione della coalizione, a dover scegliere persone in cui riporre fiducia come “suoi” parlamentari. Non sarebbe più il governo a godere della fiducia del Parlamento, anche permanendo una investitura formale, ma sarebbero i parlamentari a dover godere della fiducia del premier. Sarebbe il rovesciamento del principio della democrazia rappresentativa. Una strada spalancata al governo di elite e lobbiese capi-popolo senza alcuna trasparenza.
Il sistema dei “cacicchi”
Come era possibile il funzionamento di questo anomalo sistema, o meglio come si otteneva il voto degli elettori nel caso spagnolo? Molto semplice. In un contesto di suffragio universale maschile- introdotto in Spagna nel 1890- si ricorreva alla più sfrenata parzialità di governo e pubblica amministrazione per “orientare” il voto nella “giusta direzione”. La mappa dei risultati elettorali era decisa collegio per collegio ( si votava con un sistema maggioritario uninominale) concordando con l’opposizione la rappresentanza della minoranza e usando tutti i mezzi per cui le Cortes fossero composte come pianificato a tavolino.
Esisteva una “macchina elettorale” affidata alle clientele locali, che faceva capo a notabili chiamati caciques che, grazie al controllo della terra o dell’amministrazione locale erano in grado di indirizzare a loro piacimento la scelta degli elettori. Laddove il sistema funzionasse con difficoltà, magari per la presenza di un terzo partito ( va ricordato che a causa di questo sistema i socialisti non riuscirono mai ad avere un numero accettabile di deputati a differenza di Italia, Francia o Germania) o laddove i caciques per qualche motivo non ottemperassero, si ricorreva a pratiche apertamente truffaldine e impunite su amplissima scala fino alla finzione delle elezioni nel collegio stesso. D’altronde il controllo dei seggi spettava ai sindaci ed agli assessori comunali che erano nominati dai prefetti (gobernadores civiles) in vista proprio del risultato delle elezioni.
Gli effetti di questo sistema in Spagna furono disastrosi. La democrazia ridotta a mera finzione e screditata di fronte a una pubblica opinione perdeva ogni senso e il cittadino comune finiva per affidarsi tragicamente all’anarchia o alla forza dei pronunciamenti militari, disertando le urne. Ormai però anche in Italia l’ astensionismo endemico e dilagante è l’indicatore indiscutibile della “follia” di un sistema oligarchico che si tiene al comando in nome di una stabilità e divenuta il totem disastroso cui politici e classi dirigenti, attente esclusivamente ai propri interessi particolari e totalmente sprovviste di visione collettiva del paese, hanno sacrificato i cittadini. Queste classi dirigenti da almeno un trentennio sacrificano la rappresentanza del Paese reale a progetti neo-liberistici e pseudo-concorrenziali, mascherati dietro inconsistenti o demagogici obiettivi pro-consensuali, producendo soltanto disastri. In Italia non è esistito, è vero, alcun formalizzato sistema del “turno”, ma si è consolidato nell’ultimo ventennio un sistema oligarchico di Destra e di Sinistra ( certo con modalità di azione un po’ diverse, ma analogo negli effetti) che ha spinto anche qui, come un tempo in Spagna, a disertare in massa i seggi elettorali (ma non le competizioni referendarie, un po’ strano vero se si trattasse solo di “disaffezione”?). (Segue)
Umberto Baldocchi