Stando a quanto fanno trapelare informalmente ambienti vicini alle segreterie dei partiti e, a quanto si capisce, c’è dietro le dichiarazioni dei leader in vista del voto per il nuovo inquilino del Quirinale, la situazione si presenta estremamente complessa. A poco più da un mese dalla convocazione delle Camere riunite nessun potenziale candidato può dirsi certo persino di restare tale fino all’organizzazione dei veri nastri di partenza.

Un fatto importante è stato costituito dalla determinazione con cui Sergio Mattarella ha fatto sapere, e continua a farlo pressoché quotidianamente, di considerare definitivamente chiusa la sua esperienza sul Colle più alto di Roma.

Sergio Mattarella è tenuto costantemente sugli schermi televisivi. Come mai accaduto nel settennato che sta scadendo. Al punto che c’è da chiedersi se si tratti di un ultimo disperato tentativo di convincerlo a restare. Oppure, al contrario, di pagargli un tributo di riconoscenza per aver coperto un ruolo con fermezza e delicatezza assieme e, dunque, per quanto involontariamente, fare già avvertire un possibile sostanziale vuoto che potrebbe venirsi a creare.

Un altro fatto da considerare è l’impressione, ma forse un qualcosa di più di un’impressione, che la candidatura di Mario Draghi sia stata al momento considerata non spendibile da quasi tutte le forze che sostengono il suo Governo. “Mario Draghi a Palazzo Chigi almeno fino al 2023”. Su questo refrain, che ne inibisce la salita al Colle, si sono sintonizzati un po’ tutti. Lo ha fatto Enrico Letta; lo ha fatto Silvio Berlusconi, perché al Quirinale ambirebbe lui stesso; lo ha fatto Giuseppe Conte, e via dicendo. La cosa, paradossalmente, potrebbe porre l’attuale Presidente del Consiglio al riparo da qualche colpo basso e, magari, lo rimetterebbe in corsa una volta che, non riuscendo a trovare la soluzione, dopo una lunga serie di votazioni a vuoto, qualcuno proverebbe a ritirare fuori dal cilindro l’ipotesi Mattarella oppure quella, appunto, di Mario Draghi. Non sarebbe la prima volta se, presi per stanchezza, i grandi elettori giungessero ad abbandonarsi all’ipotesi del “Salvatore della Patria” e trovarsi, così, a fare quello che è stato giurato e stra- giurato non sarebbe stato fatto solamente la settimana prima.

Così, siamo in un contesto in cui ci pare essere già nel vivo del gioco delle candidature e, nello stesso tempo, ci ritroviamo consapevoli di quanto tutto sia molto labile, al punto da far ritenere che i giochi non siano stati neppure avviati. E allora, si potrebbe una volta tanto non giungere alle conclusioni sui nomi, magari per bruciarne alcuni, ma indicare un metodo di valutazione utile a definire il possibile identikit di un ottimo candidabile al Quirinale.

Partiamo dalla constatazione di quanto sia oggettivamente difficile trovare tra le ipotesi giornalistiche che circolano delle autentiche personalità “super partes”, in grado cioè di  ricevere convinti consensi anche tra tutte le forze politiche in aperta concorrenza tra loro.

In effetti, le condizioni del Paese, ancorché le regole prevedano che dopo il terzo scrutinio sia sufficiente trovare nelle urne la maggioranza del voto dei grandi elettori, richiederebbero l’elezione di un Presidente espressione di un ampio consesso. Questo confermerebbe la caratteristica di soggetto ” super partes” e, al tempo stesso, le rafforzerebbe.

Riflettiamo, infatti, su cosa debba rappresentare oggi il Presidente della Repubblica. E il ruolo da chiedergli di svolgere in un quadro istituzionale per il quale è necessario trovare uno spunto di rigenerazione senza che questo significhi un suo stravolgimento. Stravolgimento che, in ogni caso, richiederebbe una profonda revisione della Carta fondativa che il Paese non sembra proprio nelle condizioni di effettuare e, forse, persino di gestire.

La crisi del sistema politico è così acuta che l’uomo chiamato ad andare al Quirinale, per l’inevitabile ulteriore turbolenza che seguirà in vista delle successive elezioni politiche generali, cui si dovrebbe giungere dopo una riforma della legge elettorale, dovrà rappresentare un crocevia di valori, avere la capacità di mediare tra le molte sensibilità esistenti e, contemporaneamente, farsi autentico portavoce e rappresentante, agli occhi di quelle diverse sensibilità politiche, della intera società civile. Solo in questo modo, anche dal Quirinale, potrà essere sostenuto quel processo di rivitalizzazione di cui hanno bisogno le istituzioni, il quadro politico, la società tutta.

Scegliendo l’uomo giusto, anche la Politica potrà in qualche modo riscattarsi delle tante manchevolezze degli ultimi decenni. E mostrare la disponibilità a costruire un processo in cui tutti si è chiamati ad un impeto di ricostruzione e di riavvio, superando gli schemi in cui siamo finiti perché travolti da una mentalità “bipolare” che ha dipinto l’Italia, ma anche il nostro modo di ragionare, secondo lo schema manicheo del bianco e nero, mentre invece lo spettro dei colori è infinitamente più ampio e ricco di tonalità e di sfumature.

Un po’ di fantasia e di capacità di movimento mentale non guasterebbe. In fondo è già stato fatto e neppure tantissimi anni fa. Quando, in occasione delle defatiganti elezioni di tre Giudici della Corte costituzionale, dopo una serie interminabile di fumate nere, consecutive per ben trentuno votazioni, si trovò la soluzione. Allora, non si riusciva proprio a trovare un candidato del centro capace di essere accettato sia dal PD, sia dai 5 Stelle. Alla fine fu fatto il nome di un professore conosciuto soprattutto per i suoi scritti sul Welfare e per aver contribuito alla fondazione del Partito Popolare, ma senza che questo significasse per lui indossare la casacca della politica militante o di qualche lobby. Così, alla trentaduesima votazione, il voto giunse a grandissima maggioranza, con molti più voti di quelli necessari ad eleggere il Presidente della Repubblica.

Giancarlo Infante