Come Diogene, con la lanterna in mano, accesa in pieno giorno, si aggirava attorno alla ricerca dell’ “uomo”, anche Giancarlo Infante, ieri l’altro, su queste pagine – e così molti altri osservatori – si è esercitato a ricercare alcuni punti distintivi e dirimenti, quasi a tentarne un identikit, dell’auspicabile fisionomia del prossimo inquilino del Quirinale ( CLICCA QUI ).

Anzitutto, il nuovo Presidente della Repubblica dovrà essere il nocchiere esperto, capace di navigare in condizioni ambientali estreme, che, in vista di un approdo che ancora non compare all’orizzonte, sappia tener ferma la barra del timone nei marosi agonici della cosiddetta “Seconda repubblica”.

Rendiamoci conto che la “seconda repubblica” è finita, per cui, per forza di cose, si tratta di passare ad una nuova fase storica nella vita civile e democratica dell’Italia.

Che la “Seconda repubblica” sia rimasta impiccata all’albero cui ha cercato di inchiodare l’Italia, lo dimostra il fatto che siamo in presenza di un sistema politico decotto. Il gravissimo astensionismo, l’incapacità di dar vita ad una maggioranza di governo secondo le classiche regole della dialettica parlamentare, la palese, paralizzante difficoltà, almeno fin qui evidente, in ordine al Quirinale ne intonano il “de profundis” e, a voler essere conseguenti, dei leader che più visibilmente ne hanno incarnato la storia. Dovrebbe rendersene conto Berlusconi e magari, se non altro per “par condicio”, lo stesso Prodi, ammesso che, ma pur non sembra dopo la “lezione” dell’ultima volta, volesse riprovarci.

Siamo in presenza di un sistema politico che non è più in grado di compiere i due atti fondamentali che gli competono: formare una coerente maggioranza di governo ed eleggere il Capo dello Stato in altrettanta coerenza. In vena di ironia – ma non è il caso – verrebbe da dire che…più morto di cosi…si muore. Nella medicina antica si sosteneva che, in definitiva, l’unico dato incontrovertibile per accertare la morte di una persona era la comparsa del “fetor”. Auguriamoci di non dover aspettare che ammorbi l’aria fino a tal punto, prima di rimuovere il cadavere della Repubblica maggioritaria e bipolare. Perfino gli illustri clinici convocati dalla Fata Turchina al capezzale di Pinocchio questa volta converrebbero unanimemente circa l’exitus.

Insomma, abbiamo bisogno di un grande Presidente e, da tempi non sospetti, andiamo sostenendo che già abbiamo un grande Presidente, per cui, se vi fosse la sua personale disponibilità, un secondo mandato a Sergio Mattarella metterebbe, per un altro settennato, in sicurezza l’Italia in quanto a equilibrio costituzionale, prestigio internazionale e, se così si può dire, esemplare sobrietà ed eleganza del linguaggio e del costume politico-istituzionale.

A parte l’elementare rispetto per la sua personalissima propensione che a nessuno compete discutere – il Presidente, con la fermezza pacata e salda di cui è capace, ha da tempo, declinando la sua determinazione secondo una progressione non casuale di dichiarazioni, fatto chiaramente intendere la sua indisponibilità. Che – almeno così ci sembra – è tanto più convincente, da doverne prendere serenamente atto, nella misura in cui viene prospettata non come il ritrarsi da una responsabilità di cui volentieri la stragrande maggioranza degli italiani lo rivestirebbe una seconda volta, ma, al contrario, come ulteriore, responsabile attestazione del rigoroso ossequio allo spirito della Costituzione che anima i suoi atti.

L’ indisponibilità di Mattarella ad un altro mandato ci ammonisce, cioè, in ordine al fatto che, ad ogni livello, a maggior ragione al più alto, la garanzia di tenuta dell’ordinamento democratico non è “personalizzabile”, in nessun caso, ma consiste piuttosto nell’ interpretazione corretta e nell’ osservanza piena, al di là della stessa lettera, del nostro impianto costituzionale. Peraltro, Mattarella non è certo uomo da tattici infingimenti, tali per cui si dice una cosa per sottintenderne esattamente il contrario. Meno convincente sarebbe, per altro verso, un mandato presidenziale parziale, a termine di un paio d’anni, quasi che il Presidente debba adattarsi a fungere da tendina o da paravento che copra, protegga e tenga in caldo il governo in carica.

In definitiva, il tandem Mattarella-Draghi, che pur molti invocano in sincera buona fede, potrebbe essere letto – e per taluni è forse già così e non del tutto a torto – come il tentativo di fasciare, occultandole quanto più possibile alla vista impietosa degli italiani, ferite che non si fa in tempo a suturare, prima di infilarsi nel tunnel elettorale, correndo il rischio che quando si dovranno, per forza di cose, riportare alla luce, si mostrino purulente ed inguaribili. Che fare, dunque, atteso che la logica del tandem, come taluni la invocano, reggerebbe anche sulla “risorsa” Draghi?

Se è vero che abbiamo in corso operazioni urgenti che esigono l’alta competenza e l’affidabilità internazionale di Mario Draghi, non è altrettanto vero che la ben più lunga e faticosa transumanza in altra stagione della nostra vicenda democratica, esigerebbe che le risorse di cui, per fortuna, disponiamo vengano investite nel modo più fruttuoso possibile? In altri termini, se i partiti avessero a cuore il Paese, volessero giocare tra loro una partita chiara, aperta, leale ed avessero, quindi, bisogno di un arbitro davvero capace ed imparziale, andrebbero in coro da Mario Draghi e lo pregherebbero di traslocare da Palazzo Chigi al Quirinale. Beninteso, senza nulla concedere alle pericolose elucubrazioni, costituzionalmente almeno border-line, del ministro Giorgetti, tanto più che, essendo uno ben accorto, non parla per caso, anche quando la butta lì’ per tastare il polso…

I partiti, invece, pare trovino, paradossalmente, una loro consonanza nel comune intendimento di non disturbare Draghi. Il che, se ancora ce ne fosse bisogno, dimostra che la loro cieca inettitudine non è più nemmeno dovuta alle tensioni interne ad ognuno, ma è un fatto strutturale e sistemico. Da un lato si spendono a dichiarare come Draghi sia una straordinaria risorsa della Repubblica, dall’altro anziché valorizzarla al Colle più alto, a questo punto rischiano, di fatto, di sciupare – si fa per dire e comparativamente al settennato presidenziale – una tale risorsa per dare copertura ad un biennio di training elettorale che possa prevedere tutti i colpi bassi del caso, contando sul ruolo di riduzione del danno per l’Italia che Palazzo Chigi continuerebbe ad assicurare. Insomma, temono, in vista del voto, di scoprirsi l’un l’altro e, quindi, cercano di intortare il gioco, come due pugili che, allo stremo delle forze, in mezzo al ring, non fanno che trattenersi reciprocamente i guantoni, cioè stanno in piedi reggendosi, ciascuno dei due, sulla debolezza dell’avversario.

Senonché chi volesse giocare la carta Draghi deve fare in fretta, uscire allo scoperto e mettere tutti gli altri interlocutori alla frusta, per andare ad una soluzione largamente concorde e rapida, in qualche modo come fu per Cossiga.

Quello di Draghi non è, invece, un nome da trascinare tra gli altri, in una sarabanda di ipotesi, di candidature di bandiera, di variazioni tattiche, di ambizioni fuori luogo o di strategie focalizzate altrove piuttosto che sul Quirinale.
Oggi la caratura di Mario Draghi, anche e soprattutto a livello europeo ed internazionale, à tale per cui se, ciò non di meno, gettato con gli altri in questo tritacarne, il suo nome ne uscisse triturato, il Presidente che poi, alla fin dei conti, dovrà pur esser selezionato, finirebbe, senza sua colpa, di apparire, al di là dei suoi meriti, una sorta di scartina eletto di risulta. E questo non farebbe bene all’Italia.

Domenico Galbiati