Nicola Zingaretti ha appena riconosciuto quello che da tempo sosteniamo, con buona pace di tanti amici cattolici che finora sostenevano il contrario: il Pd non è più credibile e, così com’è, va chiuso. E’ ovviamente inutile mettersi a banalizzare con un “ ve lo avevamo detto”. Ci limitiamo a ricordare solo quello che sulla questione abbiamo scritto ultimamente ( CLICCA QUI ) perché è inutile perdersi in polemiche. Del resto, rese vacue da quanto era già sufficientemente ovvio. Solo chi aveva interesse a non vederlo, non lo voleva vedere.

Finisce la storia di una “fusione a freddo” tra diversi presupposti culturali, ideali e politici cui si riferivano le componenti più importanti che concorsero a dare vita 13 anni fa al Pd. Una vicenda su cui l’amico Galbiati offre intelligenti riflessioni ( CLICCA QUI ) da tener presente anche nel futuro.

Zingaretti pensa alla nascita di quello che definisce  non un “nuovo partito”, ma a un “partito nuovo”.

Il gioco di parole non fa ben sperare sul fatto che si intenda andare realmente oltre la disquisizione verbale e le sistemazioni di facciata.

L’ispirazione zingarettiana è presentata animata dall’apertura alla società  e, come dice lui, “ai movimenti che stanno riempiendo le piazze in queste settimane”. Per questo, intende rivolgersi alle “persone e “non alla politica organizzata”.

Immediate più di una riflessione.

Il tenore delle reazioni dei suoi stessi autorevoli compagni di partito farebbe ritenere che non si tratti di un’idea pienamente  maturata all’interno  di un ragionamento collegiale del vertice o di ampie parti del partito.

Queste alcune delle prime reazioni a caldo. Matteo Orfini: speriamo che non sia “fuffa”. Andrea Orlando, suo vice segretario: “È necessario ragionare su come rifondare il partito”. Giuseppe Sala, sindaco di Milano: non si trasformi in “un’operazione di facciata”. Graziano Del Rio, Capogruppo Pd alla Camera: “Sarà un percorso interessante e credo utile per il nostro paese e per il nostro partito”.

Insomma, nessuno sembra accalorarsi più di tanto. Al punto che è legittimo chiedersi se, in realtà, non coesista a fondamento della proposta di Zingaretti esclusivamente un duplice riferimento alle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna. O Zingaretti dà per certo che il 26 gennaio ci sarà la debacle. Così, mette le mani avanti per gestire a suo modo una possibile resa dei conti, dopo le sonore sconfitte racimolate finora in tutte le regioni in cui si è andati al voto sotto la sua guida. Oppure, siamo di fronte ad una promessa di rinnovamento con cui si prova a richiamare ai seggi emiliani quegli elettori di centro sinistra che hanno continuato ad astenersi.

A questo punto, corre l’obbligo, in ogni caso, di sottolineare alcune contraddizioni in cui mi sembra cadere già oggi la costruzione cui Nicola Zingaretti dice di volersi accingere a porre mano.

Egli  parte da una premessa tutta da verificare cui finisce per dare una risposta sbagliata. Dice cioè che  “l’Italia sta gradualmente tornando a uno “schema bipolare“ e guarda ad nuova legge elettorale, evidentemente d’impronta maggioritaria, che consenta di  costruire il soggetto politico che il segretario Pd definisce “dell’alternativa”.

Non tutto il suo partito la pensa così. In ogni caso a me sembra che le condizioni attuali del quadro politico italiano mostrino uno schema più che mai multipolare e che in questa direzione spinga proprio quella società civile cui Zingaretti dice di volersi riferire ed aprire.

A destra è oramai evidente che, oltre a quella di Salvini, si sia consolidata la presenza di Fratelli d’Italia mentre molti dei resti di Forza Italia si mostrano per niente convinti di dover definitivamente cedere i loro vessilli al capo della Lega. Vi sono poi i 5 Stelle, in calo, ma sempre con una rappresentanza significativa. Infine le diverse anime del centro sinistra e della sinistra.

Zingaretti, inoltre, parla delle sardine e del civismo e sembra dimenticarsi di un’altra realtà importante:l’astensionismo che oggi è, forse, il partito largamente maggioritario.

Tutto ciò conferma che la naturale e tradizionale ricchezza di posizioni, sensibilità culturali e politiche proprie della società italiana stia cercando di ritrovare forme di rappresentanza adeguate dopo due decenni e mezzo di compressione ed eccessiva, interessata semplificazione.

Soprattutto il civismo, per quanto non sufficientemente organizzato, comunque fenomeno diffuso in tantissime realtà locali, ma pure le sardine esprimono in maniera evidente la reazione a quella cappa pesante costituita dalla struttura dei partiti e dal loro controllo delle istituzioni e della vita pubblica.

La contraddittorietà di Zingaretti sta dunque tra l’intenzione di volersi rivolgere alla società, viva e pulsante, e proporre, contemporaneamente, il ritorno a quel bipolarismo che, di fatto, l’ha costipata ed ha ristretto sempre più la possibilità per tutte le forze vive interne al corpo sociale di esprimere le proprie esigenze ed ottenere l’adeguata rappresentanza.

Non si capisce dunque questa continua resistenza verso il sistema proporzionale se non perché resta una logica autoreferenziale e di sostanziale diffidenza verso quel nuovo cui poi ci si riferisce tanto retoricamente.

Il sistema proporzionale è l’unico in grado di liberare energie nuove, far scaturire una nuova classe dirigente, assegnare spazio di rappresentanza a tutte le istanze e ai filoni di pensiero che rendono la società più viva, più ricca di espressioni di quanto non lo sia l’attuale mondo politico e renderebbe possibile una “riconciliazione” tra la Politica e il corpo sociale e civile.

Giancarlo Infante