Secondo molti osservatori, la pandemia Covid ha comportato un significativo mutamento dei comportamenti individuali e collettivi rispetto al lavoro con una crescita del numero delle persone che non si rendono disponibili a svolgere le mansioni scarsamente gratificanti e poco retribuite. Il fenomeno è stato osservato in particolare negli Stati Uniti, e definito con il termine di Great Resignation (grandi dimissioni) dal prof Anthony Klotz della Texas A&M University, che ha evidenziato un aumento delle dimissioni volontarie da parte dei lavoratori, in particolare donne, nel corso del 2021, sino a raggiungere il record storico del 2,9% sull’intera forza lavoro. Un’analoga ricerca, svolta dalla SD Worx, su un campione di lavoratori di alcuni Paesi europei offre una conferma di queste tendenze, con una particolare accentuazione in Germania (6%) e in Regno Unito (4,7%).

In Italia, il fenomeno delle dimissioni volontarie è stato oggetto di due analisi sviluppate sui dati delle Comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali da parte di Francesco Armilli (lavoce.info 21/10/2021) e, più recentemente, dalla Banca d’Italia (aggiornamento andamento delle C.O. al 31/10/2021). La prima, con una certa prudenza, tende ad assimilare l’andamento delle dimissioni volontarie nel 2° trimestre 2021 (480 mila,+10% rispetto al medesimo periodo del 2019 ed equivalente al 18,7% del totale delle cessazioni) alla tendenza registrata negli Stati Uniti. L’analisi della Banca d’Italia conferma la crescita delle dimissioni volontarie nel terzo trimestre 2021 (770 mila, +36 mila rispetto al 2019), ma le associa all’ aumento delle assunzioni a tempo indeterminato che sono aumentate per un valore pressoché analogo, da interpretare come una mobilità fisiologica di una quota di lavoratori in cerca di migliori opportunità nelle aree del centro-nord e nel settore industriale. Doveroso ricordare che per valutare correttamente il caso italiano è necessario tenere in debito conto degli effetti della graduale uscita dal blocco dei licenziamenti e delle proroghe dei sostegni al reddito per i lavoratori occupati, che hanno condizionato le scelte delle imprese e le dinamiche spontanee del mercato del lavoro.

Altre indagini confermano la crescente difficoltà delle imprese ( CLICCA QUI )  nel reperire la manodopera necessaria per sostenere la ripresa delle attività (soprattutto nei comparti dei servizi commerciali, della ristorazione, e della logistica). Una difficoltà associata alla crescente penuria di risorse umane dotate di competenze adeguate che, nell’insieme, stanno provocando un ripensamento delle strategie adottate dalle aziende per la selezione e la gestione del personale.

Queste tendenze, se confermate, offrirebbero una diversa lettura delle criticità manifestate dal sistema produttivo, da interpretare come un’occasione che andrebbe colta per ripensare le politiche del lavoro nella direzione di un maggior rispetto dei diritti, e dei bisogni, delle persone, valorizzando il tema della sostenibilità sociale delle innovazioni produttive analogamente a quanto ci si propone di fare sul terreno della sostenibilità ambientale. Un approccio che per molti aspetti, a partire da quello dell’impatto dell’eventuale aumento dei costi sulla competitività delle proprie imprese, ma soprattutto per le implicazioni sul rispetto dei diritti politici e sociali, ripropone le difficoltà incontrate dai singoli Paesi nell’accettare gli eventuali vincoli derivanti dagli accordi internazionali.
Nel breve periodo, soprattutto nei Paesi sviluppati, queste tendenze sono già diventate una componente della crescita dei prezzi. Un’evoluzione che preoccupa seriamente le autorità politiche e monetarie per le conseguenze di un’eventuale rincorsa tra le dinamiche dei prezzi e dei salari, e del consolidarsi delle aspettative inflazionistiche che rischiano di compromettere le politiche economiche espansive adottate nel corso della pandemia, e la sostenibilità dei debiti pubblici e privati aumentati in modo esponenziale nel corso della pandemia.

L’eco del dibattito internazionale si è riprodotto anche in Italia, cosa assai comprensibile data la sostanziale stagnazione dei salari reali in corso da quasi 30 anni, corrispondente a quella della produttività dei fattori produttivi, che ci ha allontanato dalle dinamiche dei Paesi dell’Ue-15. Una discussione che si è incanalata sul binario dell’introduzione del salario minimo legale ( CLICCA QUI ) e del trasferimento di ulteriori quote di spesa pubblica per sostenere i bassi redditi bassi sulla base della mappatura operata dalle dichiarazioni fiscali.

Il punto di partenza utilizzato per sostenere queste tesi è la presenza nel mercato del lavoro di una quota rilevante di working poors (lavoratori poveri con un salario annuo inferiore del 60% a quello mediano secondo i criteri utilizzati da Eurostat, circa 10.800 euro per l’Italia sulla base delle stime aggiornate) sulla scorta di alcune analisi prodotte nell’ambito dell’Inps. In particolare di uno studio effettuato da un gruppo di ricercatori (Visitinps) sull’andamento dei salari e dei redditi di un campione rilevante di lavoratori dipendenti, collaboratori, lavoratori domestici e professionisti tra il 1990 e il 2017 che mette in evidenza la fortissima crescita dal 26% al 32,4% del numero degli occupati con salari annuali, redditi per i collaboratori e i professionisti, al di sotto dei 10.800 euro annui. Numeri che differiscono in modo significativo dalle stime effettuate dall’Eurostat per l’anno 2019 che evidenziano una quota di working poors più contenuta, l’11,8%, anche se superiore di 3 punti alla media europea (la stima del 60% viene effettuata sul 60% del reddito mediano familiare dei lavoratori occupati).

L’analisi dell’Inps attribuisce l’incremento dei working poors a tre fattori: l’aumento dei lavoratori con basse qualificazioni e con rapporti di lavoro a termine e a part-time (nel complesso almeno 4,5 milioni) e la crescita del numero dei cosiddetti contratti di lavoro “pirata” sottoscritti da sedicenti organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori che, secondo una recente dichiarazione del presidente dell’istituto, sarebbero all’origine della sottoremunerazione di circa 2 milioni di lavoratori.

Queste valutazioni, oltre che motivare la richiesta di introdurre un salario minimo legale, vengono tuttora utilizzate per rivendicare l’ampliamento dei sostegni al reddito e delle prestazioni assistenziali per diverse finalità: la possibilità di cumulare il Reddito di cittadinanza con le retribuzioni dei beneficiari entro una determinata soglia, di ridurre i requisiti di accesso ai sostegni al reddito ordinari e straordinari, di ripristinare le pensioni minime indipendentemente dai contributi versati, di erogare le prestazioni sociali, e non solo quelle, sulla base dei criteri Isee.

Questo approccio complessivo ai temi della tutela dei salari e del contrasto alla povertà produce alcuni esiti che vengono scientemente ignorati. La stagnazione dei salari e l’aumento del numero dei lavoratori con redditi annuali di basso importo sono la conseguenza dell’analoga stagnazione della produttività di molti comparti dei servizi rivolti alle imprese e alle persone, caratterizzati da bassi investimenti e da rilevanti quote di stagionalità e di lavoro sommerso. L’introduzione di un salario minimo legale, in sostituzione della funzione svolta attualmente dai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali e datoriali maggiormente rappresentative, consolidata dalle sentenze della Corte costituzionale sulla base di quanto disposto dalla Costituzione in materia di giusto salario, è destinata a ridurre il ruolo della contrattazione collettiva senza intaccare le quote di lavoro sommerso.

L’incremento della spesa pubblica assistenziale per sostenere i redditi individuali e familiari è in corso da oltre un decennio, per interventi che hanno comportato un volume di spesa superiore ai 250 miliardi di euro, senza incidere sulle dinamiche della redistribuzione del reddito e tanto meno contenere la crescita del numero delle persone povere che nel frattempo è raddoppiato.

Non è azzardato affermare che questo modello di redistribuzione del reddito abbia nei fatti incentivato l’aumento delle prestazioni sommerse senza rinunciare ai sostegni pubblici. Nel dibattito italiano è assente qualsiasi tentativo di ripensare la politica salariale nella direzione di stimolare la crescita della produttività, e la redistribuzione dei risultati, come conseguenza razionale dei nuovi investimenti previsti dal Pnrr. Consegnando di fatto il tema delle tutele a provvedimenti legislativi destinati a svuotare il ruolo delle parti sociali. Ed è una lacuna difficile da comprendere.

Natale Forlani