Guai di ogni genere sono stati provocati da questa pandemia. Dio ce ne liberi. Tra gli altri, l’emersione di massimalismi, talvolta violenti, talaltra astuti ed avvolgenti. In ogni caso, sono stati messi al servizio di qualche interesse, più o meno visibile, più o meno improvvisato, sempre poco raccomandabile.

Mai, mai avrei potuto pronosticare per me l’ipotesi di dover prendere posizione su affermazioni fatte da Vittorio Sgarbi. E però, avendolo ascoltato in una delle sue roboanti interpretazioni, ho guardato in fondo a me stesso per chiedermi se le sue parole, pronunciate con veemenza scomposta, non avessero, anche ai miei occhi abituati a guardare in faccia il diritto, qualche fondamento.

A malincuore, mi sono ritrovato nella scomoda condizione di dover ammettere di essere stato interpellato in punto di coerenza, coscienza, integrità, coraggio.

Mi sono anche rivolto a dei sacerdoti perché, mai come in questo ambito e mai come in questo momento, proprio davanti a massimalismi seducenti, una risposta isolata, intimista, solitaria, potrebbe risultare del tutto contraddittoria con il sistema di valori con il quale sono cresciuto, ho convissuto e ho trovato di grande conforto anche i momenti molto difficili.

Tra i sacerdoti, lo sanno loro meglio di chiunque altro, si trova di tutto. Fautori di questa o quella visione politica, sostenitori di questa o quella impostazione istituzionale, esegeti di questa o quella propensione religiosa. Alla fine, papisti e  antipapisti.

Non nascondo il mio sgomento. Fin dall’inizio della esplosione pandemica, prima dei vari provvedimenti di emergenza di questo Governo, prima del lockdown, avevo registrato, personalmente, un atteggiamento prudente della Chiesa. Alla fine un atteggiamento di grande compostezza, interpretata da Papa Francesco e dalla gran parte dei sacerdoti.

A me che sono un tecnico del diritto, e del diritto costituzionale, è parso che la Chiesa si sia posta al servizio di alcuni valori costituzionali validi per tutti, il primo, quello della salute.

Io penso che, e qui vi parlo con qualche categoria o principio d’ordine amministrativistico, da parte della Chiesa sia stata compiuta una adeguata istruttoria sulle decisioni da prendersi e sugli strumenti da adottare. Penso che, contrariamente a quanto avvenuto da parte di caudilli vari, in giro per il mondo, la Chiesa, con i suoi Vescovi, i suoi Parroci, i suoi Sacerdoti abbia dovuto prendere atto di non possedere l’organizzazione necessaria a contenere il rischio di contagio da coronavirus. Anche a costo di scontentare alcune anime semplici, bisognose di qualche segno materiale per esprimere la propria religiosità, è stato detto di accontentarsi di pregare in casa e/o nei modi ritenuti migliori per difendere la propria salute e quella degli altri. Certe parole pronunciate dal Papa io le ho interpretate come una catechesi dell’emergenza.

Allora, senza alcuna enfasi, chiunque legga queste poche righe è portato a pensare che è stato fatto tutto quello che si doveva fare e che i cattolici, mostrando senso di responsabilità, hanno partecipato ad un’azione civile comune. Questo è vero.

Resta un fatto, quello segnalato da Sgarbi. In un piccolo paesino, un prete anziano ha celebrato la Messa. Quando si è saputo, gliene hanno dette di tutti i colori. Anche molti sacerdoti.

E però il giurista, come Sgarbi non è, deve stare ai fatti.

E i fatti, testimoniati da una ripresa, forse mediante telefonino (ma che importa il mezzo!), mettono uno accanto all’altro i seguenti fattori: la Chiesa è grande (300 m quadri?), I fedeli sono in numero di 14. Sono tra loro distanziati. Indossano una mascherina. Il celebrante, pur anziano, aggredito da una incursione delle forze dell’ordine, in esecuzione di una segnalazione del sindaco di quel paese, mostra di essere molto consapevole e dice al carabiniere, armato ed in divisa, di aver preso tutte le necessarie precauzioni e le dimostra. Esattamente in quella sede e in quel momento.

Allora, mi chiedo, dobbiamo chiederci quale sia la differenza nella protezione della salute di un cittadino, di un gruppo  di cittadini, protezione attiva e passiva, tra la situazione che si determina in un supermercato, ogni giorno, ad ogni ora, e la situazione che si determina in una chiesa, di domenica, ad una certa ora.

Mi dite, ma ci sono i decreti legge di questo governo. Certo, ma sono scritti con i piedi. Magari per necessità ed urgenza, che sono i presupposti di un decreto-legge da esaminarsi in sede di conversione, ma sono scritti male. Non hanno tenuto conto, per esempio, come in questo caso, del rispetto che si deve sempre, anche in caso di gravissima emergenza, alla Costituzione.

A molto voler semplificare, come si conviene in questa sede, tre principi costituzionali sono in ballo: l’articolo 3, quello sull’uguaglianza dei cittadini (uno dei principi fondamentali della Repubblica), quello dell’articolo 19 (per cui tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualunque forma…), quello dell’articolo 32 (la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…).

Sapete, tra i cardini di giudizio della costituzionalità di una norma c’è quello della sua ragionevolezza. Anche limitazioni severe da parte della legge sono legittime ma debbono essere ragionevoli.

A questo criterio dovrà conformarsi un giudice, se la questione sarà portata nelle aule di giustizia. Questo giudice a cui sarà posto il quesito sulla costituzionalità delle norme dell’emergenza, consegnerà alla Corte costituzionale la seguente fattispecie: se, a causa di una pandemia, è possibile discriminare tra il diritto alla salute e il diritto di professare la propria fede, con disposizioni che ammettono di fare la spesa in un supermercato, in certe condizioni puntualmente indicate, e impediscono di andare a messa, nelle stesse condizioni ammesse per la spesa al supermercato. E questo la Corte costituzionale dovrà stabilirlo in base ad un principio di ragionevolezza e di non contraddizione con il principio di uguaglianza tra tutti cittadini.

Questo è lo stato di diritto, che nessuna pandemia deve spazzare via.

Questo non esonera i fedeli, la chiesa, dall’obbligo di rispettare la legge che protegge  la salute. Al contrario li obbliga a dare una matura risposta organizzativa. Per cui se all’ingresso della chiesa viene esposta la cartellonistica che è tipica dei supermercati, ma si può fare di meglio; se sono distribuite mascherine e guanti di plastica monouso; se i sacramenti sono somministrati nel rispetto di queste regole e il distanziamento sociale è rigidamente osservato, con un numero di presenze in chiesa esposto all’ingresso e adeguatamente comunicato ai fedeli; se i sacerdoti o un loro addetto, magari un fedele, si fanno obbligo di assicurare il rispetto di tutte queste regole: se tutto questo accade, nessun sindaco può impedire la celebrazione di una messa; nessun carabiniere può elevare multe.

Il Parlamento, in sede di conversione, deve rettificare l’inadeguatezza della norma d’urgenza emanata dal Governo.

E, senza polemica, da cui dobbiamo restare lontani da cattolici, dove sono finiti quelli che hanno protestato per avere alcuni presidi tolto dalle pareti delle aule scolastiche il Crocefisso? Dove sono finiti quelli che hanno giocato sui sentimenti più profondi dei cristiani in ambiti morali che tutti abbiamo sotto gli occhi e nelle nostre anime? Dove sono le reazioni contro il trattamento riservato agli anziani e agli ammalati, non quello delle ultime ore, quello della disumanizzazione sanitaria, del profitto esasperato sullo stato di sofferenza delle persone?

Mi sa tanto che dobbiamo interrogarci molto.

Alessandro Diotallevi